
Eccoci all’ennesimo appuntamento con “Letto e Bloggato” che grazie a voi sta riscuotendo un successo insperato.
E ora parliamo di “Necrophylia”, edito dalla MJM editore, libro d’esordio di Francesco Scardone giovane autore nostrano.
Sinossi:
Un viaggio nella mente malata di un uomo qualunque. Potrebbe essere il tuo compagno di banco, un tuo collega, un vicino, comunque uno nascosto dietro la maschera della normalità. Potrebbe essere il riflesso che ti osserva dallo specchio quando ti fai la barba. A cavallo tra la più nera follia e la più irrequieta lucidità. Un’immagine quotidiana vissuta tra vita e morte. Si ha sempre l’impressione di non vivere ma di sudare l’esistenza. Un romanzo che mostra le due facce della stessa medaglia.
Iniziamo col dire che se siete i tipi che al cinema, davanti ad un bel film horror- splatter, con sangue e interiora che volano un po’ ovunque, si coprono gli occhi schifati e che dopo, per un mese almeno, sentono il bisogno di dormire con la luce accesa, questo libro non fa per voi. Potete provarci, certo, ma a vostro rischio e pericolo. Il titolo vi da già l’idea di cosa tratta il volume. E no, l’horror non c’entra, ma se vi fanno schifo un paio di innocue secchiate di sangue finto, Necrophylia non vi aiuterà a non lasciare accesa quella luce.
Questo è un libro che non esito a definire potente. Una scrittura matura e complessa (sorprendente vista la giovane età dell’autore) al servizio di un intrigante incrocio tra commedia macabra e volume di formazione. Scomodo, disturbante, sincero, quasi filosofico e assolutamente “politically incorrect”. Un feuilleton di morte in cui le certezze si ribaltano, i personaggi sono tutto il contrario di quello che ci si aspetta che siano (scordatevi la nonnina stile Mulino Bianco) e dove il lettore, nel bene o nel male, si sente chiamato in causa. Lettore che sì, sentirà il bisogno, finito il volume, di una sorta di “decompressione” da questa articolato abisso di realtà scomode, ma che non si pentirà della scelta fatta. Un esordio coraggioso che riserva non poche sorprese.
E ora l’intervista all’autore:
Raccontaci qualcosa di te.
Sono un ventenne della provincia di Napoli. La prima cosa che mi viene in mente pensando alla mia infanzia è un mio tema delle elementari in cui dicevo di voler fare lo scrittore. E’, quindi, chiaro quali siano state le mie aspirazioni già da bambino.
Necrophylia è il mio primo romanzo, scritto a 18 anni.
La letteratura è la prima delle mie passioni, e definirla solo passione forse è riduttivo. Tra le altre mie passioni il cinema e, in parte, la musica.
“Necrophylia”. Un titolo che è, in un certo senso, un avvertimento. Avvertimento che si ripete anche nelle prime pagine del volume quando il protagonista si rivolge direttamente al lettore. Che accoglienza ti aspettavi al momento della stesura e ti aspetti ora, dal lettore medio?
In verità quando scrivo non penso molto all’impressione che potrei dare ad un mio eventuale lettore, non nego che ci sia, a volte, nella mia scrittura, una certa voglia di provocare e di mettere in discussione qualsiasi cosa(prima di tutto, però, cerco di mettermi in discussione io), scardinare qualsiasi certezza e portare l’altro ad interrogarsi anche sulle cose sulle quali ha più certezze. Ma, come dicevo prima, il mio primo scopo, quando scrivo, non è rivolgermi al lettore ma cercare di mostrarmi, di scoprirmi il quanto più sinceramente possibile.
Amo dire che scrivere è come vomitare: si deve buttare fuori tutto quello che abbiamo dentro, fino ai succhi gastrici!
Molti scrittori affermano che l’idea per un libro la devono ad un’immagine, un personaggio, una situazione. Qual’è il seme che ha fatto germogliare “Necrophylia”?
Non ricordo precisamente da cosa ho cominciato Necrophylia. La maggior parte delle volte quello che scrivo parto da un’immagine(come dicevi tu nella domanda)(solitamente cerco immagini forti, macabre, grottesche affini alla mia “scura” fantasia) e poi da lì cerco di imbastire qualcosa. E’ tutto quello che so sul processo della scrittura.
Si avverte in “Necrophylia” una sorta di solitudine controllata, cercata dal protagonista. Molti scrittori coltivano l’abitudine alla riservatezza. Tu come ti confronti con gli altri?
Non si direbbe dai toni con cui è scritto Necrophylia e dalle tematiche che tratta, ma di solito sono il “simpaticone” del gruppo, quello sempre con la battuta pronta. In ogni caso, anche essendo abbastanza socievole, non amo la compagnia di molte persone, le comitive sono la cosa peggiore che possa capitare ad un ragazzo eheh, e molto spesso amo stare da solo. Però amo stare in mezzo alle persone, non nel senso che amo tantissimo la loro compagnia ma nel senso che amo osservarle, starle a guardare e a sentire. Non a caso amo molto i treni e viaggio spesso sia in Italia che all’estero.
Il tuo protagonista ad un certo punto afferma di essere “un vanitoso della parola”. E’ così che ti senti tu?
Beh, credo che ogni scrittore, in fondo, lo sia. Che sia chiaro, io non voglio insegnare niente a nessuno quando scrivo, non è tra i miei obiettivi quello di comunicare un messaggio, bello o brutto che sia. Se scrivo lo faccio perchè, in primo luogo, “devo farlo”(non so se sono chiaro). Però è innegabile che quando una persona sceglie di raccontare qualcosa e, soprattutto, di farla uscire dall’hard disk del suo pc o dai fogli della sua macchina da scrivere, beh, è innegabile che quella persona pensi di aver scritto qualcosa di interessante e che sia degno di essere letto.
C’è un posto dove preferisci scrivere? Uno studio? Una panchina nel parco?
Solitamente scrivo nella mia camera(che divido con il mio cane). Di solito scrivo di notte, tra la mezzanotte e le tre-quattro del mattino. D’inverno mi capita di scrivere anche ad altri orari(prediligendo sempre la notte). Quando sono in mezzo alla gente al massimo riesco a prendere qualche appunto. Di solito scrivo da solo. L’unica eccezione erano le soporifere ore delle spiegazioni di latino e greco, di un paio di anni fa, durante le quali anche riuscivo a scrivere qualcosina.
Quali scrittori ti hanno maggiormente influenzato?
In primis Dostoevskij, lui ha detto tutto quello che si doveva dire sull’uomo, l’ha capovolto, esplorato, sondato, ribaltato come un calzino. Poi prediligo la letteratura americana contemporanea o del novecento(Kerouac, Ellis, Palahniuk, Dennis Cooper), che a livello stilistico e di temi anche mi influenza.
Qualche nuovo progetto in lavorazione?
Ho da alcuni mesi terminato il mio secondo romanzo, titolo provvisorio Schegge, che ora è in valutazione presso diversi editori. E’ una storia, proprio come Necrophylia, al limite tra il grottesco ed il macabro, che trasuda sofferenza e mal di vivere. Poi sto lavorando alla sceneggiatura di Necrophylia e a quella di un piccolo corto con il quale mi vorrei confrontare anche come regista.
Insomma, un’altro autore da tenere d’occhio 
E non perdetevi il prossimo appuntamento con Letto e Bloggato!
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