Posts Tagged ‘libri gialli’

Letto e Bloggato: Intagliatore

E’ sempre un piacere ricevere come ospite uno scittore già apparso nella nostra rubrica Letto e Bloggato . Ed è appunto per questa ragione che questa settimana dedichiamo il nostro spazio a “Intagliatore“(Pagine:68, Prezzo: 1,99 euro), ultimo lavoro (dopo Coincidenze d’inverno già recensito nel blog) di Cristiano Mocciola, edito dalla Lettere Animate.

Sul Libro:
La felicità è benefica per il corpo ma solo il dolore sarà in grado di sviluppare i poteri della mente. Gianni Tunda, l’intagliatore, lo capirà muovendosi in un’Italia d’inizio ‘800, un’Italia sulla strada dell’unificazione. E sviluppare i poteri della mente vorrà dire arrendersi alla voce del proprio cuore, a quell’Amore che conosce ragioni che la ragione non conosce. E sarà attraverso il proprio estro che l’intagliatore lo inseguirà. Comprenderà che l’amare e l’essere amati non è un qualcosa che capita, ma è un’arte creativa che si cerca di portare avanti in un’infinità di modi. Il bisogno d’amore verrà appagato quando sarà realmente intenzionato a imparare il modo migliore per donare se stesso. Per Gianni Tunda questo si sintetizzerà nell’essere utile agli altri, metabolizzando i fallimenti in possibilità di crescita, accettando il fatto che qualsiasi cosa gli impedisca di crescere non dovrà essere assolutamente difesa. Il non essere amati sarà allora una semplice e temporanea sfortuna. Lui lotterà per evitare la vera disgrazia, ossia il non riuscire ad amare.

La mia opinione:
In bilico tra la leggerezza fugace dell’episodico e la solidità del romanzo, seguendo i codici dell’anima prima di quelli della fede, Cristiano Mocciola dà vita alla storia di un uomo, della sua arte, della sua famiglia e nello stesso tempo a una riflessione sul senso dell’amore e dell’appartenenza. In un Italia che non è ancora tale, dove sbocciano e prosperano i primi moti nazionalistici, si muove Gianni, personaggio di una certa purezza non elaborata o censoria, un eterno viandante dall’animo gentile che nella sua straordinaria arte trova consolazione e un magico artificio per difendersi dall’incomprensione del mondo. In un crescendo di eventi più spirituali e psicologici che spettacolari, il protagonista, pur non abbandonando mai il suo fortissimo legame con la natura e la montagna, crescerà in un’altra versione di se, assorbendo cose nuove, viaggiando ed incontrando infine un’anima affine con cui stabilirà una sorta di specularità d’intenti e convinzioni. Dando ampio respiro a concetti quali coesistenza e senso di estraneità e mostrando quanto le connessioni che stabiliamo con luoghi e persone possano determinare il corso della nostra vita, Mocciola crea un romanzo, dai toni e dallo stile convincenti, che fa sognare e riflettere. Un’ avventura dell’anima.

E ora l’intervista con l’autore:

Bentornato su Pane e Paradossi – Letto e Bloggato, Cristiano! Che ne dici di raccontarci come è nato “Intagliatore”? Qual è stato l’input, la situazione o il personaggio che ha dato il via alla creazione del romanzo?
Ciao e grazie nuovamente per lo spazio che mi dedicate. L’idea di “Intagliatore” ha origine dalla frase che apre il romanzo. E’ un detto aborigeno che fa chiaro riferimento allo scopo terreno dell’essere umano e ci fa intuire che per quanto ci sforziamo o cerchiamo all’esterno ciò che ci fa stare bene, l’unica cosa che conta alla fine di tutto, alla fine della vita, l’unica cosa che ci porteremo via, sarà l’esperienza dell’amore che siamo stati in grado di fare, esperienza volta alla comprensione di questa energia che nutre e feconda ogni cosa nell’universo. Quando ho deciso di scrivere il romanzo avevo come punto fermo un unico obiettivo: far vivere ai protagonisti, attraverso la ricerca, la comprensione (per quanto possibile) di quest’energia.

Il tuo libro è ambientato nell’Italia di inizio ‘800, un’Italia sulla strada dell’unificazione. Ci vuoi raccontare delle ragioni che ti hanno spinto ad ambientare ”Intagliatore” in quella precisa epoca storica e di narrare, di conseguenza, la storia di Gianni, della sua arte ormai perduta e della sua ricerca d’amore?
I primi dell’800 con successiva unificazione del nostro bel paese mi sembrava un periodo adatto allo scopo che mi ero prefissato. Mi piaceva l’idea di mettere in risalto un periodo storico importante e allo stesso tempo intrecciarlo con la vita dei protagonisti. La storia di Gianni è stato lo sviluppo principale del testo sulla quale ho poi cucito la storia che ha portato all’unificazione dell’Italia. La scelta poi dell’arte alla quale si doveva approcciare è stata facile: avevo bisogno che Gianni si dedicasse al proprio sviluppo interiore attraverso un’abilità che nasce prima di tutto dall’immaginazione e che si concretizza in manifatture tangibili ai sensi. Ogni arte nasce sì dalla nostra fantasia, ma ho pensato che l’arte dell’intaglio e della lavorazione del legno calzasse a pennello sulla figura di Gianni, uomo solitario, solito ritirarsi nel suo bosco, circondato quasi sempre da elementi presenti solo in natura. La ricerca dell’amore e la sua comprensione, accompagnata da questo estro, appare quindi come ciò che realmente è: un’arte creativa alla quale bisogna applicarsi perché l’amore, come l’arte in genere, migliora solamente con la propria dedizione.

Da dove è nata la caratterizzazione dei personaggi che popolano il tuo libro? Da dove hai tratto l’ispirazione per crearli? Come hai bilanciato la ‘quota’ autobiografica e quella di pura invenzione?
Ogni personaggio è nato in base alle esigenze che richiedeva il protagonista. Ognuno di essi doveva svolgere il compito di maestro per colmare le lacune nell’esperienza dell’intagliatore. A parte i personaggi storici che intervengono nella storia, dei quali ho cercato di riportare con esattezza le imprese veramente compiute, gli altri, tutti di mia invenzione, hanno avuto funzione di lubrificante per far girare l’intero ingranaggio narrativo. L’ispirazione per crearli mi è venuta mentre cercavo la collocazione storica per l’intagliatore. Ri-studiando la storia dei primi 800 ho cercato di inserirmi, con non poca difficoltà, nel tessuto socio-politico che c’era, immaginando e facendo ricerche su qualsiasi cosa mi sarebbe potuta tornare utile nella stesura del romanzo (vestiti, odori, malattie, tecnologie, colori, ecc… ). La fantasia gioca un ruolo importante nella vicenda ma non posso negare il fatto che di autobiografico c’è quasi tutto ciò che prova il protagonista. L’unica cosa che ci differenzia è che lui, forse, è arrivato a un fine, mentre io, temo di avere ancora moltissima strada da compiere prima di afferrare e fare mie certe nozioni. L’intagliatore è stato il pionere del mondo sconosciuto in cui mi sono avventurato.

Com’è stato scrivere “Intagliatore? Quali sono stati i momenti più importanti e quali gli aspetti che hai cercato di valorizzare e far emergere maggiormente in questa storia?
Scrivere “Intagliatore” è stato come fare una profonda apnea dentro me, è stato un allontanamento da tutto, è stato un incontro con i protagonisti che volevano vivere attraverso il romanzo. Quando sono riemerso a prendere fiato, il romanzo era completato. Successivamente mi sono limitato a correggerlo, cercando di modificarlo il meno possibile e mantenendo così la genuinità della storia che era nata. Gli aspetti, che spero di essere riuscito a mettere in evidenza, sono le piccole e semplici soluzioni da adottare per riuscire a vivere meglio, in pace con se stessi e con gli altri. Punto cardine di tutta la storia rimane l’Amore, a volte incomprensibile, ma pur sempre l’unica via per raggiungere una reale e sincera umanità.

Amore, dolore e perdono. Da cosa si impara di più?
L’Amore racchiude in sé dolore e perdono. Il dolore serve per iniziare la sua ricerca, il perdono serve per accoglierlo. Da cosa si impara di più? Penso che vivendo siamo obbligati a scontrarci con questa energia, e siamo obbligati a imparare. Conoscerla e viverla presuppone il fatto che accettiamo il dolore come qualcosa di utile per la nostra crescita e il perdono come mezzo per amarci e portare pace nel nostro cuore. L’Amore è unità e nell’unità troviamo tutto ciò che ci serve per poter portare a compimento il nostro divenire. Accettare questa unità vuol dire anche accettare il fatto che nessun dolore è negativo ma necessario.
E se analizziamo il perdono capiamo che si tratta di un gesto profondamente egoistico. Noi non perdoniamo per fare del bene agli altri, ma prima di tutto perdoniamo per portare amore dentro noi. Chi odia, discrimina o perde tempo a giudicare, vive di tumulti e non capisce che fa del male solo a se stesso. Chi perdona lo fa per vivere quel senso di pace che solo chi ama può provare. Il perdono e l’amore sono strettamente legati. Ma con l’amore facciamo del bene anche agli altri, con il perdono lo facciamo principalmente a noi. Di solito è chi viene perdonato che passa dei brutti momenti con se stesso. Quindi l’Amore non può esistere senza dolore e senza perdono.

Progetti per il futuro di cui vuoi darci qualche anticipazione?
Come già detto nella precedente intervista preferisco non svelare niente riguardo al futuro, anche perché non sempre il domani è come pensiamo che sia. Una cosa è certa però, se avrete ancora voglia e tempo da dedicarmi, sarò lieto di farmi risentire. Vi ringrazio nuovamente per lo spazio che mi avete concesso, vi faccio i complimenti per il blog che migliora sempre più, e vi mando un caloroso saluto.

Ed anche per questa volta è tutto. Ringraziando ancora una volta tutti gli autori che continuano a mandarci le loro opere e voi instancabili lettori che ci seguite fedelmente, auguro a tutti una Buona Lettura e, mi raccomando, non perdete il prossimo appuntamento con Letto e Bloggato che, anche se non accetta più adesioni), continuerà puntuale come sempre!

Letto e Bloggato: Zeroventicinque

Inauguriamo questo Marzo 2013 con un nuovo appuntamento con l’ormai irrinunciabile rubrica Letto e Bloggato. Questa settimana dedichiamo il nostro spazio a”Zeroventicinque“, ultima fatica letteraria di Fiorella Carcereri (che abbiamo già incontrato nel presentarvi la sua raccolta di aforismi “La vita in sintesi”), edito dalla Aletti Editore.

Sul Libro:
Arriva un momento dell’esistenza in cui ci si sente pronti a fare dei bilanci e si trovano il coraggio e la pazienza per rovistare nella propria vita alla ricerca di fatti mai del tutto dimenticati, emozioni cristallizzate nel tempo ma ancora vive e pulsanti nel cuore, fermi immagine di ricordi incancellabili. La presente raccolta è scaturita da un lavoro di scavo interiore e di ricomposizione dei frammenti che sono venuti via via alla luce, una sorta di viaggio a ritroso della memoria negli scaffali polverosi, ma ancora pregni di vita, della biblioteca dei ricordi. Ciascuno dei quarantadue racconti della raccolta si focalizza su di un episodio diverso ma è legato a doppio filo a tutti gli altri e ogni storia ha segnato un momento di svolta nella vita dell’autrice stessa. Come intuibile dal titolo proposto per la raccolta, l’autobiografia copre il periodo che va dall’infanzia alle prime esperienze della vita adulta, passando per un’adolescenza, spesso dolorosa, con la quale i conti sembrano non essere ancora in pari.

La mia opinione:
Raccontare la propria vita per scoprire o svelare quelle degli altri è quanto fa e continuerà a fare, che ne sia consapevole o meno, ogni narratore destreggiandosi nello spazio intermedio a cavallo tra autobiografia e romanzo o , come in questo caso, raccolta di racconti. Fiorella Carcereri in questi 42 frammenti di vita, tra speranza e disincanto, animati da un forte senso di giustizia, disegna un cerchio perfetto dentro il quale racchiude cronache di memorie che si fanno universali destando nel lettore il desiderio all’immedesimazione e lo stimolo a riconoscersi in certe situazioni narrate. Contando su di un io narrante schietto e che fa piovere lungo le pagine episodi privati e non, il volume scorre rapido e profondo. La narrazione della Carcereri dimostra brio e maturità non perdendo l’occasione per raccontare l’Italia del recente passato e i cambiamenti che il nostro paese, e noi con lui, ha subito. Un libro interessante che si fa bilancio e riflessione di un percorso intessuto di luce e oscurità. Una conferma per un’autrice da tenere d’occhio.

E ora l’intervista con l’autrice:

Ciao Fiorella, bentornata su Pane e Paradossi-Letto e Bloggato. Che ne dici di iniziare parlandoci di “Zeroventicinque” e di come è nata l’idea per il libro?
Innanzitutto grazie per avermi nuovamente ospitata sul Vostro blog.
“Zeroventicinque” è un libro-non libro, nel senso che, come intuibile da titolo scelto ed ancor meglio leggendo la sinossi, rappresenta una sorta di diario delle tappe principali della prima parte della mia vita, dall’infanzia all’età di venticinque anni. Non ho mai avuto l’abitudine di tenere un diario ma, ad un certo punto della mia vita, ho sentito il bisogno di andare a rovistare nei cassetti polverosi della mia memoria per cercare di ricostruirne uno a posteriori. Pur essendo una donna proiettata nel futuro e con mille idee e progetti da realizzare, sono sempre stata molto legata ai ricordi e alla memoria perché, come dice Oliver Sacks, “la nostra memoria è la nostra coerenza, la nostra ragione, il nostro sentimento, persino il nostro agire”. “Zeroventicinque” copre l’arco temporale di due decenni importanti della nostra storia, gli Anni Settanta e Ottanta, anni in cui molti, leggendo il mio libro, si potranno forse riconoscere. Spero di essere riuscita a trasmettere ai miei lettori, insieme allo spirito di quegli anni, emozioni, sorrisi ed anche un po’ d’ironia.

Per qualunque autore è sempre difficile dare “in pasto” al pubblico la propria opera, soprattutto se, come nel tuo caso, ha profonde connotazioni biografiche. Vuoi raccontarci come sei giunta a questa decisione?
“Dare in pasto” è una parola grossa, anche se scrivere opere autobiografiche può a volte risultare imbarazzante o complicato. Personalmente, non ho trovato grandi difficoltà perché la scrittura proiettata su di me e sulle mie personali esperienze è quella che mi riesce meglio. Permettimi di citare, al riguardo, la grande Susanna Tamaro che nel suo recentissimo romanzo autobiografico “Ogni angelo è tremendo” afferma a tale riguardo: “Scrivere vuol dire andare a fondo alle cose, con lucidità, crudeltà, senza farsi abbagliare da niente…Tutti i miei libri attraversano l’oscurità, non per il compiacimento di farlo, ma per scoprire il punto in cui, a un tratto, il buio misteriosamente si può trasformare in luce…Soltanto nel momento in cui si accetta l’inquietudine come dato fondante, si entra davvero nell’umanità”.

Com’è stato scrivere questo libro? Quali sono stati i momenti più importanti e quelli più difficili?
Si tratta di quarantadue racconti scritti in momenti diversi e solo successivamente riuniti per formare la raccolta. Non ho incontrato particolari difficoltà, il flusso emozionale non si è mai interrotto durante la scrittura. Vi sono stati solo due o tre momenti di dolore e rabbia raccontando di fatti che hanno segnato in particolar modo il mio cammino, ma quando si sceglie di parlare di sé è implicito che si debbano affrontare anche queste situazioni.

Per Calvino “scrivere è sempre nascondere qualche cosa in modo che poi venga scoperto.” Cosa vorresti che i lettori scoprissero con la lettura del tuo libro?
I fatti sono raccontati in mondo molto semplice, come pure le emozioni, positive o negative, che ho provato. Lascio ad ogni singolo lettore la fantasia e la libertà di immedesimarsi o meno nelle mie storie. Mi auguro che, leggendomi, ognuno possa scoprire qualcosa di più di se stesso e della propria anima oppure riconciliarsi con il proprio passato se vi sono ancora dei conti che non tornano, come nel mio caso. Il mio libro non nasconde nulla, o forse tutto. Dipende dall’interpretazione che ciascuno ne potrà dare.

Progetti per il futuro di cui ti va di darci qualche anticipazione?
Dopo due ebook, “La vita in sintesi” (Libro Aperto Edizioni) e “Zeroventicinque” (Aletti Editore), finalmente in uscita a marzo/aprile 2013 i miei primi due libri cartacei.
Si tratta della raccolta di poesie dal titolo “Senza rete” edita da Edizioni Ensemble (Roma) e del romanzo “Amore latitante” che sarà pubblicato da Edizioni Arpeggio Libero (Lodi).
Vi do appuntamento a presto con tutte le mie novità e di nuovo grazie!

E anche per questa settimana è tutto ^__^
Ringraziando ancora una volta tutti gli autori e gli editori che continuano a mandarci le loro opere e voi instancabili lettori che ci seguite fedelmente, auguro a tutti una Buona Lettura, vi lascio con il booktrailer del libro e, mi raccomando, non perdete il prossimo appuntamento con Letto e Bloggato! ;)

The Kingdom – La Signora dei Cimiteri

The kingdom – La signora dei cimiteri” di  Amanda Stevens, uscito da pochissimo per la Harlequin Mondadori (collana hm al prezzo di 6,90 Euro in versione Ebook), secondo volume, dopo The restorer di cui vi ho parlato QUI, della serie giallo/paranormale The Graveyard Queen (La Signora dei Cimiteri)
Protagonista del libro è ancora una volta Amelia Gray, una giovane restauratrice di cimiteri con la straordinaria capacità, da quando aveva 9 anni, di vedere i morti. Questo suo “dono” è soprattutto una maledizione in quanto i fantasmi hanno la brutta abitudine di attacarsi ai vivi e succhiare loro l’energia vitale rendendoli infine dei gusci vuoti fatti solo di diperazione. Addestrata fin da piccola dal padre adottivo (con le stesse capacità) Amelia ha sempre finto di non vedere le entità che la circordano.

TRAMA:
Sono Amelia Gray e mi chiamano la Signora dei Cimiteri. Ho ricevuto l’incarico di restaurare un vecchio camposanto nella cittadina di Asher Falls, South Carolina, raggiungibile solo in barca. Ma credo che in realtà ci sia un’altra ragione se sono stata chiamata qui. Sento una sorta di legame che non riesco a spiegarmi e a comprendere. Perché c’è un cimitero in fondo al lago? Perché vengo attirata di continuo verso una tomba nascosta che ho scoperto nel bosco? C’è qualcosa in questa città che la fa avvizzire. Si respira un’atmosfera di morte e il male è in mezzo a noi. Forse tutto cambierà se riuscirò a scoprire la verità nascosta dal velo che separa i vivi dai morti.

Finalmente il seguito di The Restorer! E anche se per ora il libro si trova solo in edizione ebook non vedo l’ora di scoprire se e come si evolverà la storia tra Amelia e il tormentato (in tutti i sensi visti i due fantasmi che lo seguono) ma affascinante detective John Devlin. Senza contare che ritengo questa una delle serie thriller fantasy meglio scritte degli ultimi tempi ;)

 

Letto e Bloggato: Volo per te

Bentornati! Da bravi fedeli lettori spero che non vogliate perdervi un nuovo “succulento” appuntamento con Letto e Bloggato . Questa settimana ho deciso di dedicare un pò di spazio a “Volo per te” (Pagine: 82, Prezzo: euro 12,00), romanzo d’esordio di Maria Mancusi, pubblicato da La Riflessione-Davide Zedda Editore.

Sul libro:
Apro la finestra affinché la mia musica possa arrivarle e il vento mi porta il profumo di lei. È vicina…
… Nel cuore si agita un nuovo segreto: la felicità è non tradire se stessi, mai.

Un viaggio dell’anima e del corpo quello di Bruno: ritornare, dopo anni di assenza, al proprio paese d’origine, con l’illusione di rimediare agli errori del passato, di riappropriarsi dei sogni dell’adolescenza, di recuperare il progetto di vita immaginato per sé è l’unica motivazione che lo spinge a tollerare il vuoto della sua esistenza. Nella casa paterna rivive i momenti della sua vita e l’episodio che lo ha irrimediabilmente segnato…
Sul filo dei ricordi si dipana una storia di perdono e redenzione. Ma soprattutto di speranza.

La mia opinione:
Esiste una parola: lìtost. E’ una parola della lingua cèca di difficile traduzione. Per Kundera è uno “stato doloroso suscitato dallo spettacolo della nostra miseria, scoperta all’improvviso”. Una malinconia, un rimorso, una nostalgia, un rimpianto che in “Volo per te” vengono lievemente scanditi dalla voce interiore del protagonista. Arrivato alla maturità Bruno deve fare i conti con le scelte fatte. Con la consapevolezza di aver visto, giorno dopo giorno, affondare malinconicamente i propri ideali, soffocati nelle spire di una vita mai decisa ma solo subita. In una dolente, intima e ben condotta analisi si palesano al lettore le asperità e le crepe di un’esistenza in cui l’amore (per la vita, per la famiglia, per la musica e per una donna) sfiorisce senza sbocciare mai completamente. Con notevole maturità narrativa e profonda intensità emozionale l’autrice riesce a tratteggiare il ritratto di un uomo solo che ha fatto a meno di tutti (anche di se stesso) e che ora non può fare a meno di venire a patti con le sue fragilità (svelando insieme ad esse anche quelle del lettore) fino alla catarsi finale. Un libro che convince e a tratti commuove dalla prima all’ultima pagina.

E ora l’intervista all’autrice:

Ciao Maria, benvenuta su Pane e Paradossi-Letto e Bloggato. Che ne dici di iniziare raccontandoci qualcosa di te, cosa ami fare, come ti sei avvicinata alla scrittura e qual è il suo ruolo nella tua vita?
Cosa amo fare? Leggere. Più di tutto. E scrivere quando un’emozione mi pungola. Mi sono avvicinata alla scrittura da bambina, un po’ per inclinazione – credo naturale – un po’ perché ho avuto insegnanti che mi hanno stimolata molto; oggi, questa passione mi permette di capire, di interessarmi alla vita e alla sensibilità degli altri.

Come nasce “Volo per te”? Qual è stato l’input, la situazione o il personaggio che ha dato il via alla creazione del romanzo? Com’è stato scrivere questo libro? Quali sono stati i momenti più importanti?
Ho scritto “Volo per te” negli anni universitari. Il confronto con gli altri colleghi, le inquietudini della mia generazione sono stati l’input che ha dato avvio all’idea del romanzo. Scrivere questo libro è stato complesso, per certi versi doloroso. Bisognava che il protagonista rispondesse con la sua vita alla domanda più importante che oggi si ci possa porre: quale spazio ha la vita di tutti, in un mondo che dimostra di non avere spazio per le vite di tutti, per i sogni di tutti. Spero di essere riuscita in questo.

Ho molto apprezzato la vivida caratterizzazione del tuo protagonista e l’efficace approfondimento psicologico che hai utilizzato per descriverlo al lettore. Da dove hai tratto l’ispirazione per crearlo? Come hai bilanciato la ‘quota’ autobiografica e quella di pura invenzione?
Bruno, il protagonista, è assolutamente un personaggio di pura invenzione, come del resto tutta la trama. La sua “quota autobiografica” è tutta, se così si può dire, nel percorso intimo, attraverso cui raccontando se stesso, Bruno racconta le ansie dei nostri tempi. Come ti dicevo prima, l’ispirazione per crearlo è venuta ascoltando e vivendo le aspettative della mia generazione.

Per Calvino “scrivere è sempre nascondere qualche cosa in modo che poi venga scoperto.” Cosa vorresti che i lettori scoprissero con la lettura del tuo libro?

Vorrei tanto che “Volo per te” divenisse per i lettori un’occasione per porsi delle domande sul senso della vita, per trovare lo stimolo a creder in se stessi, a non tradirsi.

Il “calvario” con cui tutti gli autori devono prima o poi confrontarsi: la ricerca di un editore. Vuoi raccontarci qualcosa dei passi che hai dovuto fare per vedere finalmente pubblicato “Volo per te”? È stato tutto come ti aspettavi?
In verità, la pubblicazione è arrivata, per me, quasi per caso. Non l’ho cercata. A un certo punto ho solo deciso di mettermi in gioco e da allora il passo è stato breve.

Si fa un gran parlare della profonda crisi che sta attraversando il mondo dell’editoria: troppi che scrivono e pochi che leggono. Come vanno, secondo te, le cose? L’avvento di nuove piattaforme per il self-publishing, come ad es. Amazon, o la crescita dell’offerta di ebook credi stiano cambiando, e se si come, il panorama editoriale italiano?
Lo stanno cambiando, ma forse ancora non ne abbiamo percezione. Di sicuro lo cambieranno tantissimo. In più di un senso. Per un verso, infatti, sarà possibile a testi e autori che diversamente rimarrebbero sommersi farsi conoscere e apprezzare, dall’altro, ancora una volta, i meccanismi della rete e la sua viralità, che non sempre fanno emergere cose degne di nota, non garantiscono sul fatto che la letteratura del futuro sarà migliore di quella presente o passata. Cambierà probabilmente il sistema di selezione, non più e non solo affidato agli editor delle case editrici, ma anche e direttamente a un pubblico più vasto ed eterogeneo, e se fino a oggi si è temuta la scure dei pochi che decidevano le sorti di un testo, domani dovremmo domandarci che cosa farà un testo gradito al popolo della rete e soprattutto che cosa ne condizionerà il successo. Non credo solo ed esclusivamente la sua qualità. Sinceramente e da idealista, mi piacerebbe vedere la letteratura sganciarsi dal concetto di “prodotto”.

Da dove parte la tua storia di lettrice? Quali generi letterari ti affascinano? Quali sono i tuoi autori feticcio, quelli che ami leggere e rileggere? C’è un libro dei libri?
Non ho un libro feticcio. Mi piace leggere generi diversi e autori diversi, ma ho un’affezione particolare per Saramago, Garcia Marquez, Calvino, Pessoa.

Progetti per il futuro di cui vuoi darci qualche anticipazione?
Ovviamente scrivere ancora. Ho in progetto un testo diverso da “Volo per te”, in cui tento di scandagliare i mille volti della femminilità. Spero sia pronto presto, sono un po’ pigra nella scrittura, forse perché mi piace gustare ogni parola scelta.

Ed anche per questa volta è tutto. Ringraziando ancora una volta tutti gli autori che continuano a mandarci le loro opere e voi instancabili lettori che ci seguite fedelmente, auguro a tutti una Buona Lettura e, mi raccomando, non perdete il prossimo appuntamento con Letto e Bloggato che, anche se temporaneamente in pausa (le adesioni sono al momento sospese), continuerà puntuale come sempre!

Letto e Bloggato: Anime impure – La rivelazione

In questa inizio Ottobre particolarmente “umido” vi propongo, giusto per tirarvi un pò su il morale (almeno spero ^_^) un nuovo appuntamento con Letto e Bloggato . Tra le tante adesioni ricevute, questa settimana ho deciso di dedicare un pò di spazio a “Anime Impure – La rivelazione (disponibile a 0,89 Euro su Amazon o gratuitamente sia sul sito dell’autore che su ebookgratis.net)  opera prima di Cristino Signorino e primo libro di una trilogia di cui è già disponibile il secondo volume “Anime Impure- L’esilio delle ombre”.

Sul libro:
E’ per affrontare le difficoltà che combatto. E’per dimenticare la paura che io amo. E’ per sollevare dal dolore chi mi è accanto che uccido. Grazie alla sofferenza io vivo.

Gabriel è giovane, avrebbe tutta la vita davanti, ma non crede più in niente; ha perso tutto: la donna che amava, i genitori e anche se stesso. Prigioniero della droga, ha preso una terribile decisione. Ma l’incontro con una donna misteriosa e affascinante di nome Gill sconvolgerà la sua esistenza, trascinandolo in un mondo oscuro, abitato da creature fantastiche e potenti..

La mia opinione:
Nell’aria sporca di una città crespuscolare un eroe-antieroe randagio, dall’anima divisa, deve fare i conti con l’insoddisfazione divorante.
Le disillusioni di ogni giorno, i dolori insanabili, si accumulano fino a trasformarsi in abissi di fragilità da cui è impossibile guarire. Si spegne perfino la necessità di far rotolare i dadi avuti in sorte e la belva affamata di pace e oblio  che il giovane protagonista si sente ruggire dentro  diventa sprone all’autodistruzione. E così il male di vivere cambia faccia, si tramuta in un altro tipo di insondabile tenebra. Si trasforma in qualcosa di accettabile, forse persino di desiderato, attraversando la linea invisibile che esiste tra il quotidiano e lo straordinario. Manipolando abilmente tematiche morali e attualissime difficoltà sociali, l’autore ingloba con successo nella narrazione incubi notturni, macabre apparizioni e rituali esoterici riuscendo a tenere il tutto in equilibrio senza scadere mai nel già visto o nello sproporzionato. Un buon romanzo dove il mito, il fantasy e la suspance risultano importanti quanto i sentimenti e la sensualità. Impossibile non desiderare leggere il seguito.

Ed ora l’intervista all’autore:

Ciao Cristiano, benvenuto su Pane e Paradossi-Letto e Bloggato. Che ne dici di iniziare raccontandoci qualcosa di te, cosa ami fare, come ti sei avvicinato alla scrittura e qual è il suo ruolo nella tua vita?
Ciao e grazie per avermi accolto sul vostro blog.
Ti confesso che ho sempre avuto qualche difficoltà a raccontare di me. Per farla breve, credo che la cosa più importante da sapere sul mio conto è che sono un sognatore. Tutto il resto è, in un modo o nell’altro, una diretta conseguenza. La scrittura, probabilmente, è la principale di queste conseguenze.
Ho iniziato a scribacchiare qualcosa, attorno ai diciotto o diciannove anni. Allora si trattava per lo più di pagine di quaderno, usate a mo’ di diario, a cui affidavo idee, emozioni, riflessioni e brevi racconti. La scrittura era una silenziosa confidente e un modo di tenere in ordine i miei pensieri.
Soltanto di recente, circa una decina di anni fa, mi sono avvicinato alla scrittura creativa, realizzando un paio di brevi scritti sperimentali. Il 2008 è stata la volta della prima opera complessa, ovvero: Anime impure. La rivelazione

Come nasce “Anime Impure – La rivelazione”? Qual è stato l’input, la situazione o il personaggio che ha dato il via alla creazione del romanzo e al progetto della trilogia urban fantasy che ne deriverà?
Come ho accennato prima, la scrittura è sempre stata un po’ la mia confidente. Negli anni immediatamente precedenti alla pubblicazione del romanzo attraversai un gran brutto periodo e per superarlo cercai aiuto nella scrittura. Scrissi moltissimo per mesi e mesi. Scrissi su di me, sugli altri e, più in generale, su tutto ciò che mi passava per la testa. Mi fermai soltanto quando riuscii a cogliere in tutte quel pensare e scrivere una sorta di “personalissima interpretazione della realtà”, a cavallo tra il mondo fisico e quello metafisico. A quel punto, mi resi conto, mutaforma, folletti, spettri, demoni e altre creature iniziarono a danzare nella mia immaginazione, evocando un mondo affascinante, doppio del mondo reale. Una sorta di oscuro Attraverso lo specchio.
Come non scriverci su una storia?

Quali sono stati gli aspetti che hai cercato di valorizzare e far emergere maggiormente in questa storia?
Principalmente, il travaglio interiore del protagonista, Gabriel, e la sua battaglia per affrontare il disagio. Allo stesso tempo, però, ho cercato di gettare le basi per la descrizione una realtà “alternativa” con il suo popolo, le sue leggi e tradizioni.

“Anime Impure – La rivelazione” è il tuo primo libro, nonché primo volume di una saga dark fantasy. Rivolgerti a questo genere è stata una tua scelta consapevole o semplice frutto dell’ispirazione del momento? Trovi che ci siano differenze, e se si quali, tra il modo di scrivere fantasy nostrano e quello degli autori nordamericani? Infine ci vuoi parlare un po’ del progetto per questa tua trilogia?
Per via della particolare genesi, Anime impure. La rivelazione, o meglio, la realtà in cui il romanzo è ambientato è nata già come parte di un universo dark fantasy. Da questo punto di vista, credo si possa affermare che sia stato più frutto di ispirazione e non di una mia scelta consapevole.

Rispondere a una domanda del genere richiederebbe fiumi di inchiostro. Certamente, oggi, alcuni autori nordamericani influenzano tanto (forse troppo) alcuni scrittori nostrani. Durante il boom del fantasy ho letto molti romanzi, alcuni pubblicati e altri ancora in nuce, che ricordavano da vicino i best-seller fantasy del momento.
Il progetto “trilogia” è nato durante la scrittura del romanzo. Forse perché ero, e sono, ancora alle prime armi con la scrittura creativa, non sono stato in grado di creare un’unica opera in cui raccontare la storia per intero. Da qui l’idea di suddividere la narrazione in tre volumi. A oggi, ho già scritto e completato anche il secondo volume della serie, Anime impure. L’asilo delle ombre. Il terzo, e quasi sicuramente ultimo romanzo della saga, è ancora allo stadio embrionale. Spero vivamente, una volta concluso questo progetto, di essere almeno andato vicino all’intento di creare “un mondo dietro il mondo” e di aver dato ai lettori la chiave per interpretare le metafore disseminate lungo la narrazione.

Questo è il tuo primo romanzo e hai scelto, dopo una prima pubblicazione a pagamento, di
auto-pubblicarlo in formato digitale tramite Amazon. Ci vuoi raccontare i motivi di questa
tua decisione? È stato tutto come ti aspettavi? Lo consiglieresti anche ad altri giovani autori?
Com’è il mondo dell’editoria visto con gli occhi di un autore esordiente?

Una volta scaduto il contratto che mi legava alla casa editrice, non volevo rassegnarmi al “pensionamento” della mia opera e ho vagliato varie opportunità per mantenere il mio romanzo disponibile alla lettura. Da subito, ho scelto di evitare la pubblicazione a pagamento sia perché non avevo risparmi da investire nell’operazione; sia perché, già pochi mesi dopo la pubblicazione di Anime impure. La rivelazione a opera del vecchio editore, mi ero reso conto della sproporzione tra esborso e relativa promozione letteraria.
La prima soluzione presa in considerazione è stata quella di rivolgermi ad alcune case editrici che non richiedevano il contributo dell’autore ma dopo aver atteso quasi un anno sia La rivelazione che L’asilo delle ombre non avevano ricevuto altro che rifiuti. A spingermi definitivamente sulla strada del’auto-pubblicazione sono state proprio le motivazioni di questi rifiuti. I miei romanzi erano state respinte perché aver pubblicato il primo romanzo della saga con una casa editrice rendeva l’intera serie poco commerciabile per le altre. Come autore, ho trovato queste spiegazioni talmente odiose da lasciare perdere case editrici e leggi di mercato e fare tutto da me. Da qui la decisione di realizzare gli ebook e di pubblicarli sul mio sito web e su altre piattaforme. In fondo ciò che conta è scrivere ed essere letti. Tutto quello che gira intorno a questo assunto di basa conta poco o nulla.
Per rispondere alle restanti domande, se permettete, citerei un breve estratto del componimento E così vorresti fare lo scrittore di Charles Bukowski (di cui consiglio la lettura integrale) che capita spesso di leggere sui forum e sui blog che riguardano gli scrittori esordienti:

E così vorresti fare lo scrittore?
Se non ti esplode dentro
a dispetto di tutto,
non farlo
a meno che non ti venga dritto
dal cuore e dalla mente e dalla bocca
e dalle viscere,
non farlo.

se devi startene seduto per ore
a fissare lo schermo del computer
o curvo sulla macchina da scrivere
alla ricerca delle parole,
non farlo.

se lo fai solo per soldi o per fama,
non farlo [...]

Hai delle tecniche narrative, dei trucchi, dei riti o luoghi che ti conciliano meglio il processo creativo a cui non riesci a rinunciare quando scrivi? Insomma, come ti rapporti alla “famigerata” pagina bianca?
Un paio di volte, in effetti, ammetto di aver pensato di innalzare un piccolo altare a Calliope, giusto per scongiurare il pericolo del blocco scrittore ma ho sempre finito col desistere dall’intento.
Non ho una formazione “stutturata” da scrittore e quindi il mio scrivere è un continuo sperimentare. L’unico strumento cui finora ho sempre fatto ricorso è stato quello di schematizzare la narrazione secondo un particolare paradigma. Si tratta di un “trucco” da sceneggiatori che ho letto in Screenplay di Syd Field. Trovo che il paradigma suggerito da Field per le sceneggiature non si adatti perfettamente alla composizione di un romanzo ma permette comunque di esaminare in maniera accorta le linee generali della narrazione.
Per il resto quello che serve è una gran dose di pazienza perché, spesso, una storia viene scritta solo quando è lei a voler essere raccontata.

Da dove parte la tua storia di lettore? Quali sono i tuoi autori feticcio, quelli che ami leggere
e rileggere? C’è un libro dei libri?

Ho letto il mio primo romanzo tra gli otto e i dieci anni: Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne. Mi piacque tantissimo. Col passare degli anni continuai a leggere in maniera discontinua ma il fantasy divenne da subito il mio genere letterario d’elezione.
A conti fatti, se dovessi scegliere un unico autore e un unico romanzo, la mia scelta cadrebbe su Neil Gaiman e il suo American Gods. Credo di aver letto romanzi con trame anche più avvincenti, ma American Gods rappresenta una perfetta sintesi di quanto possa rendere davvero bello e interessante un romanzo.

3 imprescindibili regole per scrivere bene.
Più che regole, per scrivere bene credo sia opportuno avere tre caratteristiche fondamentali:
la pazienza necessaria a costruire una trama ben sviluppata;
l’umiltà di riconoscere i propri errori e i propri limiti;
la fantasia per cercare di scrivere trame originali e accattivanti.

Progetti per il futuro di cui vuoi darci qualche anticipazione?
Sicuramente la precedenza va alla conclusione della saga di Anime impure. Per il resto, non ho altri impegni letterari impellenti. Credo comunque che, come già è accaduto per questa trilogia, nel momento in cui incontrerò uno storia che vorrà essere raccontata, da bravo scrittore mi metterò alla scrivania e inizierò pazientemente a mettere tutto nero su bianco.

Ed anche per questa volta è tutto. Ringraziando ancora una volta tutti gli autori che continuano a mandarci le loro opere e voi instancabili lettori che ci seguite fedelmente, auguro a tutti una Buona Lettura e, mi raccomando, non perdete il prossimo appuntamento con Letto e Bloggato che, anche se temporaneamente in pausa (le adesioni sono al momento sospese), continuerà puntuale come sempre!

Letto e Bloggato: Blado 457

Dopo un appuntamento mancato (chiedo umilmente venia ^_^) torna Letto e Bloggato. Questa volta ri-ospitiamo con piacere Erika Corvo, autrice che avevamo già incontrato per l’uscita del suo avvincente “Fratelli dello spazio profondo” (potete andarvi a leggere la recensione e l’intervista QUI), che ci presenta il suo nuovo romanzo “ Blado 457” (Pagine 268, Prezzo versione cartacea: 14 Euro, Prezzo Ebook: 6.99 Euro) edito in versione cartacea e digitale dalla Youcanprint Edizioni e da Epubblica in versione esclusivamente digitale.

Il libro descritto dalla stessa autrice::
E’ il primo di una serie di quattro racconti ambientati in un futuro post atomico. Come ho scritto nella premessa di “Blado 457”, se l’argomento è stato utilizzato dagli scrittori di fantascienza fino alla nausea, non è detto che non si possa ancora scrivere qualcosa di valido in proposito, e soprattutto, qualcosa di inconsueto. I miei personaggi non sono mai i classici “eroi”. Sono persone talvolta insicure, che agiscono d’istinto invece che seguendo la logica e il dovere, che hanno dubbi, ripensamenti, e sentimenti contrastanti. In Blado 457, lui aveva una missione da portare a termine e rischia di rovinare tutto per un’azione compiuta d’impulso; lei preferirebbe morire piuttosto che vivere in un futuro che si presenta sotto forma di quello che ha sempre rifiutato. Il tutto è condito da colpi di scena, combattimenti, mostri, invasioni, in un ritmo veloce e coinvolgente. E poi basta, leggetevelo. Se vi racconto tutto io, che senso ha?

La mia opinione:
Il mondo come lo conosciamo è finito. Si è spento nella poco fantasiosa ma fin troppo plausibile cacofonia di scoppi atomici. Gli umani sono sopravvissuti. Decimati, malridotti, preda di mutazioni e separati in opposte fazioni. L’una aggrappata all’idea di tenere in vita ad ogni costo un passato ormai dimenticato e l’altra che vede nel ritorno alla natura, nella sua accezione più primitiva, un nuovo inizio. Due mondi chiusi nella loro ottusa e ottundente convinzione che rappresentano efficacemente l’insoluto conflitto natura vs tecnologia.
Tra apologia classica dell’umana natura e critica sociale (su tutto spicca il ruolo della donna come peculiare e limitato strumento riproduttivo), utilizzando una forma originale e matura di realismo, Erika Corvo riesce a sviscerare concetti sociali e morali complessi con la massima naturalezza, evolvendoli al servizio della narrazione e descrivendo un mondo che è il nostro e allo stesso tempo non lo è, ed invitando chi legge a riflettere e a guardare in faccia il presente.
Grazie a un linguaggio essenziale ma allo stesso tempo figurativo, l’autrice dimostra una ricchezza di argomentazioni e di inventiva che non può che catturare il lettore e renderlo partecipe di una storia intrigante e piena di sorprese. Tra scene d’azione ben costruite, personaggi vividi e indomiti, “Blado 457″ adempie allo scopo che ogni buon libro di fiction dovrebbe tenere sempre presente: far esistere il pensato e l’immaginato…Almeno fino all’ultima pagina.

Ed ora l’intervista all’autrice:

Ciao Erika, bentornata su Pane e Paradossi-Letto e Bloggato.
Che ne dici di iniziare parlandoci un po’ di questo tuo nuovo romanzo? Com’è nato “Blado 457”? Qual è stato l’input, la situazione o il personaggio che ha dato il via alla creazione del libro?

Ho la strana abitudine di “dedicare” tutti i miei racconti a qualche luogo che mi ha colpito particolarmente, a qualche situazione particolare, o a qualcuno. Per diciassette anni ho fatto vendita porta a porta, vagabondando su e giù per tutta la Lombardia. Completamente sola da mattina a sera, pioggia, sole, neve, vento, e due bambini a casa. E mentre sei in macchina, a che pensi? Inventi storie, amici immaginari che ti tengano compagnia, e che ti rassicurino dicendoti che anche quella sera tornerai a casa sana e salva e con qualche soldo in tasca. Perché fino a quando loro riusciranno a districarsi dai guai, potrò farlo anch’io.
Ero dalle parti di Bollate, ferma davanti ad un passaggio a livello, e su un muretto c’era il tag di un writer (ovvero un nickname scritto con le bomboletta di vernice spray), appunto Blado, seguito da un numero. Non avevo ancora inventato nessuna storia, quel giorno. Come è nata la storia? Da tutte le riflessioni davanti al tag e al passaggio a livello chiuso.
Blado. Chi potrebbe essere uno che si chiama Blado? Sembrerebbe il nome di un guerrigliero, da Blade, lama. E il numero? Sarà un guerrigliero post-atomico, dove la gente ha i numeri al posto del nome. E perché dovrebbero avere dei numeri? Non ce l’hanno un padre e una madre? Evidentemente, no. Non ce li hanno, perché non ci sono più donne, e i bambini vengono allevati dalla comunità. Che comunità del cavolo è, che non permette ai bambini di conoscere la loro mamma? Una roba aberrante, da cui scappare. E dove scappa, allora? Via, lontano. Cerca di creare qualcosa di più umano, lontano dalle radiazioni, visto che è un mondo post-atomico… Beh, insomma, tutta una concatenazione di idee, una dietro l’altra. E come dice Vasco, “a noi non resta che scriverle in fretta, perché poi svaniscono, e non si ricordano più…” Quando si è alzata la sbarra del passaggio a livello, Blado 457 esisteva.
Quando scrivo ho bisogno di nomi, e visto che tutto è partito da un tag, ho usato i nomi dei writers per i personaggi del racconto. I loro tag variopinti e fantasiosi hanno foraggiato la mia inventiva, e hanno riempito questo ed altri racconti: Noce, Pongo, Enk, Fly Soul, Robin, i Bor Clan, e tutti gli altri.
Sarebbe bello, un giorno, rispondere al telefono e sentirmi dire: ciao, sono Noce.
Per amore di cronaca, bisogna dire che Blado non è il primo racconto della serie post-atomica, ad essere stato scritto. Prima di questo, ho scritto “La leggenda di Taman Shoudy”, “Dvostruk”, e “Tutti i Doni del Buio”. I primi due racconti sono stati dedicati alla ex Yugoslavia, e quasi tutti i nomi dei personaggi sono in serbo croato. Il terzo è dedicato alla Grecia, e i personaggi hanno nomi greci o dal suono greco. L’ultimo racconto post-atomico che ho scritto, è “Shadir, i guerrieri ombra”, che ho dedicato al mondo del wrestling. Ogni personaggio è un wrestler, e sarà un bel gioco, per gli appassionati, riuscire a riconoscerli e identificarli tutti.
Ogni storia è incentrata su un particolare tipo di razza mutante: i Grandi alati per Taman Shoudy e Dvostruk, gli Shakars per I Doni del Buio, e gli Shadir per i Guerrieri Ombra. Ma ad un certo punto mi sono posta un problema: un mondo post-atomico, sì… ma da dove era nato, tutto questo? Da dove era iniziata, l’era del Dopo Bomba? Da qualche parte e in qualche maniera, doveva pur essere iniziato tutto quanto! Blado è nato per dare un senso a tutto l’insieme: il conflitto nucleare, e il passaggio dal vecchio mondo al nuovo; la nascita delle razze mutanti, il regresso della razza umana, decimata e tornata ad una civiltà rurale, e l’avvento di una nuova religione.

In “Blado 457” ci troviamo in un futuro post- apocalittico e il libro sembra appartenere alla nuova rinascita del genere “distopico” che, dopo le narrazioni fantapolitiche antitotalitarie della prima metà del Novecento, si sta ritagliando sempre più spazio nelle nostre librerie. So che tu hai scritto il libro molto prima che la rinascita di questa corrente prendesse piede nel nostro paese. Come ti trovi ora ad aver precorso in maniera così profetica i tempi? Trovi che ci siano differenze, e se si quali, tra il modo di scrivere sci-fi nostrano e quello degli autori nordamericani?
Va bene che sono vecchia, ma dici che il distopico è nato a metà del Novecento e io ho scritto Blado prima di questa corrente, anzi, molto prima…. mi hai presa per Rita Levi Montalcini, che ha passato i cent’anni? Ne ho solo 53, anche se tra poco diventeranno 54. Beh, in effetti ho qualche annetto più di voi, e le cose le vedo sotto un punto di vista decisamente diverso. Io non ho precorso i tempi, io ho vissuto quando per voi era ancora il medio evo! Voi lo chiamate futuro distopico, io lo chiamo passato prossimo. Quando sono nata io, la tv si andava a vederla al bar, perché nessuno ce l’aveva in casa. Sempre che ci fosse un bar con la televisione, perché mica tutti i bar potevano averla! Il telefono era una scatola nera appesa al muro, e la linea bisognava dividerla tra due famiglie. Nelle case di ringhiera, ogni dieci famiglie c’era un cesso alla turca, altro che il bagno in casa! Se di notte ti scappava, dovevi uscire, o c’era il pitale. Nelle case c’era una stufa a legna o a carbone nella stanza principale, e tutte le altre erano gelide; per scaldare i letti c’era il telaio di legno con le braci. Il negozio più fornito aveva dieci cose in tutto, e per fare la spesa si doveva girare mezzo quartiere, di bottega in bottega. Oppure andavi nel prato e raccoglievi il tarassaco, che allora si chiamava “insalata matta”, e si metteva nel risotto. Se stavi male, le nonne conoscevano tutte le erbe e i decotti per guarire: non c’era mica il dottore per tutti: costava! Le donne non portavano il burka, ma il fazzoletto sulla testa e la gonna fino alle caviglie, sì, ed era praticamente un obbligo, se non volevi passare per una “poco di buono”, come si diceva allora. Sapete una cosa che vi farà ridere? Tutte quelle cose obsolete, noi le chiamamvamo meraviglie della civiltà. Per quelli della mia generazione, era tanto. Io ho soltanto preso dei pezzi del passato e gli ho dato nome “futuro”. La vera fantascienza consiste nel fatto che ci siate cascati; avete creduto davvero, che io abbia descritto un futuro distopico, piuttosto che un passato prossimo! La casa di una mia zia aveva davvero le nicchie nei muri con uno straccio davanti, come armadietti. L’avrò detto mille volte, che gli psicologi sanno che per quanto si sforzi, uno scrittore possa soltanto raccontare se stesso.
Differenze tra gli scrittori nostrani e quelli d’oltre oceano? La differenza che noto di più, è che in America scrivono cose dinamiche: azione, movimento, ritmo incalzante, drammaticità, violenza, forza, passioni…
A parte rare eccezioni, libri o film, in Italia si vedono solo faccende da pippe nel cervello di gente che non ha nessun problema e allora se li inventa, tanto per far finta di fare del dramma. Le sole cose d’azione sono sulla mafia. I personaggi della letteratura e della filmografia italiana (a parte poche eccezioni, ripeto) sono: lui, lei e l’amante. Tette, culi, e ragazze sotto la doccia. (Non sono affatto puritana, ma è la realtà, non si vede altro.) Pierino. Il prete. Il carabiniere. Il mafioso. Il dottore (già molto raro, i dottori in tv sono praticamente tutti americani, quelli italiani si limitano a dire “Si spogli” alla Fenech). Straordinario pensare che con tutta la nostrana passione calcistica, non ci siano film italaiani “cazzuti” sul calcio (gli unici sono le commedie di Lino Banfi, con “L’allenatore nel pallone”), quando all’estero si vedono film tostissimi su ogni sport. Gli scrittori italiani “tosti”, all’americana, intendo, che scrivano roba movimentata e brillante, si contano ancora sulle dita di una mano. I film italiani “tosti”, idem. Non per osannare l’America, ma per criticare la povertà dei temi trattati nei film italiani, che nei cinepanettoni esprimono il massimo. Piccole perle tricolori che posso citare? Mi perdonino quelli involontariamente esclusi dall’elenco, ma così su due piedi, le perle sono ancora quelle del dopoguerra, con la Loren, Anna Magnani, Gino Cervi, Fernandel, Tognazzi, e di recente, Benigni e Tornatore. Che altro abbiamo, di interessante? Riguardo la fantascienza, poi, mi vengono in mente solo nomi americani. Mi dispiace, ma di italiano, non mi viene in mente proprio nessuno, sia per la letteratura che per il cinema.
Recentemente, alcuni giovani aspiranti attori e registi, hanno fatto un esperimento: riuscire a girare un cortometraggio sufficientemente valido da poter tranquillamente passare in tv, girandolo all’Ikea, all’insaputa di tutti, compresi i gestori e i commessi dello store. Ci sono riusciti benissimo. Non è che ci voglia molto…

Nel tuo libro le donne vengono ritenute sia meri strumenti di riproduzione e di salvaguardia della purezza della specie che nuove dee della fertilità e delle vita capaci di portare stabilità e saggezza ad una tribù. Visioni diametralmente opposte, ma con inaspettati punti di contatto. Come viene percepito oggi, secondo te, il ruolo e lo status della donna nella nostra società sempre più proiettata verso una mercificazione della femminilità?
Mah, che vi devo dire, la vedo tuttora piuttosto grigia! Per i baldi maschietti, noi donne siamo ancora oggetti che si buttano dopo averli usati. Non posso neanche dire “ che si comprano e si buttano”, perché non devono neanche comperarci. Voglio dire, dove le donne si comprano, quando le vuoi sposare, almeno hanno un valore, che ne so, di tre cammelli e due capre. Qui non devono neanche comprarci. Pensano di aver acquisito diritto di vita e di morte su una donna solo per aver loro offerto due volte la cena e andati al cinema tre volte. Dopodiché, se li vuoi lasciare, ti sgozzano. Se hai figli, fanno fuori anche quelli. Se hai parenti che cercano di difenderti, prendono il fucile e fanno una strage.
Se vuoi fare qualcosa nella vita, dai maschi devi solo difenderti. Se sei abbastanza gnocca, tutti vogliono portarti a letto. Se non lo sei, che vuoi, da loro? Non sei neanche buona da fottere! A parte che anche se sei un cesso, vai bene lo stesso, finché respiri; e magari anche se non respiri più ma sei ancora calda.
Magari sono così disillusa perché le mie esperienze con gli uomini sono state un tantino “movimentate”, diciamo. Ma dopo due mariti che cercano di farti fuori, non mi è rimasta molta simpatia per il genere maschile. Da giovane ero molto bellina; non avete idea di quanto me la stia godendo, ora che sono vecchia e brutta! Che liberazione!
Qualunque rivendicazione abbiano ottenuto le donne, l’hanno ottenuta a prezzi altissimi, e non certo col benestare dei loro mariti. Ed è l’unica strada percorribile, purtroppo. Combattere.
In Blado 457, la donna è vista da posizioni diametralmente opposte. Ma da ambo le parti, senza donne non c’è futuro. Che ci mettano in catene o sull’altare, in qualunque modo ci vedano, in qualunque modo ci trattino, fantascienza o realtà, senza donne non c’è futuro. Forse ce l’hanno tanto con noi, perché lo sanno.

C’è un genere, una forma letteraria, con i quali vorresti cimentarti e che non hai ancora affrontato?
Ho già in mente un altro racconto da scrivere su di un fantasma, praticamente psicologia pura: i viventi visti dal punto di vista di uno spirito. Ma dovrei avere tempo per scrivere, devo ancora copiare tutti i romanzi che ancora sono scritti a mano, e sono tanti…

Sperando di leggere al più presto un tuo prossimo romanzo, ti andrebbe di anticiparci i tuoi progetti per il futuro?
“Tutti i doni del buio”, della serie post-atomica, è pronto, appena trovo un po’di tempo lo mando a qualche editore. “Black Diamond” è ancora da rivedere un attimino, ma in definitiva è pronto anche quello. Sentirete presto parlare dei miei amici immaginari… sperando possano diventare anche amici vostri!

Grazie infinite per lo spazio che mi avete concesso e per la qualità delle domande, decisamente non banali e non scontate. Voi fate pubblicità a me, io la farò a voi, potete starne certi! Tutti sono capaci di fare domande. Perché siano domande intelligenti, ci vogliono persone sopra le righe, e voi lo siete.
Baci a tutti. Erika Corvo.

Ringraziando Erika per essere stata ancora una volta nostra graditissima ospite, non mi resta che salutare voi tutti fedeli lettori e ricordarvi di non perdere il prossimo appuntamento con Letto e Bloggato, che anche se “in pausa” continua a mietere vittime e a proporvi nuovi autori in cerca di lettori! ;)

Letto e Bloggato: Il ragazzo del Destino

Tornati tutti dalla già rimpianta pausa estiva? Mi sa di si ^_^ Per quelli che non ci hanno potutto seguire in vacanza, andate a repurerarvi gli ultimi appuntamenti con il nostro Letto e Bloggato di cui non abbiamo mancato nemmeno un aggiornamento.
Per chi è già in pari con le letture, eccovi un nuovo libro da scoprire: Il Ragazzo del Destino (Pagine: 336, Prezzo: €. 17,00), libro d’esordio di Maria Elena Gattuso, edito da Il Ciliegio Edizioni.Per saperne di più potete visitare il sito: illragazzodeldestino.jimdo.com

Sul Libro:
Il Destino, un insieme di eventi inevitabili e non solo. Nelle sue molteplici forme diviene umano possessore di corpi quasi assenti. Attorno ad esso, la vita di Rebecca, dolce e pensierosa, mossa da una inavvertita voglia di cambiamento. Tra i due un patto. Quest’ultima la parola chiave che lega immaginazione e calamità ad un breve arco di tempo: sette giorni alla protagonista per poter sconfiggere il fato. In lei, una domanda catartica, l’attrazione per le cosiddette coincidenze e un susseguirsi di prove che rendono instabile e lacunoso il suo cammino di trasformazione. Tra le pagine, l’Amore, inteso come cuore pulsante che recita realtà e desideri, lontano da spiegabili eventi e vicino a tipiche suggestioni giovanili. Eppure, il fulcro del romanzo resta la volontà. Ciò che muove il mondo è il non arrendersi anche quando scompare un ultimo spiraglio.

“Quel giorno sarei dovuta morire. Quel giorno sarei andata direttamente al Creatore. O forse me la sarei cavata con un trauma cranico e un paio di costole rotte. E invece no. Il Destino aveva altri progetti per me. Voi credete nel Destino? Io lo combatto, o almeno ci provo. Ma per quanto mi sforzi è tutto inutile. Mi sconfigge sempre.
E questo fatto mi brucia da morire.
Mi chiamo Rebecca Laida e all’epoca avevo sedici anni.
Lasciate che vi racconti la mia storia…”

La mia Opinione:

Molte persone scelgono passiviamente di percorrere il cammino designato per loro dalle esperienze vissute, dagli incontri fatti e chiamano queste variabili destino. Altri capiscono che il libero arbitrio è un dono che non si sa mai come usare, fino a quando non si lotta per ottenerlo. L’autrice, volendo far partecipe il lettore di questa contrapposizione di vedute, incarna il destino, gli da voce, sentimenti ed intenzioni e gli oppone una onesta e ostinata liceale, convinta che tutto possa essere cambiato, anche il destino, soprattutto quando sembra voler prendere di mira il ragazzo di cui è innamorata. E così la giovane si trova a fare i conti con amici e nemici “manovrati” da un destino non beffardo come ci si aspetterebbe ma quasi protettivo pur nella sua implacabilità. Presto la protagonista si renderà conto che la risposta ai suoi problemi non consiste nel contrastare il destino, ma nel viaggio che si intraprende per cercare di farlo. Utilizzando un linguaggio fluido e semplice e quindi sempre realistico, la Gattuso non limiti la narrazione alla solita storia d’amore adolescenziale contrastata dagli eventi, ma scava in conflittualità famigliari e generazionali fornendo un ritratto non proprio lusinghiero dei giovani d’oggi (si salva forse solo la protagonista) impegnati a bere, fumare a essere vittime o carnefici di un bullismo ormai imperante. Unica nota stonata la reazione della protagonista a due schiaffi ricevuti da due diversi personaggi maschili e accettati quasi fossero dovuti. Non trovo molto educativo far passare il messaggio che una qualsivoglia forma di violenza, anche se lieve, su una donna possa trovare giustificazioni di sorta. Viviamo in un mondo dove la figura femminile viene già fin troppo vilipesa, meglio evitare di dare discolpa a certi atti.
“Il ragazzo del destino” resta comunque un libro godibile dalle tematiche attuali e dalla trama avvincente. Certamente un più che soddisfacente esordio.

Ed ora l’intervista all’autrice:

Ciao Maria Elena, benvenuta su Pane e Paradossi-Letto e Bloggato. Che ne dici di iniziare raccontandoci qualcosa di te, cosa ami fare, come ti sei avvicinata alla scrittura e qual è il suo ruolo nella tua vita?
Ciao! Innanzi tutto grazie per lo spazio che mi hai dedicato. Quando mi chiedono di raccontare qualcosa di me di solito non so mai cosa dire! Mi piace leggere, trovare il tempo per leggere, scrivere, trovare il tempo per scrivere e come ultima cosa, ma non meno importante, mi piace il teatro. Mi sono avvicinata alla scrittura da bambina… Ricordo che l’insegnante di italiano alle scuole elementari diceva che avevo molta fantasia nei temi. Così avevo iniziato a scrivere storie, in seguito cestinate, eppure mi divertivo. Molto spesso le vicende erano ambientate in un altro mondo, oppure in un futuro, nello spazio e sui pianeti. Mi divertivo così e scrivere mi faceva stare bene, come adesso, anche se col tempo si acquisisce una maggiore padronanza del linguaggio e rischiando di perdere la naturalezza. Da una parte meglio eh, anche perché lo stile de “Il Ragazzo del Destino” è un po’ lontano da quello attuale, dato che ho iniziato a scrivere la storia a sedici anni.

Come nasce “Il ragazzo del destino”? Qual è stato l’input, la situazione o il personaggio che ha dato il via alla creazione del romanzo?
E’ stata una situazione bizzarra a dare vita al romanzo. Un ragazzo ha impedito che mi investissero, distraendomi in un modo insolito. Io non lo conoscevo, né l’ho mai conosciuto, però lo ringrazio davvero tanto. La stessa scena viene raccontata nel libro per filo e per segno da Rebecca. Beh, se ogni volta che rischio di essere investita mi viene in mente una storia…

Ci puoi parlare di com’è stato scrivere il tuo primo libro? Quali sono stati i momenti più importanti?

In realtà prima di ideare la storia de Il Ragazzo del Destino stavo lavorando a un fantasy che purtroppo ho interrotto. Ero arrivata a 200 pagine circa. Chissà se un giorno lo riprenderò, ero molto affezionata a quella storia. Inoltre mandavo i vari capitoli a mio cugino e ai miei amici per avere le loro impressioni, che per me erano fonte di crescita oltre che di coraggio. Scrivere il Ragazzo del Destino ha richiesto molti anni, anche perché per me era un hobby, sebbene desiderassi un giorno la sua pubblicazione, quindi posso dire di essere cresciuta assieme al libro e questo è stato molto bello. Il romanzo è stato terminato a luglio del 2008, quindi quattro anni fa. Ricordo solamente che ero felice e che non ci credevo!

Quali sono gli aspetti più importanti per te in una tua storia, quelli che cerchi di valorizzare e far emergere maggiormente?
Mi piace dare spazio ai dialoghi, quanto basta per far emergere il carattere di un personaggio. Nel libro Il Ragazzo del Destino i personaggi sono tanti, ma molti sono di contorno. Spero di aver dato la giusta importanza a quelli principali e di essere riuscita a trasmettere una parte della loro anima ai lettori. Gli aspetti per me importanti di una storia, oltre alla trama e all’intreccio, sono le psicologie dei personaggi, le loro reazioni ed emozioni. Tutto il resto è noia!

Ne ”Il ragazzo del destino” è forte la connotazione paranormal romance, genere a cui gli scrittori italiani, seguendo l’esempio di quelli d’oltreoceano, si stanno dedicando con sempre più impegno e passione. Rivolgerti a questo genere è stata una tua scelta consapevole o semplice frutto dell’ispirazione del momento? Trovi che ci siano differenze, e se si quali, tra il modo di scrivere fantasy nostrano e quello degli autori nordamericani?
Quando mi sono approcciata alla trama che avevo in mente, quindi ben 8 anni fa, ignoravo completamente l’esistenza del genere Paranormal Romance, un termine che a dire il vero ho scoperto soltanto qualche mese fa, dopo aver pubblicato il libro. Ero a conoscenza che il romanzo fosse ambientato nella realtà seppur dotato di un elemento fantastico ovvero il Destino. Ai “miei tempi” c’era Harry Potter, che via via si è affermato come uno dei classici della letteratura per ragazzi e non. Non sono mai stata una fan di Twilight, non ho letto i libri della Meyer e non posso giudicarli in quanto a stile. Per questo quando ho saputo che il genere che più lo identificava era il Paranormal Romance, lo stesso di Twilight, ho storto un po’ il naso. Il libro non ha niente a che fare con lupi, demoni e vampiri, eppure viene catalogato nello stesso genere. Si tratta di un romanzo (romance) con dei caratteri fantastici, paranormali ovvero di Tutto ciò che non rientra nei fenomeni fisici e psichici normali, scientificamente spiegabili. Inoltre credo che, seguendo il filone della Meyer, molti autori si stiano tuttora lanciando in storie assurde da cronaca rosa, in scopiazzature di Twilight che tuttavia sembrano far breccia nel pubblico giovanile o almeno vengono presentati come capolavori classici dalle case editrici. Non capisco perché autori italiani e americani imitino la Meyer se non per cavalcare l’onda del mercato. Non dico che bisogna leggere solo classici, ci mancherebbe, ma l’originalità è un concetto che al giorno d’oggi rischia di svanire. Il mio non sarà di certo un capolavoro letterario, è un libro per ragazzi, ma almeno ho cercato di mandare un messaggio che spero arrivi ai destinatari senza dover cavalcare nessuna onda.

Il “calvario” con cui tutti gli autori devono prima o poi confrontarsi:la ricerca di un editore. Vuoi raccontarci qualcosa dei passi che hai dovuto fare per vedere finalmente pubblicato “Il ragazzo del destino”? È stato tutto come ti aspettavi?
L’editoria italiana si divide in due settori: casi editrici a pagamento e case editrici non a pagamento. Io ho sempre cercato un editore che credesse in me e nella mia opera, per questo ho rifiutato tutte le proposte a pagamento che mi sono arrivate. La casa editrice Il Ciliegio a volte chiede il contributo e a volte no… Io sono stata fortunata. Era un anno che cercavo un editore, avevo mandato il manoscritto a diverse case editrici e le risposte negative non sono mancate. Poi è arrivata la manna dal cielo. Credere in una scrittrice emergente, mai pubblicata, con un libro di 300 e passa pagine, non è facile. E invece loro ci hanno creduto e non li ringrazierò mai abbastanza per questo. La parte cruciale è quella che avviene dopo la pubblicazione. Non è facile far conoscere la propria opera, le case editrici maggiori occupano la stragrande fetta del mercato, pubblicità e distributori compresi. Per questo sono grata a chi, nel bene o nel male, mi permette di far conoscere un qualcosa che ho scritto.

Da dove parte la tua storia di lettrice? Quali generi letterari ti affascinano? Quali sono i tuoi autori feticcio, quelli che ami leggere e rileggere? C’è un libro dei libri?
Leggevo fin da bambina. Mi è sempre piaciuto. Oltre ai libri della Rowling, ero fanatica della serie Animorphs di K.A. Applegate, ma soprattutto di Eoin Colfer e dei suoi libri (tutta la saga di Artemis Fowl e la Lista dei desideri). Consiglio vivamente i classici, come Il Ritratto di Dorian Grey, Cime Tempestose, Jane Eyre, Madame Bovary, Orgoglio e Pregiudizio e Ritratto di Signora. Ma anche 1984 di Orwell, Uomini e topi di Steinbeck, Spirito d’Amore di Daphne du Maurier, i thriller di Dean Koontz, ma anche letture più leggere come alcuni libri di Nicholas Sparks, Paulo Coelho oppure Il Diario di Bridget Jones. Un libro dei libri? Sono indecisa tra L’Alchimista di Coelho e Il gioco dell’angelo di Zafòn. A proposito, io adoro Zafòn anche se i suoi finali non mi piacciono mai.

Progetti per il futuro di cui vuoi darci qualche anticipazione?
Sto scrivendo qualcosa che ha a che fare in qualche modo con il Fato, ma in maniera molto diversa e spero che possa essere indirizzato anche a un pubblico più adulto.

Ci lasci con una citazione dal tuo libro?
Certo, volentieri!
“Michea si avvicino ancora di più, i nostri sguardi si incrociarono com’erano ormai soliti fare; il suo, oscuro ma incredibilmente sincero e il mio, spaurito e al tempo stesso irato, probabilmente deluso dalle sue azioni.
≪Spero che un giorno capiti anche a te≫ mi disse affranto ≪cosi almeno saprai cosa si prova nell’essere impotenti dinnanzi alla forza delle cose≫ detto questo si dileguò anch’egli nelle tenebre, lasciandomi sola con un’inspiegabile senso di colpa.”

Ed anche per questa volta è tutto. Ringraziando ancora una volta tutti gli autori che continuano a mandarci le loro opere e voi instancabili lettori che ci seguite fedelmente, auguro a tutti una Buona Lettura e, mi raccomando, non perdete il prossimo appuntamento con Letto e Bloggato che, anche se temporaneamente in pausa (le adesioni sono al momento sospese), continuerà puntuale come sempre!
E godetevi il bel Booktrailer de Il Ragazzo del Destino.

Letto e Bloggato: Coincidenze d’Inverno

Mentre, come me, cercate di riadattarvi alla solita routine post-vacanziera, fatta di ritorni al lavoro o a scuola e del moltiplicarsi degli impegni, spero di darvi un pò di incoraggiamento con un nuovo appuntamento con Letto e Bloggato . Tra le tante adesioni ricevute, questa settimana ho deciso di dedicare un pò di spazio a “Coincidenze d’Inverno” (Collana: Gli orizzonti,Pagine: 148,Prezzo: 15,00 Euro), edito dalla Montag Edizioni, di Cristiano Mocciola (già autore di Stop).

Sul Libro:
Tecla e Valentino. Protagonisti di una storia unica, impareranno a conoscere loro stessi e a comprendere il significato del dono più grande che ci è stato fatto: quello dell’amore. A gestire le fila della storia c’è la vita, che mette alla prova la capacità di resistenza e la caparbietà di entrambi. E sarà sempre la vita che si svelerà in tutta la sua potente bellezza al termine di mille disavventure, dolori e sofferenze. Ma l’amore ripaga sempre coloro che con totale fiducia gli si concedono.

La mia opinione:
Coincidenze che si verificano ogni giorno intorno a noi e di cui non ci accorgiamo neanche. Le lasciamo andare, passarci davanti senza notarle, senza renderci conto di quanto abbiano cambiato la nostra vita. In “Coincidenze D’inverno” l’autore si fa cronista di questi piccoli segnali misteriosi che il destino a volte ci mette davanti e li dipana delicatamente, fotogramma per fotogramma, conducendo i suoi protagonisti per gli irti sentieri di un’esistenza che trattiene a fatica poche illusioni di felicità e che sembra aver irrimediabilmente prosciugato i sogni dell’infanzia. Forte di un realismo tutto italiano, la narrazione procede tra ombre e luce. Pagina dopo pagina cresce il senso di smarrimento e inappartenenza e l’ambientazione urbana, vilipesa e un po’ logora, oltre che divenire riflessione sul provincialismo e sulla crisi di questi tempi, si fa metafora del sofferto immobilismo dei protagonisti. Un libro ricco di elementi emotivi convincenti, con una buona caratterizzazione dei personaggi. Nonostante qualche forzatura descrittiva di troppo, Mocciola non delude, dando prova di una padronanza del linguaggio e di un controllo narrativo vividi ed equilibrati, con buona soddisfazione del lettore.

Ed ora l’intervista all’autore:

Ciao Cristiano, benvenuto su Pane e Paradossi-Letto e Bloggato. Che ne dici di iniziare raccontandoci qualcosa di te, cosa ami fare, come ti sei avvicinato alla scrittura e qual è il suo ruolo nella tua vita?
Ciao e grazie per lo spazio che mi state dedicando. Parlare di sé risulta spesso la cosa più difficile. Si rischia di annoiare chi legge. Dovrei dire chi sono, cosa faccio, o ciò che faccio rappresenta chi sono? Penso di essere prima di tutto un individuo a cui piace la libertà. Mi piace sentirmi libero di appartenere all’umanità. Libero di pensare. Libero di esprimermi, libero di amare. Detesto i limiti che l’essere umano si pone. Credo nel potenziale nascosto del genere umano e nella sua bontà verso il prossimo. Provo pena per chi si fa del male, ammiro coloro che ce la mettono tutta per riuscire a volare. Mi piace sbagliare per imparare e così costruire la mia esperienza, il mio unico e vero tesoro. Scrivere, come qualsiasi altra forma d’arte, è una bella occasione per poter esprimere tutto questo.

Come nasce  “Coincidenze d’inverno”? Qual è stato l’input, la situazione o il personaggio che ha dato il via alla creazione del romanzo?
Ero seduto nel caldo della mia camera. Fuori nevicava. La noia mi faceva compagnia così decisi di sacrificarla, arrestando quel momento e rendendolo un eterno presente. Così nasce “coincidenze d’inverno”.

Nel tuo libro spicca un forte senso di fatalismo tanto che  molti eventi paiono figli di  un destino in via di compimento. Incontri fortuiti, connessioni improbabili e coincidenze si fondono fino a creare la trama di un arazzo che raffigura e intreccia le vite di ogni personaggio. Per Benjamin Disraeli (Vivian Grey, 1826) “Un uomo coerente crede nel destino, un uomo capriccioso nel caso”. E tu in cosa credi?
Ho la ferma convinzione che ognuno di noi sia responsabile di ciò che attira nella propria vita (persone, occasioni, oggetti, ….) . L’essere umano è l’estensione perfetta di un universo in continua espansione. E lui stesso è vita in espansione. Ogni cosa è nata prima sotto forma di idea. Ogni idea, se mantenuta viva da un impegno costante, arriva al suo compimento nel mondo fisico. A nessuno viene preclusa quest’opportunità di creazione. Basta accettare questa legge fisica e lasciare che ogni cosa faccia il suo corso. Fidarsi del proprio ruolo in questo mondo vuol dire ascoltare i propri desideri e combattere per farli avverare, credere che essi vengano esauditi, consci di essere i fautori del proprio destino, sicuri di essere cullati dall’Amore che ci ha generato e ci mantiene in vita. Credo che ognuno di noi non sia altro che un mezzo attraverso il quale l’universo possa esprimersi. La voce dentro noi è la sua. Se mettessimo a tacere la ragione e accettassimo questo, cominceremmo a scorgere attorno a noi tutti quei segnali (coincidenze) che ci rammentano chi siamo e dove andiamo.

Quali sono gli aspetti più importanti per te in una tua storia, quelli che cerchi di valorizzare e far emergere maggiormente?
Personalmente credo che una storia con il solo fine di intrattenere sia di poca utilità. Ciò che cerco di valorizzare sono punti cardini dell’essere umano, quali emozioni forti, positive o negative che siano, processi mentali nei quali chiunque possa incappare, conflitti interiori da risolvere con annesse soluzioni.

Il “calvario” con cui tutti gli autori devono prima o poi confrontarsi:la ricerca di un editore. Vuoi raccontarci qualcosa dei passi che hai dovuto fare per vedere finalmente pubblicato “Coincidenze d’inverno”? È stato tutto come ti aspettavi?
Ho ricevuto molti NO all’inizio. Ma la pazienza ripaga sempre. L’editore Montag mi propose subito un contratto di pubblicazione senza contributo. E’ vero sì che due miei racconti sono inseriti nelle loro antologie, e forse questo mi ha aiutato. Ma comunque non lo davo per scontato di poter essere pubblicato da loro.

Si fa un gran parlare della profonda crisi che sta attraversando il mondo dell’editoria: troppi che scrivono e pochi che leggono. Come vanno, secondo te, le cose? L’avvento di nuove piattaforme per il self-publishing, come ad es. Amazon, o la crescita dell’offerta di ebook  credi stiano cambiando, e se si come, il panorama editoriale italiano?
Credo che il piacere di scrivere non debba essere intaccato da questioni burocratiche e commerciali. Se il self-publishing può aiutare a far sentire la propria voce, ben venga! Il gusto di leggere poi è talmente personale che non mi sento di condannare un certo tipo di piattaforma piuttosto che un’altra. Io preferisco sempre il buon vecchio libro di carta comunque. Sul fatto che c’è poca gente che legge, poi, temo tu abbia ragione, anche se in questi ultimi anni si è visto un crescere delle vendite dei libri. Rimango fiducioso e ottimista sul fatto che tutto cambia, sempre, e in meglio.

Hai delle tecniche narrative, dei trucchi, dei riti o luoghi che ti conciliano meglio il processo creativo a cui non riesci a rinunciare quando scrivi? Insomma, come ti rapporti alla “famigerata” pagina bianca?
Non ho né trucchi né riti e nemmeno luoghi. Dentro me ho tutto quello che mi serve. Devo giusto riuscire a trovare il modo per arrivare a prenderlo, impresa non sempre facile. E poi non potrei mai svelare la via per arrivarci. Sarebbe come far vedere a tutti come sia possibile che un albero viva e metta foglie. Dovrei scavare la terra e scoprirgli le radici per mostrare come faccia a nutrirsi e crescere. Ma il risultato sarebbe che l’albero perirebbe. Non mi sembra una grande idea. Meglio non sapere alle volte.

Raymond Chandler, in alcune sue lettere, affermava: ”Tre leggi per scrivere a mio uso: non seguire alcun consiglio, non mostrare mai il lavoro svolto, evitare i critici.” E tu quali tre leggi forgeresti a tuo uso?
Racconta quello che senti più che quello che pensi, arresta il tempo quando puoi e scrivilo, fai una lunga passeggiata in silenzio.

Da Manzoni in poi la massima “se prima non leggi, non metterti a scrivere” è diventata più che un consiglio un mantra. Quali sono gli autori e i libri che hanno in qualche modo influenzato il tuo lavoro e il tuo modo di rapportarti allo scrivere? Da dove parte la tua storia di lettore? C’è un libro dei libri?
Fare una lista degli autori che hanno forgiato il mio modo di approcciarmi allo scrivere è inutile. Credo che ognuno di loro mi abbia influenzato in qualche modo. Ognuno ha da insegnare qualcosa, ognuno è una fabbrica di pregi e difetti dal nostro punto di vista. Sta a noi prendere quello che più ci piace e mescolarlo per creare qualcosa di nuovo.
Il libro dei libri è un saggio di Wayne Dyer,  “Il tuo sacro io”, a cui devo molto. Non dico niente a riguardo ma lo consiglio a tutti coloro che sono alla Ricerca.

Progetti per il futuro di cui vuoi darci qualche anticipazione?
Scrivo per puro piacere e se mai dovessi ritenere idoneo alla pubblicazione qualche altro mio scritto non mancherò di farlo sapere. I progetti sono desideri che vorremmo vedere esauditi. E la saggezza del profeta di cui Rumi narra ci consiglia così: la realizzazione dei desideri arride a colui che sa meglio nascondere i suoi più profondi pensieri. La segreta essenza dei semi che giacciono sotto terra è quella che dà vita al verde dei giardini.
Vi ringrazio nuovamente per lo spazio concessomi, augurandovi buone cose per il futuro. Ciao.

Ed anche per questa volta è tutto. Ringraziando ancora una volta tutti gli autori che continuano a mandarci le loro opere e voi instancabili lettori che ci seguite fedelmente, auguro a tutti una Buona Lettura e, mi raccomando, non perdete il prossimo appuntamento con Letto e Bloggato che, anche se temporaneamente in pausa (le adesioni sono al momento sospese), continuerà puntuale come sempre!

Letto e Bloggato: La vita allo specchio

L’estate sta finendo (si, si, ho fregato l’attacco ai righeira ^_^) e, sperando di alleviarvi un pò i classici sintomi da depressione post vacanziera, ecco a voi un nuovo appuntamento con Letto e Bloggato.
Questa settimana dedichiamo il nostro spazio a “La vita allo specchio“, edito dalla Casa Editrice Kimerik, opera d’esordio di Omar Soriente.

Sul Libro:
Ci sono “anime coraggiose” che nonostante la sofferenza fisica sorridono alla vita e invogliano addirittura gli altri a vivere e a godere ogni attimo senza sprecarlo. Omar Soriente è una di loro. Affetto da una grave forma di leucemia che ne ha condizionato l’infanzia, è sopravvissuto miracolosamente al male del corpo. Per tornare a vivere davvero non è sufficiente la guarigione fisica, Omar deve intraprendere un lungo percorso di ricerca della propria vera identità, deve capire i suoi desideri, le sue emozioni; soprattutto deve finalmente scoprire cosa rappresenta per lui la felicità per slanciarsi con gioia ed entusiasmo ad afferrarla, a conquistarla. Profondo e toccante, questo romanzo scava nella coscienza del protagonista portando alla luce i conflitti latenti che cela dentro di sé. Con la consapevolezza, però, che è una luce intensa di speranza e rinascita.

La mia opinione:
Balzac, all’inizio di Le Père Goriot, scriveva “Tout est vrai”. Anche in “La vita allo specchio” è tutto vero e la vita del titolo, quella che ci viene raccontata senza sconti e con minuzia documentarista, è proprio quella dell’autore. Mettendosi in gioco, senza celare in alcun modo la propria identità anagrafica o emotiva, Omar Soriente bypassa del tutto la distanza che tende a crearsi tra il narratore e la storia raccontata ricostruendo le tappe della sua vita, la disperata battaglia contro la malattia, i suoi pensieri, gli incontri e i sentimenti senza trascurare nessun aspetto, da quelli più intimi e di più difficile e dolorosa confessione a quelli più gioiosi e pieni di speranza per il futuro. Tra andate e ritorni, si snodano gli eventi di una vita raccontata senza attenuazioni o enfasi, scavalcando il tempo, stratificandolo e intrecciando posticipi e digressioni (divagazioni che non sempre riescono a mantenere costante la tensione narrativa, ma che comunque coinvolgono il lettore). Ma la vera forza del libro sta nel fatto che si astiene, saggiamente, dal fare piena luce su tutto. In qualunque vita non tutto risulta chiaro ed è a questa verosimiglianza che l’autore, utilizzando una scrittura emotiva, semplice e stabile, non rinuncia mai. Un libro coinvolgente, con qualche esitazione narrativa, ma comunque godibile.

Ed ora l’intervista all’autore:

Ciao Omar, benvenuto su Pane e Paradossi-Letto e Bloggato. Che ne dici di iniziare raccontandoci qualcosa di te, cosa ami fare, come ti sei avvicinato alla scrittura e qual è il suo ruolo nella tua vita?
Innanzi tutto vorrei subito ringraziarvi per il tempo e lo spazio che mi state dedicando.
Mi riesce sempre un po’ difficile parlare di me attraverso la tastiera di un computer. Sono molto pi§ propenso nel raccontarmi attraverso gli incontri con le persone dove l’esprimere se stessi e’ sempre correlato all’ascoltare il racconto degli altri. Se devo descrivere la mia persona la prima cosa che mi viene in mente e’ “cambiamento”. Mi piace molto viaggiare, vedere posti nuovi, incontrare persone e culture diverse, avere nuovi punti di vista che rendono una singola cosa sempre diversa. Con la parola “cambiamento” intendo la libertà di essere ogni giorno una persona diversa, libera dall’essere costantemente imprigionato in un ruolo. In altre parole, ciò che amo fare e’ vivere ogni istante intensamente, senza pensare troppo al futuro che spesso può diventare la causa del nostro non vivere l’oggi. Mi piace molto la natura in tutte le sue forme, le creazioni dell’uomo, cioé l’arte, da quella pittorica a quella architettonica, da una pellicola del passato ad una recente, da un libro letto da tutti a quello che nessuno conosce. Amo molto la montagna ed i musei di antropologia che ti fanno scoprire vecchie tradizioni e culture del luogo in cui ti trovi.
Non sono in grado di dire quando la scrittura e’ entrata a far parte della mia vita. Posso dire che lo scrivere mi piace molto ma non ha un ruolo determinante per me. Il “ruolo” fondamentale che accompagna la mia vita e’ semplice e forse banale; viverla.

Vuoi raccontarci di come e quando è maturato in te il progetto di scrivere “La vita allo specchio”?
Questa domanda ha una paradossale risposta. Non e’ mai maturato in me il progetto che ha portato alla pubblicazione del libro. Mi spiego meglio. Nel gennaio 2010 ritornai a Vancouver dopo una breve vacanza estiva nel 2009. La città mi sembro’ subito il luogo in cui poter rimanere per un periodo più o meno lungo. Dopo circa un anno dal mio arrivo conobbi una ragazza con cui instaurai un bellissimo rapporto di amicizia e durante i nostri incontri incominciai a raccontarle alcune vicende del mio passato e dell’idea che avevo del mio presente. Le conversazioni erano sempre interminabili, ricordo che un giorno ci incontrammo alle due del pomeriggio e a mezzanotte ci trovavamo ancora seduti al tavolo di quel coffee shop. Sta di fatto che dopo alcuni incontri la mia amica Diana mi disse che avrei potuto scrivere ciò che da alcune settimane le stavo raccontando. Inizialmente non ero molto d’accordo, poi un giorno inizia a scrivere e scoprii quanto mi riuscisse naturale riempire le pagine bianche. Provavo una grande gioia nello scrivere, era una sorta di liberazione, l’ultimo passo per quella felicita’ che ormai avevo trovato dentro di me. La maturazione del progetto non mi venne nemmeno mentre scrivevo. Il mio obbiettivo era esclusivamente quello di sentirmi in pace con me stesso durante il racconto della mia storia. Non mi venne mai in mente di poter trasformare quelle pagine in un libro. Da febbraio a luglio 2011 scrissi tutto cio’ che aspettava solo di uscire per trovare la luce. Solo a quel punto Diana mi diede l’idea di pubblicare cio’ che avevo scritto. Addirittura fece molto di più. Inizio’ a tradurlo in inglese.

Per qualunque autore è sempre difficile dare “in pasto” al pubblico la propria opera, soprattutto se, come nel tuo caso, ha profonde connotazioni biografiche. Vuoi raccontarci come sei giunto a questa coraggiosa scelta per il tuo esordio narrativo?
Non e’ stata una scelta, la mia storia ha scelto me. Non credo ci voglia coraggio nel raccontarsi perché il vero coraggio sta nell’accettarsi, nel capire cosa si vuole veramente, nel realizzarsi come individuo. Credo che la condivisione sia una delle forme più importanti per conoscere se stessi attraverso gli altri, attraverso le esperienze altrui. Sono consapevole del fatto che una biografia, o come in questo caso un’autobiografia, sia un esordio narrativo non molto comune, se si tiene anche presente che quando scrissi il libro avevo solo 32 anni. In effetti chiamarla autobiografia mi fa un po’ sorridere, anche se e’ comunque il termine giusto. Diciamo che nel mio caso non ho seguito gli schemi di un classico racconto autobiografico. Siamo abituati a leggere le storie di personaggi più o meno noti partendo dalle loro radici, dalle radici della loro famiglia. Ciò che ho realizzato, senza pensarci più di tanto, e’ stata la descrizione di alcune esperienze significative della mia vita che ne hanno condizionato il percorso. La mia narrazione non incomincia dall’inizio della mia esistenza ma bensì dal presente. Infatti il primo capitolo e’ ambientato a Vancouver, nel periodo in cui stavo appunto scrivendo quello che poi e’ diventato un libro.

Il “calvario” con cui tutti gli autori devono prima o poi confrontarsi:la ricerca di un editore. Vuoi raccontarci qualcosa dei passi che hai dovuto fare per vedere finalmente pubblicato “La vita allo specchio”? È stato tutto come ti aspettavi?
Non conoscevo i meccanismi dell’editoria e quindi non mi ero fatto nessun tipo di aspettativa al riguardo. Ciò che feci fu inviare il mio manoscritto ad alcune case editrici italiane iniziando ovviamente da quelle più importanti. Ricevetti molte email da alcune di loro con una risposta automatica in cui mi si diceva che avrebbero esaminato il libro ma che questo comportava un’ attesa che andava dai sei mesi ai due anni. Scelsi quindi una casa editrice a pagamento e nell’agosto del 2011 firmai e spedii il contratto in Italia. Non posso parlar male della mia casa editrice. Ciò che era riportato nel contratto e’ stato rispettato ed anche se ho trovato alcuni errori ortografici nella stampa del libro non ho nulla di cui lamentarmi. Credo che quando facciamo una scelta in cui vengono specificate le regole fin dall’inizio sia nostra responsabilità essere da subito consapevoli dei pregi e dei difetti che tale scelta ci porterà. Io ne ho valutato le dinamiche ed ho accettato le regole. Se dovesse esserci un altro libro probabilmente proverei strade diverse per il concetto iniziale di questa intervista. Il cambiamento.

Il fatto di vivere attualmente all’estero ti mette nella condizione di avere una visione più ampia del panorama editoriale nostrano rispetto a quello internazionale. Ti sei fatto un’opinione in merito?
Non credo di avere un metro di giudizio che mi consenta di rispondere precisamente a questa domanda, tanto meno ho l’esperienza necessaria per poterlo fare. Da profano posso dire quali sono le mie impressioni al riguardo. Nel novembre 2011 ho avuto la fortuna di conoscere casualmente un editore canadese di cui sono diventato amico. La sua esperienza e’ più che trentennale e miracolosamente e’ diventato anche la persona che pubblicherà il mio libro in lingua inglese nel Nord America. In Italia una casa editrice si occupa del tuo lavoro dall’inizio alla fine, dal lavoro di editing a quello di stampa e promozione. Qui in Canada, ci sono ruoli ben distinti. Un editore non stampa il tuo libro, lo controlla dal punto di vista grammaticale e dei contenuti poi, in un secondo momento, ci si deve rivolgere al cosiddetto “publisher” che stamperà l’opera se si ha l’intenzione di far uscire il libro nella versione cartacea. Ovviamente, dato la vicinanza tra i due paesi, i libri stampati in Canada e negli Stati Uniti fondono i loro mercati editoriali in una sorta di enorme mercato che da l’opportunità ad uno scrittore di essere conosciuto da un numero maggiore di lettori. Per di più, il testo in inglese, apre molte porte in ogni parte del mondo, dove, chi conosce la lingua internazionale, acquista libri sulle piattaforme di e-books più conosciute.
Non sono nella condizione di poter dire molto di più. Ciò che comunque più mi piace e’ il rapporto “lavorativo” che c’e’ tra me ed il mio editore. Ci incontriamo un paio di volte alla settimana e lavoriamo sulla traduzione ed i suoi contenuti, spesso si finisce col parlare d’altro, ma questa e’ un altra storia che va oltre ciò che solitamente contraddistingue il rapporto tra un autore ed il suo editore. Mi ritengo molto fortunato perché non ho fatto nessuno sforzo per vedere pubblicato il mio libro in inglese e la cosa ancora più importante e’ che quando i ruoli di autore ed editore svaniranno, resteranno due amici uno di fronte all’altro. Questa esperienza mi sta facendo crescere moltissimo, non solo dal punto di vista editoriale ma soprattutto da quello umano. Stare a stretto contatto con una persona che conosce tre lingue, che ha girato tutto il mondo, mi riempie di esperienze nuove e di voglia di visitare posti che ora sono solo parte di un racconto narrato. Il rapporto che ho avuto con la casa editrice Kimerik in Italia e’ stato solo virtuale quindi non posso mettere a confronto le due esperienze data la loro netta diversità.

Per Calvino “scrivere è sempre nascondere qualche cosa in modo che poi venga scoperto.” Cosa vorresti che i lettori scoprissero con la lettura del tuo libro?
Non conoscevo questa frase di Italo Calvino ma sono completamente d’accordo. Mi piacciono molto i testi in cui il lettore può leggerne i significati tra le righe. Un libro dovrebbe sempre lasciare il posto all’immaginazione del lettore per farlo diventare il protagonista di una storia. Onestamente, il messaggio che desidero far arrivare a chi leggera’ il mio libro e’ qualcosa che non può essere scoperto tra le sue pagine. Leggendo ciò che ho scritto molte persone potrebbero riconoscersi in alcune situazioni, alcuni atteggiamenti, alcune riflessioni ma quello che il libro vuol far scoprire non va ricercato tra le sue righe bensì dentro ognuno di noi. Nell’ultimo capitolo ho provato a far immaginare un luogo in cui e’ realmente possibile essere felici, quel luogo non e’ distante nemmeno un passo da noi, quel luogo siamo noi.

Hai delle tecniche narrative, dei trucchi, dei riti o luoghi che ti conciliano meglio il processo creativo a cui non riesci a rinunciare quando scrivi? Insomma, come ti rapporti alla “famigerata” pagina bianca?
L’unico modo di scrivere che io conosca e’ quello di farlo attraverso le emozioni ed e’ per questo motivo che scrivere la mia storia mi e’ riuscito cosi’ naturale. Vivere le sensazioni giornaliere sono la mia tecnica, il mio trucco per poterle rendere più interessanti ed emozionali. Mi piace molto scrivere e descrivere situazioni in cui sono stato direttamente o indirettamente coinvolto.
Credo che la pagina bianca non esista per uno scrittore con delle idee perché riesce a visualizzarle anche in un pezzo di carta completamente bianco. Mi capita di scrivere seduto su di una panchina in uno dei tanti parchi di Vancouver ed ogni volta che apro il mio block notes ci vedo già quello che voglio scrivere. Sono convinto che nonostante io abbia studiato solo fino ai 16 anni, sia stato in grado di scrivere un libro grazie alla passione che solitamente viene prima della scrittura, la lettura. Ho letto moltissimi libri, di vari generi, ed inconsciamente, nel momento in cui mi sono ritrovato a scriverne uno, tutto ciò che avevo immagazzinato si e’ trasformato nell’incredibile possibilità di collegare i pezzi di un puzzle che non hanno formato un classico paesaggio o un ritratto, ma bensì un libro.
Comunque c’ é una cosa fondamentale a cui e’ impossibile rinunciare; la voglia di scrivere. Senza di essa non apro nemmeno il mio block notes. Non ha importanza se per oltre un mese io non abbia voglia di scrivere nulla. Il tempo ha un senso negativo per chi lo usa come una sorta di ultimatum. Si rischia di trovarsi a pensare che si ha molto tempo prima dell’ultimatum e quindi si tende a prendersela con la dovuta calma per poi essere vicini alla sua scadenza pensando l’esatto contrario.

Da dove parte la tua storia di lettore? Quali generi letterari ti affascinano? Quali sono i tuoi autori feticcio, quelli che ami leggere e rileggere? C’è un libro dei libri?
Nel mio libro racconto da dove nasce la mia passione per la lettura. Iniziai a leggere molti libri dopo un evento poco piacevole accadutomi quando avevo circa vent’anni. Da li in poi la mia voglia di leggere non si e’ mai arrestata. A volte si e’ leggermente affievolita ma e’ come una candela, che dopo una leggera soffiata di vento, sembra quasi spegnersi per poi rinvigorirsi piu’ di prima. Tra gli autori che ho letto e di cui mi piacciono gli stili di scrittura ci sono Franz Kafka, Dominique Lapierre, Noam Chomsky, Paolo Maurensig, Alessandro Baricco, Karen Blixen, Isaac Asimov, Giorgio Bettinelli e molti autori quasi sconosciuti che scrivono cose molto interessanti sotto ogni punto di vista. Non uso rileggere i libri letti in passato anche se a volte mi capita di prenderne uno tra le mani e rileggere alcuni concetti che avevo sottolineato durante la lettura. Credo sia molto interessante ed istruttivo constatare come alcuni concetti che ritenevamo importantissimi all’epoca siano quasi insignificanti ora. Questa e’ una delle ragioni che mi spingono a pensare che un libro, come qualsiasi altra cosa, non e’ mai sempre lo stesso, come abbiamo detto in precedenza le pagine nascondono significati che siamo in grado di cogliere solo quando il nostro stato d’animo ce lo consente. Dato che siamo comunque sempre emozionalmente diversi anche i significati che si nascondono tra le righe diventano diversi. Un libro dei libri? Credo che per me sia impossibile rispondere a questa domanda.

Progetti per il futuro di cui vuoi darci qualche anticipazione?
Per me il futuro e’ l’istante che stiamo vivendo ed il mio stile di vita e’ quello di godermi ogni attimo. Attualmente sto scrivendo dei brevi racconti che potrebbero diventare un libro ma non me ne preoccupo ora, perderei il presente. Cio’ che so di certo e’ che viaggiare e’ una droga per me e non poterlo fare significa andare in crisi di astinenza. Credo che il libro nella versione inglese sia anche un modo per conciliare questo mio profondo desiderio.

Ed anche questa volta il nostro ormai imperdibile appuntamento settimanale si conclude. Ringraziando ancora una volta tutti gli autori che continuano a mandarci le loro opere e voi instancabili lettori che ci seguite fedelmente, auguro a tutti una Buona Lettura, di trascorrere questi ultimi giorni d’estate nel migliore dei modi e, mi raccomando, non perdete il prossimo appuntamento con Letto e Bloggato!

Il piacere degli uomini

Inizia il tam-tam dei nuovi arrivi in libreria. A noi poveri ex-vacanzieri, tornati alla solita massacrante routine di lavoro, qualche notizia sui futuri arrivi libreschi potrebbe riuscire a risollevare un pò il moraleAlmeno lo spero ^_^
Esce il 28 Agosto, per la Mondadori (Collana Omnibus, pagine 300, Prezzo 16,00 Euro), “Il piacere degli uomini” di Kate Williams

TRAMA:
Londra, 1840. Catherine Sorgeiul, una ragazza di diciannove anni, fragile e con un passato familiare misterioso, vive in totale isolamento e solitudine con uno zio eccentrico nel quartiere popolare e degradato di Spitalfields. Quando una serie di orribili delitti di giovani donne travolge l’East End, a due passi da casa sua, Catherine inizia a interessarsi in modo morboso a questa tragica vicenda. Spinta dalla sua fervida immaginazione, e sempre più prigioniera delle ossessioni che la tormentano sin da quando era bambina, inizia a indagare di nascosto sugli omicidi e sul loro autore, soprannominato dai giornali l’Uomo dei Corvi. È infatti convinta di avere la chiave per risolvere il mistero e scoprire l’identità del terribile assassino. Mentre le morti si susseguono secondo un macabro rituale (le vittime vengono ritrovate tutte con il petto squarciato e la bocca piena di capelli) e la città precipita nel panico, Catherine si rende conto che il cerchio intorno a lei si sta stringendo e l’Uomo dei Corvi è ormai vicinissimo. La sua presenza inquietante aleggia ovunque, trascinandola in una spirale di inganni e terrore che rischiano di travolgere lei e chi le è vicino…

Primo giallo-storico per un’autrice nota per tre biografie di successo: England’s Mistress, Becoming Queen (che è diventato anche uno special su BB2) e Young Elizabeth.
Il libro pare promettente e, anche se non sono un’ appassionata del genere storico e dell’epoca vittoriana, cercherò di darci un’occhiata ;)

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...