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Letto e Bloggato: Uccidimi, ti prego!

Eccoci ad un nuovo appuntamento con l’ormai imperdibile rubrica Letto e Bloggato arricchita questa settimana da una piccola novità. Oltre all’usuale intervista con l’autore di turno ho deciso di aggiungere (con la collaborazione della coraggiosa scrittice ospitata che si è prestata all’esperimento) alcune immagini che racconteranno in parte la quotidianità dello scrivere e che faranno da “commento visivo” all’intervista. Non preoccupatevi, capirete meglio non apena viste ^_^. Ma veniamo al dunque: questa settimana dedichiamo il nostro spazio a “Uccidimi, ti prego!” (Pagine:266, Prezzo: 16.00 euro per la versione cartacea e 4.99 per quella ebook) libro d’esordio di Vincenza Lucrezia Vigianello, edito per la Book Sprint Edizioni.

Sul Libro:
Un rapimento. Una violenza. Terribili segreti. Questo è ciò che subisce la sedicenne Ginevra. Una ragazzina costretta a diventare donna troppo in fretta, e poi una donna piena di paure, una donna bisognosa d’aiuto. È proprio per questo motivo che si rivolgerà ad uno psichiatra, che l’aiuterà a superare i traumi del passato. Ma una rivelazione sconcertante la getterà, ancora una volta, nella disperazione più assoluta.

La mia opinione:
Affrontando da un punto di vista sia psicologico che puramente narrativo la dicotomia vittima/carnefice, sfumandone i contorni e livellandone le difformità, il libro racconta al lettore il difficile superamento di un trauma da parte di due giovani vittime di un destino opposto ma analogo fatto di dolore e innocenze infrante.
Mostrando una sensibilità quasi crepuscolare, l’autrice tesse una tela di ragno in cui restano impigliati tutti i personaggi che, quasi cuciti con un filo di tragedia greca, pagina dopo pagina, vengono spogliati di ogni maschera, di ogni segreto e falsa giustificazione. Si mantiene però, quasi caposaldo irrinunciabile, l’istanza universalistica dell’amore, qui sentito come bisogno primario e veicolo verso la salvezza e l’espiazione. Senza pietismo, ma con una certa acerba qualità, risoluta nella sua nitidezza, e liberandosi dei soliti rassicuranti impacci dottrinali o dalla fin troppo facile morbosità, la Vigianello crea un romanzo intenso e sfuggente, che non lascia indifferenti e che smuove i sentimenti del lettore commuovendolo. Un ottimo esordio, coraggioso, che sfrutta appieno le potenzialità di una storia difficile ma ricca di temi universali.

E ora l’intervista con l’autrice arricchita da alcune immagini:

Ciao Vincenza, benvenuta su Pane e Paradossi-Letto e Bloggato. Che ne dici di iniziare raccontandoci qualcosa di te, cosa ami fare, come ti sei avvicinata alla scrittura e qual è il suo ruolo nella tua vita?

Io da piccola, nel terrazzo dei miei nonni ( è lì che ho scritto l'epilogo di "Uccidimi, ti prego!")"

“Io da piccola, nel terrazzo dei miei nonni
(è lì che ho scritto l’epilogo di “Uccidimi, ti prego!”)”


Ciao, Barbara! Innanzitutto volevo ringraziarti per darmi l’opportunità di raccontare del mio libro sul vostro sito! Qualcosa di me? Vediamo… credo che inizierò col raccontarvi della mia prima volta come scrittrice! Avevo poco più di nove anni e già mi reputavo un’accanita lettrice, onnivora ed insaziabile. Mi piaceva da morire leggere (in realtà mi piace tutt’ora, solo che all’epoca avevo molto più tempo da dedicare alle letture rispetto ad oggi) e nutrivo dentro di me la curiosità di sapere cosa si provasse a scrivere dei libri. Un giorno- lo ricordo perfettamente- a mia zia, la stessa zia che mi aveva iniziata alla lettura dei libri, regalarono un Windows ’98 che, a quel tempo, sembrava uno strumento particolarissimo e super-tecnologico. Lo teneva nel soggiorno a casa dei miei nonni e, di tanto in tanto, mi consentiva di utilizzarlo. Io ero al settimo cielo! Avevo scoperto il mondo di Word, potevo scrivere quello che mi pareva! La prima storia che venne fuori dai miei primi timidi esperimenti era la storia di una ragazzina di 10 anni come me, che incontrava Martin, un alieno buffo dalla forma mutante, a cui lei si affezionava, mentre gli insegnava tutte le cose che conosceva del mondo. Mi divertivo tanto a scriverlo! Poi, nel periodo dell’adolescenza, ho sviluppato la convinzione di poter incontrare solo amori di carta, quindi scrivevo storie d’amore, innamorandomi puntualmente del protagonista di turno e quello era il mio modo di vivere una vita parallela, che altrimenti sarebbe stata fatta solo di scuola, interrogazioni e amicizie che cambiavano forma ogni giorno. Oggi la scrittura è una parte importante di me. Come quando ero piccola, rimane uno strumento per sperimentare altre strade, per conoscere nuovi mondi. La scrittura è il mio lasciapassare al mondo della fantasia. Da innamorata dell’arte quale sono, non ne potrei fare a meno. E questa forma d’arte, se così si può chiamare, va a sposarsi all’altra mia grande irrinunciabile passione: quella per il teatro. Ecco, io credo che senza la letteratura e senza il teatro, io non esisterei, o comunque sarei solo l’effimera ombra di me stessa.

Come nasce “Uccidimi, ti prego!”? Qual è stato l’input, la situazione o il personaggio che ha dato il via alla creazione del romanzo?

"Foto del mare di Rossano, luogo in cui mi sento particolarmente ispirata. Molte scene del mio romanzo (soprattutto della seconda parte) sono nate al mare! "

“Foto del mare di Rossano, luogo in cui mi sento particolarmente ispirata. Molte scene del mio romanzo (soprattutto della seconda parte) sono nate al mare! “


“Uccidimi, ti prego!” nasce per caso, in un pigro pomeriggio della mia adolescenza. Per scherzo avevo cominciato a scrivere una sorta di racconto dal titolo “Non uccidermi!” in cui una ragazzina di sedici anni dal nome da definire veniva rapita da quattro loschi individui, che avevano nomi d’animali come nomi in codice. Un esperimento, niente di più. Il problema dei miei esperimenti è che io poi comincio a credere in loro, do fiducia a quella che era solo un’idea. Devo dire che questo romanzo non ha avuto una facile gestazione: ogni volta iniziavo a scriverlo, poi abbandonavo l’idea, ripromettendomi, però, di ritornarci. Poi un giorno- sarà stato meno di due anni fa- ho sperimentato una nuova cosa: il racconto inizia in medias res, senza preamboli, senza antefatti. Chi legge si trova insieme alla ragazzina sotto la botola buia, sente il suo stesso freddo, sente i morsi della fame, è raggelato dalla paura di morire, prova un’amara sensazione di disgusto nei confronti dei rapitori. Da lì l’idea si è sviluppata, nuovi personaggi hanno acquistato voce nel romanzo, nuove storie sono emerse. Non c’era più solo la ragazzina rapita, ma c’erano altri volti, altre voci che volevano dire la loro. Quello che era solo un mio progetto iniziale ha cominciato a svilupparsi e a diventare altro. Il miracolo era accaduto: il romanzo cominciava a parlarmi e io, da ideatrice, diventavo artigiana dell’arte.

Questo è il tuo primo libro. Com’è stato scriverlo? Quali sono stati i momenti più importanti e quali gli aspetti che hai cercato di valorizzare e far emergere maggiormente in questa storia?
In realtà, ti devo contraddire. Si tratta del mio secondo romanzo! Il primo si chiamava “L’ultima volta”, un romanzo che ho pubblicato quando avevo 18 anni. Ad ogni modo, scrivere “Uccidimi, ti prego!” si è rivelata un’esperienza interessante, sicuramente di crescita. È una mia creazione ed è bello vederlo lì adesso, impaginato, con le parole scritte in nero sulla carta. Fa uno strano effetto, ma è veramente molto piacevole. Non c’era un progetto iniziale in quel senso, non volevo insegnare nulla, solo raccontare una storia che era nata dalla mia fantasia, una fantasia alla quale ho ubbidito ciecamente, senza chiederle mai di svelarmi il suo fine. Adesso che l’ho scritto, adesso che io stessa sono diventata una lettrice del mio romanzo, ti posso dire cosa vedo io: innanzitutto la presenza di un destino che si diverte a scherzare con i miei protagonisti, un destino al quale non si sfugge, un destino che troppo spesso usa una spietata, spietatissima ironia. I miei protagonisti spesso si trovano a scegliere, è vero, spesso scelgono di scappare eppure la vita- o il fato, o dio o chi per lui- li riporta sempre indietro, li costringe a superre i loro ostacoli e loro, a quel punto, non possono far altro che guardare in faccia la realtà. Infine mi sono accorta che, senza volerlo, ho usato due espedienti per far sì che avvenisse questa sorta di “riconoscimento”: da una parte il sogno, dall’altra lo specchio. Il sogno chiarifica, spiega, dà indicazioni, ma soprattutto rivela, diventa il motore dell’intera storia. E’ strettamente collegato alla vita: se i miei protagonisti non sognassero, probabilmente vivrebbero vite statiche e incolori. Analogamente al sogno, anche lo specchio rivela, invia dei messaggi, ma sono più crudeli, più amari. C’è un momento in cui la mia protagonista, Ginevra, si guarda allo specchio e non si riconosce, dice di non sapere chi sia la donna che copia meccanicamente i suoi gesti e allora la colpisce. Beh, solo allora Ginevra capisce di aver superato un limite oltre il quale non può più andare.

Quella di Ginevra e di Alex e del loro lungo cammino verso la guarigione dopo il terribile trauma subito è una storia ricca di coraggio, speranza e perdono. Cosa vorresti che i lettori imparassero o conservassero nel cuore del percorso che hai tracciato per loro?
Mi basterebbe che i miei lettori non chiudessero il libro dopo le prime due pagine! A parte gli scherzi, vorrei che i miei lettori, dopo aver letto l’ultimo rigo dell’ultima pagina, avessero la stessa sensazione che ho io quando termino di leggere un bel libro: quella di voler sapere a tutti i così com’è andata poi la storia, cos’è successo dopo, che fine hanno fatto i protagonisti, vorrei che avessero l’urgenza di sapere ancora e, allo stesso tempo, che avessero timore di abbandonarli. Mi piacerebbe se qualcuno, letto l’epilogo del libro, si chiedesse “e poi?”. E poi che succede? E poi che fine fanno? Insomma, mi piacciono quei libri che lasciano delle domande e mi piacerebbe che il mio fosse uno di quelli. Non pretendo che la storia di Ginevra ed Alex insegni qualcosa, in quanto il suo proposito era il semplice proposito di dilettare come tutte le storie nate dalla fantasia. Non ti nascondo che quando io mi sono congedata dai miei protagonisti avevo il magone, mi veniva quasi da piangere, perché non volevo lasciarli, volevo ancora sapere di loro, pur essendo consapevole che ormai il loro tempo in quelle pagine era finito. Ricordo che era il 15 di agosto, io scrivevo in terrazzo dai miei nonni sul mio pc appena comprato e sapevo bene che avrei messo un punto lì. Che sensazione! Un vero e proprio momento di abbandono. Ma d’altro canto penso che i personaggi nati dalla mente di un autore siano un po’ come figli, che prima o poi bisogna lasciare andare.

Amore, dolore e perdono. Da cosa si impara di più?
La romantica che è in me a questa domanda risponderebbe senza indugio “l’amore!”, con l’aria sognante e gli occhi lucidi. In realtà, credo si impari molto più dal dolore. La triste realtà è che conosci te stesso solo quando soffri, in silenzio e da solo. Alex rimane in silenzio ben quindici anni della sua vita, Ginevra tiene nascosto un segreto per tanto tempo ed entrambi soffrono, entrambi devono misurarsi con i sensi di colpa, le frustrazioni, le paure. Il dolore non lascia loro tregua, li strema, li costringe a prendere decisioni impossibili e, tuttavia, ricche di coraggio. Se Ginevra non avesse alle spalle il passato che ha, probabilmente sarebbe una donnetta scialba e senza colore, anonima nella folla. La Ginevra che non ha sofferto non avrebbe mai bussato alla porta della mia fantasia, ne sono sicura. Il vero momento di crescita dei miei protagonisti, però, avviene quando subentra il perdono: il perdono diventa una molla, un lasciapassare per la felicità. Basta rimorsi, basta rimpianti, basta prendersela col passato, basta sensi di colpa! I miei protagonisti, alla fine, appaiono come sopravvissuti ad una calamità naturale, e tuttavia non hanno smarrito il sorriso nelle macerie. Non si tratta di un lieto fine, perché il dolore ha talmente stravolto i protagonisti di questa storia che parlare di lieto fine suonerebbe strano. Io parlerei piuttosto di nuovo inizio.

Per presentare “Uccidimi, ti prego!” ai lettori hai scelto la via dell’autopubblicazione attraverso la booksprint edizioni. Ci vuoi raccontare i motivi di questa tua decisione? È stato tutto come ti aspettavi? Lo consiglieresti anche ad altri giovani autori? Com’è il mondo dell’editoria visto con gli occhi di un’autrice esordiente?
Pubblicare con la “Bookspint Edizioni” è stata una bellissima esperienza, che vivamente mi sento di consigliare a tutti quelli che, come me, amano scrivere e lo fanno con la mia stessa passione. Il mondo dell’editoria visto da un’autrice esordiente è un mondo difficile, in cui non si riesce a trovare posto. L’editoria oggi ubbidisce alle regole di mercato, esattamente come tutti gli altri settori e spesso toglie all’arte per accontentare un pubblico quanto più vasto possibile (adesso è la lettrice-Vincenza che ti parla!), per cui non ti nascondo che in generale in giro c’è aria di delusione quando si accenna all’editoria oggi. Ma io sono fiduciosa: sono sicura che chi merita veramente alla fine riuscirà a trovare un posticino per raccontare le proprie storie, esattamente com’è successo a me adesso. Sono una sognatrice: io ancora spero che la storia che ho avuto il piacere di raccontarvi, possa piacere a qualche grosso editore, che la faccia conoscere in giro per il mondo!

C’è un genere, una forma letteraria, con i quali vorresti cimentarti e che non hai ancora affrontato?
Sì, credo che mi piacerebbe molto cimentarmi nella forma del noir, per il momento è questa la mia ambizione. Da lettrice adoro i romanzi un po’ cruenti, quei romanzi che raccontano di storie losche, di criminali e di assassini. Un giorno mi piacerebbe essere tra la schiera di quei narratori di questo genere di storie. L’unico problema è che non credo potrei mai rinunciare ad inserire un pizzico del mio romanticismo persino in quelle storie!

Da dove parte la tua storia di lettrice? Quali generi letterari ti affascinano? Quali sono i tuoi autori feticcio, quelli che ami leggere e rileggere? C’è un libro dei libri?

” il primo libro che ho letto nella mia vita.”


La mia storia di lettrice ha inizio da bambina, come ti accennavo sopra. Come a tutti i bambini che si avvicinano alla lettura, anche a me è stato regalato il “Piccolo Principe” e da allora credo di avere sempre avuto un libro sul comodino. Vado molto a periodi: ci sono periodi in cui amo i generi che mi portano lontano dalla realtà quotidiana, in particolar modo il fantasy (sono irresistibilmente attratta da tutto ciò che ha a che fare con la magia!), altri in cui, invece, scelgo libri che si attengano quanto più possibile alla realtà, altri ancora in cui mi vien voglia di recuperare tutto il tempo perduto con i classici. Poi cerco di prendere un po’ da tutti, mi lascio ispirare da molti degli autori che leggo, ma sempre cercando di rimanere fedele a me stessa. Non ti nascondo che le letture che faccio inevitabilmente condizionano molto anche il mio modo di scrivere, le due cose sono collegate, rimangono inscindibili.

Progetti per il futuro di cui vuoi darci qualche anticipazione?

"E' una foto scattata in montagna, in Sila greca... lì mi piacerebbe poter scrivere in solitudine i miei romanzi un giorno!"

“E’ una foto scattata in montagna, in Sila greca… lì mi piacerebbe poter scrivere in solitudine i miei romanzi un giorno!”


Letterari, intendi? Al momento sto scrivendo un racconto di fantasia e in più ho in mente un paio di idee che aspettano solo di essere messe per iscritto. Credo che, appena avrò un po’ di tempo, mi dedicherò anima e corpo ad un tipo diverso di scrittura: scrittura teatrale. Sarebbe il punto di congiunzione tra le mie due grandi passioni: da una parte l’intreccio, la storia, dall’altra la storia che prende vita. Ma credo di non essere ancora totalmente pronta ad affrontare il dramma, mi serve un po’ di tempo! In questi giorni mi sta venendo anche l’ispirazione per un nuovo romanzo, ma sono ancora in fase di progettazione, potrebbe volerci del tempo! Vedremo! Vi terrò aggiornati!

E anche per questa settimana è tutto ^__^
Ringraziando ancora una volta tutti gli autori e gli editori che continuano a mandarci le loro opere e voi instancabili lettori che ci seguite fedelmente, auguro a tutti una Buona Lettura e, mi raccomando, non perdete il prossimo appuntamento con Letto e Bloggato! ;)

Letto e Bloggato: La gatta che suonava il piano

Iniziamo augurando a tutte le lettrici del blog buona festa della donna! Che ne dite di celebrarla godendovi un nuovo appuntamento con Letto e Bloggato?  ^_^

Questa settimana parliamo di “La gatta che suonava il piano” (Pagine: 40, Prezzo ebook: 1,99 euro) raccolta di racconti di Nicola Nicodemo autopubblicato grazie alla Narcissus.

Sul Libro:
Tre racconti, una sola storia. 1944. I nazisti occupano Parigi. Edifici crollati, i corpi delle vittime campeggiano come vessilli nei luoghi degli scontri. Fame, disperazione e rassegnazione riempiono gli animi avviliti dei parigini. Ma c’è ancora speranza nei cuori di chi non si è mai arreso, di chi combatte, di chi ogni giorno ravviva la fiamma del ricordo e di una promessa. C’è bisogno di lotta nel cuore di Vincent, che ha perso tutto ma vuole difendere il futuro di sua figlia. C’è entusiasmo, voglia di vivere e di riconquistare la libertà, nei cuori di un gruppo di operai che non sanno nulla di guerra, di odio, di armi, ma scelgono di ribellarsi al nazismo e di riscrivere il finale ad una insulsa pagina di storia, per la loro città occupata.

La mia opinione:

Tre racconti che formano un insieme organico, simile ad un romanzo, proposti uno via l’altro in un crescendo di acuta consapevolezza. Un filo rosso di tensione ed emozione collega ogni fatto, ogni personaggio in un respiro che parla di dolore e di speranza. Un uomo ne diventa esempio e protagonista: specchio di un popolo, di una nazione, di un’umanità messa di fronte all’orrore a alle cupe ombre della guerra. Determinando con chiarezza la dimensione interiore dei personaggi,scolpendo figure universali quali padri, madri e figli, l’autore provoca un effetto onda che si riverbera di racconto in racconto addensandosi intorno a temi principali come la libertà (anche una gatta, ultimo ricordo di un figlio coraggioso, diviene pretesto per rifiutare di arrendersi e per sperare ancora), il sacrificio e l’amore per il prossimo. Raccontando una Parigi spenta di ogni sua luce, sfruttando una narrazione forte di un’ottima tessitura verbale, Nicodemo commuove e cattura e rammenta al lettore che i semi di quell’avvenire che stiamo vivendo sono stati gettati tempo fa e cresciuti anche grazie al sangue di tanti eroi comuni dimenticati o mai conosciuti. Un ottimo libro il cui messaggio non può rimanere inascoltato.

E ora l’intervista con l’autore:

Ciao Nicola, benvenuto su Pane e Paradossi-Letto e Bloggato. Che ne dici di iniziare raccontandoci qualcosa di te, cosa ami fare, come ti sei avvicinato alla scrittura e qual è il suo ruolo nella tua vita?
Grazie dell’invito, è un piacere per me. Chi sono? Uno studente liceale, prima di tutto. Quindi né uno scrittore, né uno che ha un’esperienza alle spalle tale da illudersi di poter insegnare qualcosa. Scrivere non è donare e diffondere conoscenza – questo compito lo lascio ad altri, ma apprendere. Si impara molto leggendo, come s’impara molto scrivendo. Io imparo a conoscere me stesso, è questo il ruolo della scrittura nella mia vita. E mi piace molto. Tra le altre cose, mi piace leggere, osservare, ascoltare, pensare e tutto ciò che si può fare combinando queste azioni. E la scrittura le coinvolge tutte. I tipi un po’ fighetti o i grandi autori dicono di aver cominciato a scrivere molto piccoli. Sarà per fare scena, ma io ci credo. Perché quando scrivere piace, può capitare che uno se ne accorga molto presto. Io desideravo da anni scrivere un romanzo, senza ottenere risultati. Due anni fa ho cominciato a scrivere sul mio blog e, con l’aiuto della rete, ho scritto i miei primi due romanzi e la raccolta di racconti di cui parleremo.

Come nasce “La gatta che suonava il piano”? Quale è stata la scintilla, l’input, che ha dato vita a questa tua raccolta di racconti?
Quando ho iniziato a scrivere il primo racconto, che dà il nome alla raccolta, non avevo idea che avrebbe potuto dar vita a una raccolta. Avevo letto alcuni racconti di Hemingway e me n’ero letteralmente innamorato. Così avevo provato a scrivere, di getto, senza alcun piano (cosa sbagliata), questo racconto. Una cosa spontanea, per provare. Ma poi mi sono fatto prendere dalla storia, e mi son detto che era il caso di continuare quella storia, con un secondo e un terzo racconto.

I 3 racconti che compongono “La gatta che suonava il piano” sono ambientati nella Francia occupata durante la seconda Guerra Mondiale. Ci vuoi raccontare delle ragioni che ti hanno spinto ad ambientare il libro in quella precisa epoca storica e di narrare, di conseguenza, la storia di Vincent e della resistenza partigiana?
Come ho detto, la storia è nata molto spontaneamente, senza una ragione premeditata. In realtà, quel particolare momento storico mi ha sempre affascinato molto. Occupazione nazista, Resistenza partigiana. La scelta dell’ambientazione è stata altrettanto naturale. I racconti di Hemingway era ambientato nella Spagna della guerra civile. Io ho scelto una locazione diversa, Parigi, scenario di altrettanta violenza, ma con un fascino particolare. Ho visitato la ville lumière qualche mese dopo averli scritti, e mi sono legato ancora di più ai miei racconti.

Questo è il tuo primo libro. Com’è stato scriverlo? Quali sono stati i momenti più importanti e quali gli aspetti che hai cercato di valorizzare e far emergere maggiormente in questa storia?
Quando uno scrittore comincia a scrivere un libro, sapendo che si tratta di un romanzo, vive la scrittura in modo diverso, perché richiede impegno maggiore e anche criteri di scrittura più complessi. Nella scrittura di un racconto – almeno personalmente – si è più liberi e più spontanei. Tuttavia, alla fine della scrittura, non si prova quella soddisfazione che può renderti un romanzo. Il momento che ricordo con piacere è stato rendersi conto che i tre racconti erano in realtà un’unica storia, e che potevano essere raccolti in un’antologia organica e coerente. Una bella sensazione. Nel libro ho cercato di valorizzare l’aspetto dell’umanità. Anche nel più violento evento storico, non bisogna dimenticare che i protagonisti sono umani, e quindi animati da emozioni e speranze. Mi sono concentrato più sul valore umano che su quello storico in questa ricostruzione del tutto personale.

Per pubblicare “La gatta che suonava il piano” hai optato per la formula del self-publishing in digitale. Ci vuoi parlare dei motivi di questa tua scelta e di come ti sei trovato? E’ stato tutto come ti aspettavi?
In questo caso, la scelta del self-publishing non ha seguito un rifiuto di un editore. Non ho sottoposto il manoscritto a nessuna casa editrice. Ho scelto sin da subito il self-publishing digitale, temendo che questa breve raccolta non si adattasse ai limiti e ai requisiti commerciali dell’editoria tradizionale. E, cosa importante per un esordiente, è costruire un rapporto diretto col lettore, cosa che il self-publishing permette. Mi sono trovato bene, sì. Ma non avevo grandi aspettative. Sapevo che sarebbe stato difficile e che, in questi casi, passaparola e visibilità sul web sono essenziali. Per cui c’è molto lavoro da fare e risultati modesti. Il fatto, però, che i lettori mi abbiano scritto, con complimenti e critiche costruttive, mi riempie di gioia.

Si fa un gran parlare della profonda crisi che sta attraversando il mondo dell’editoria: troppi che scrivono e pochi che leggono. Come vanno, secondo te, le cose? L’avvento di nuove piattaforme per il self-publishing, come ad es. Amazon, o la crescita dell’offerta di ebook (formato che anche tu hai deciso di utilizzare) credi stiano cambiando, e se si come, il panorama editoriale italiano?
Il progresso non può mai essere negativo, porta sempre dei miglioramenti. Anche nel caso della rivoluzione digitale del libro, bisogna coglierne gli aspetti positivi, che sono tanti. Anche per gli autori esordienti, che non trovando posto nell’editoria tradizionale – ormai assoggettata a logiche di mercato, può cercare la sua strada in altri modi. Molti hanno avuto grande successo attraverso i servizi di self-publishing. Da amante del libro di carta, posso solo augurarmi che libro e ebook abbiano una convivenza lunga e felice. Del resto, pensiamo al fatto che l’ebook è un vantaggio per il lettore che non ha la libreria vicino casa, e che quindi ora è stimolato a leggere di più, perché facilitato nell’accesso ai testi. Ma esiste davvero un lettore che non senta il bisogno di andare a comprare un libro di carta?

Da Manzoni in poi la massima “se prima non leggi, non metterti a scrivere” è diventata, più che un consiglio, un mantra. Quali sono gli autori e i libri che hanno in qualche modo influenzato il tuo lavoro e il tuo modo di rapportarti allo scrivere?
Non ho ancora trovato uno scrittore preferito. E pensare di avvicinare il mio stile a quello di un grande autore mi sembra un oltraggio. Diciamo che apprezzo molto il genere storico e la narrativa. Stimo moltissimo autori come Hemingway, Dostoevskij, Svevo, Stendhal. Un libro che mi ha insegnato e lasciato molto, è stato Verso casa, di Dermot Bolger, trovato per caso a due ero e mezzo in un mercatino dell’usato.

Hai delle tecniche narrative, dei trucchi, dei riti o luoghi che ti conciliano meglio il processo creativo a cui non riesci a rinunciare quando scrivi? Insomma, come ti rapporti alla “famigerata” pagina bianca?
Mi capita spesso di trovarmi di fronte alla pagina bianca. Ma se non si ha nulla da dire, meglio dedicarsi ad altro. Forzare la scrittura non serve. Bisogna partire dall’idea. A volte, però, pianificare è la chiave. Anche perché capita di avere molte idee confuse, che hanno solo bisogno di essere riordinate. Quindi pianificare la storia, nelle sue linee generali, cambia la prospettiva e aiuta a sbloccarsi. Altrimenti, meglio ascoltare della buona musica o leggere un libro, che magari arriva l’ispirazione.

Progetti per il futuro di cui ti va di darci qualche anticipazione?
Adesso sto partecipando con un nuovo romanzo al torneo IoScrittore. Vediamo come va qui. Mi ripeto spesso di non andare di fretta, perché tempo ne ho moltissimo. Ma il bisogno di cominciare a scrivere una nuova storia è un impulso cui è difficile resistere.

E anche per questa settimana è tutto ^__^
Ringraziando ancora una volta tutti gli autori e gli editori che continuano a mandarci le loro opere e voi instancabili lettori che ci seguite fedelmente, auguro a tutti una Buona Lettura e, mi raccomando, non perdete il prossimo appuntamento con Letto e Bloggato! ;)

Letto e Bloggato: Zeroventicinque

Inauguriamo questo Marzo 2013 con un nuovo appuntamento con l’ormai irrinunciabile rubrica Letto e Bloggato. Questa settimana dedichiamo il nostro spazio a”Zeroventicinque“, ultima fatica letteraria di Fiorella Carcereri (che abbiamo già incontrato nel presentarvi la sua raccolta di aforismi “La vita in sintesi”), edito dalla Aletti Editore.

Sul Libro:
Arriva un momento dell’esistenza in cui ci si sente pronti a fare dei bilanci e si trovano il coraggio e la pazienza per rovistare nella propria vita alla ricerca di fatti mai del tutto dimenticati, emozioni cristallizzate nel tempo ma ancora vive e pulsanti nel cuore, fermi immagine di ricordi incancellabili. La presente raccolta è scaturita da un lavoro di scavo interiore e di ricomposizione dei frammenti che sono venuti via via alla luce, una sorta di viaggio a ritroso della memoria negli scaffali polverosi, ma ancora pregni di vita, della biblioteca dei ricordi. Ciascuno dei quarantadue racconti della raccolta si focalizza su di un episodio diverso ma è legato a doppio filo a tutti gli altri e ogni storia ha segnato un momento di svolta nella vita dell’autrice stessa. Come intuibile dal titolo proposto per la raccolta, l’autobiografia copre il periodo che va dall’infanzia alle prime esperienze della vita adulta, passando per un’adolescenza, spesso dolorosa, con la quale i conti sembrano non essere ancora in pari.

La mia opinione:
Raccontare la propria vita per scoprire o svelare quelle degli altri è quanto fa e continuerà a fare, che ne sia consapevole o meno, ogni narratore destreggiandosi nello spazio intermedio a cavallo tra autobiografia e romanzo o , come in questo caso, raccolta di racconti. Fiorella Carcereri in questi 42 frammenti di vita, tra speranza e disincanto, animati da un forte senso di giustizia, disegna un cerchio perfetto dentro il quale racchiude cronache di memorie che si fanno universali destando nel lettore il desiderio all’immedesimazione e lo stimolo a riconoscersi in certe situazioni narrate. Contando su di un io narrante schietto e che fa piovere lungo le pagine episodi privati e non, il volume scorre rapido e profondo. La narrazione della Carcereri dimostra brio e maturità non perdendo l’occasione per raccontare l’Italia del recente passato e i cambiamenti che il nostro paese, e noi con lui, ha subito. Un libro interessante che si fa bilancio e riflessione di un percorso intessuto di luce e oscurità. Una conferma per un’autrice da tenere d’occhio.

E ora l’intervista con l’autrice:

Ciao Fiorella, bentornata su Pane e Paradossi-Letto e Bloggato. Che ne dici di iniziare parlandoci di “Zeroventicinque” e di come è nata l’idea per il libro?
Innanzitutto grazie per avermi nuovamente ospitata sul Vostro blog.
“Zeroventicinque” è un libro-non libro, nel senso che, come intuibile da titolo scelto ed ancor meglio leggendo la sinossi, rappresenta una sorta di diario delle tappe principali della prima parte della mia vita, dall’infanzia all’età di venticinque anni. Non ho mai avuto l’abitudine di tenere un diario ma, ad un certo punto della mia vita, ho sentito il bisogno di andare a rovistare nei cassetti polverosi della mia memoria per cercare di ricostruirne uno a posteriori. Pur essendo una donna proiettata nel futuro e con mille idee e progetti da realizzare, sono sempre stata molto legata ai ricordi e alla memoria perché, come dice Oliver Sacks, “la nostra memoria è la nostra coerenza, la nostra ragione, il nostro sentimento, persino il nostro agire”. “Zeroventicinque” copre l’arco temporale di due decenni importanti della nostra storia, gli Anni Settanta e Ottanta, anni in cui molti, leggendo il mio libro, si potranno forse riconoscere. Spero di essere riuscita a trasmettere ai miei lettori, insieme allo spirito di quegli anni, emozioni, sorrisi ed anche un po’ d’ironia.

Per qualunque autore è sempre difficile dare “in pasto” al pubblico la propria opera, soprattutto se, come nel tuo caso, ha profonde connotazioni biografiche. Vuoi raccontarci come sei giunta a questa decisione?
“Dare in pasto” è una parola grossa, anche se scrivere opere autobiografiche può a volte risultare imbarazzante o complicato. Personalmente, non ho trovato grandi difficoltà perché la scrittura proiettata su di me e sulle mie personali esperienze è quella che mi riesce meglio. Permettimi di citare, al riguardo, la grande Susanna Tamaro che nel suo recentissimo romanzo autobiografico “Ogni angelo è tremendo” afferma a tale riguardo: “Scrivere vuol dire andare a fondo alle cose, con lucidità, crudeltà, senza farsi abbagliare da niente…Tutti i miei libri attraversano l’oscurità, non per il compiacimento di farlo, ma per scoprire il punto in cui, a un tratto, il buio misteriosamente si può trasformare in luce…Soltanto nel momento in cui si accetta l’inquietudine come dato fondante, si entra davvero nell’umanità”.

Com’è stato scrivere questo libro? Quali sono stati i momenti più importanti e quelli più difficili?
Si tratta di quarantadue racconti scritti in momenti diversi e solo successivamente riuniti per formare la raccolta. Non ho incontrato particolari difficoltà, il flusso emozionale non si è mai interrotto durante la scrittura. Vi sono stati solo due o tre momenti di dolore e rabbia raccontando di fatti che hanno segnato in particolar modo il mio cammino, ma quando si sceglie di parlare di sé è implicito che si debbano affrontare anche queste situazioni.

Per Calvino “scrivere è sempre nascondere qualche cosa in modo che poi venga scoperto.” Cosa vorresti che i lettori scoprissero con la lettura del tuo libro?
I fatti sono raccontati in mondo molto semplice, come pure le emozioni, positive o negative, che ho provato. Lascio ad ogni singolo lettore la fantasia e la libertà di immedesimarsi o meno nelle mie storie. Mi auguro che, leggendomi, ognuno possa scoprire qualcosa di più di se stesso e della propria anima oppure riconciliarsi con il proprio passato se vi sono ancora dei conti che non tornano, come nel mio caso. Il mio libro non nasconde nulla, o forse tutto. Dipende dall’interpretazione che ciascuno ne potrà dare.

Progetti per il futuro di cui ti va di darci qualche anticipazione?
Dopo due ebook, “La vita in sintesi” (Libro Aperto Edizioni) e “Zeroventicinque” (Aletti Editore), finalmente in uscita a marzo/aprile 2013 i miei primi due libri cartacei.
Si tratta della raccolta di poesie dal titolo “Senza rete” edita da Edizioni Ensemble (Roma) e del romanzo “Amore latitante” che sarà pubblicato da Edizioni Arpeggio Libero (Lodi).
Vi do appuntamento a presto con tutte le mie novità e di nuovo grazie!

E anche per questa settimana è tutto ^__^
Ringraziando ancora una volta tutti gli autori e gli editori che continuano a mandarci le loro opere e voi instancabili lettori che ci seguite fedelmente, auguro a tutti una Buona Lettura, vi lascio con il booktrailer del libro e, mi raccomando, non perdete il prossimo appuntamento con Letto e Bloggato! ;)

Letto e Bloggato: L’Atlante delle Meraviglie

E’ quasi tempo di vacanze invernali e ho quindi “furbescamente” pensato di dedicare questo appuntamento con l’ormai immancabile Letto e Bloggato a “L’atlante delle Meraviglie – luoghi che forse non avete mai visto” (Pagine 208, Prezzo: 2.99 euro), libro d’esordio di Andrea Chirichelli, giornalista e direttore della rivista Players, autopubblicato in versione ebook grazie alla Narcissus e diponibile sia su Amazon che su iTunes Store.

Sul Libro:
Una guida agile, divertente, curiosa e ricca di informazioni e aneddoti alla scoperta di luoghi naturali ed edifici costruiti dall’uomo poco noti o del tutto sconosciuti.

Il libro è diviso in 6 sezioni:
-Il turista distratto – luoghi singolari ubicati in zone a grande densità turistica o in città
superfamose, ma di cui quasi nessuno conosce l’esistenza
-Superstrutture – edifici realizzati dall’uomo in condizioni proibitive, in luoghi assurdi,
oppure frutto del genio di singole persone
-Il pellegrinaggio del geek – i luoghi più amati dai geek di tutto il mondo, dove mistero,
tecnologia, fantascienza e nerditudine si uniscono a formare un cocktail esplosivo
-La natura che non ti aspetti – laghi, fiumi, foreste, isole, elementi naturali atipici o bizzarri
-C’era una volta – luoghi con una storia o un’aneddotica accattivante e da raccontare
-Stranezze – Luoghi che sfuggono ad ogni catalogazione

La mia opinione:
Spazi e luoghi complessi, inconsueti, a volte paradossali, a volte contradditori, straordinari nel loro rifiuto di essere ordinari: sono questi i posti che “L’atlante delle Meraviglie” ci racconta attraverso aneddoti e foto.
La pulsione del viaggio come avventura ha “colpito” prima o poi tutti noi, in questo libro però il viaggio è declinato nella sua forma più pura perché, in sintesi , il vero viaggiatore vuole e deve sorprendersi. Fuori dalle solite spiagge, dai tanto frequentati (e tutti uguali) villaggi vacanzieri e dai rassicuranti itinerari per gruppi esiste un altro genere di meta: quella inaspettata, quella in cui ti trovi per caso e che per una particolarità, una singolarità, diventa vero obiettivo di un’esplorazione altrimenti comune. 100 luoghi che spaziano dal curioso all’assurdo in un elenco-itinerario che invoglia e suggerisce al lettore destinazioni dove sarebbe dolce, o almeno interessante, naufragare. Unico neo, forse, la brevità delle descrizioni. Da brava curiosona avrei preferito qualche spunto o storia in più per ogni meta descritta. Avrebbe concettualizzato meglio il libro che rimane comunque una lettura più che piacevole, divertente e utile per chi si sente bruciare la terra sotto i piedi per la voglia di fare un bel viaggio e non sa dove andare. In fondo, per arrendersi all’ usurato “stessa spiaggia stesso mare” c’è sempre tempo.

Ed ora l’intervista all’autore:

Ciao Andrea, benvenuto su Pane e Paradossi-Letto e Bloggato. Che ne dici di iniziare raccontandoci qualcosa di te, cosa ami fare, come ti sei avvicinato alla scrittura e qual è il suo ruolo nella tua vita?
Ciao e grazie dello spazio concessomi.
Dopo aver passato una decina d’anni a fare altro (il sales manager, per la precisione, professione cui temo mi toccherà tornare quanto prima) ho avuto la pessima idea di intraprendere la carriera giornalistica, attività che in Italia è, per usare un eufemismo “in caduta libera”. Quanto al ruolo della scrittura nella mia vita, è sempre stato centrale: fin da piccolo amavo recensire i film che andavo a vedere, tenevo diari e scrivevo interminabili lettere.

Come nasce il progetto “L’atlante delle meraviglie”? Quale è stata la scintilla, l’input, che ha dato vita a questa tua interessante ed originale guida di viaggio?
Da appassionato di viaggi e internet, mi è capitato spesso di imbattermi in articoli o gallery fotografiche inerenti posti stravaganti e ho iniziato a catalogarli (oh, ognuno c’ha le sue manie). Inizialmente lo facevo per mio piacere personale e per segnarmi luoghi particolari da visitare qualora mi fossi recato nel Paese X o Y, poi un giorno ho notato che avevo sufficiente materiale per scriverci un libro e così…Le ricerche sono durate tre anni, ma l’idea di ordinare il tutto, scrivere i testi, cercare foto utilizzabili con licenza Creative Common mi è venuta un anno fa. Fatto cento il numero di luoghi citati nel libro direi che la metà è frutto di ricerche e l’altra metà di esperienze personali o indicazioni di amici e conoscenti che mi segnalavano chicche particolari di ritorno dai loro viaggi.

Cento luoghi curiosi, misteriosi e incredibili, capaci di soddisfare ogni tipologia di viaggiatore. Quale è stato il tuo criterio nello sceglierli e nel proporli ai tuoi lettori?
Per entrare a fare parte dell’Atlante un luogo deve avere una storia da raccontare, essere decisamente atipico o particolare, restare impresso nella memoria di chi lo visita e ovviamente non essere presente da anni sulle guide turistiche tradizionali. Per dire, La Torre Eiffel ha tutte le caratteristiche citate…tranne l’ultima. Di materiale per eventuali nuove edizioni ce ne sarebbe a bizzeffe.

Per pubblicare “L’atlante delle meraviglie” hai optato per la formula del self-publishing in digitale. Ci vuoi parlare dei motivi di questa tua scelta e di come ti sei trovato? E’ stato tutto come ti aspettavi?
Ad essere onesti è stata una scelta di ripiego, perchè speravo che il libro potesse essere pubblicato in forma cartacea, visto che non esistono opere similari, almeno in lingua italiana. Purtroppo mi sono scontrato con la lentezza pachidermica delle case editrici, che impiegano mesi/anni prima di darti una risposta. In ogni caso non sono pentito, l’unica seccatura è doversi occupare anche dell’aspetto “marketing” per diffondere la notizia dell’esistenza del libro, il che significa conttatare blog, siti, riviste, spammare sui social networks, tutte cose che normalmente (in teoria) dovrebbe fare un editore e non l’autore dell’opera da promovere. Il processo di autopubblicazione è stato velocissimo: ho affidato ad un amico il compito di trasformare il libro in formato .pub e .mobi e mi sono appoggiato a Narcissus per la pubblicazione: ora il libro è presente in una trentina di librerie virtuali, Amazon e iTunes comprese.

Oltre che autore sei anche giornalista freelance, editor, nonché fondatore, direttore e coordinatore della testata Players , quindi godi di una posizione privilegiata per “ascoltare” il polso della nostra editoria dove troppi scrivono e pochi leggono. Come vanno, secondo te, le cose? L’avvento di nuove piattaforme per il self-publishing (soluzione utilizzata anche da te), come ad es. Amazon, o la crescita dell’offerta di ebook credi stiano cambiando, e se si come, il panorama editoriale italiano?
Il panorama editoriale italiano, per usare una celebre espressione StarWarsiana (che tra poco tornerà di moda, visto che sta per partire la produzione di una nuova trilogia), è “putrescente e verminoso”. Tutti i quotidiani campano grazie alle sovvenzioni statali, i periodici sono delle sottilette stampate su carta di pessima qualità. Quanto agli argomenti trattati, no comment: solo sport, politica e, uhm, gnocca. Le eccezioni si contano sulle dite di una mano monca (IL, Internazionale, qualche periodico di ultranicchia), ma lo scenario è sconfortante. Un vero peccato, perchè io mi sono formato anche grazie alle riviste che compravo in edicola. D’altra parte un sistema in cui pochi editorialisti percepiscono stipendi a sei cifre e magari un’intera redazione è composta da stagisti sfruttati come schiavi e pagati con un tozzo di pane secco e un po’ d’acqua non può reggere a lungo. Auspico che presto venga fatta tabula rasa e si possa ripartire da zero, un’operazione di palingesi e rinnovamento servirebbe e non solo in ambito editoriale. Ma sono pessimista. Internet e le nuove piattaforme sarebbero in potenza un ottimo volano per diffondere testate innovative (Players nel suo piccolo cerca di esserlo, se volete dagli un’occhiata la trovate all’indirizzo www.playermagazine.it), ma alla base c’è proprio un problema di alfabetizzazione informatica e scolarizzazione (in senso lato). Se non si investe in formazione, studio delle lingue, educazione civica e cultura generale, un Paese è destinato alla rovina e infatti…

Da Manzoni in poi la massima “se prima non leggi, non metterti a scrivere” è diventata più che un consiglio un mantra. Quali sono gli autori e i libri che hanno in qualche modo influenzato il tuo lavoro e il tuo modo di rapportarti allo scrivere? Da dove parte la tua storia di lettore?
Al Liceo (classico, nel mio caso) ero “costretto” a leggere i classici imprescindibili e quindi non avevo molta voglia di integrare con scelte mie. Quando mi sono liberato dal fardello dei classici (la cui lista andrebbe aggiornata) mi sono concentrato sugli autori americani “recenti” come Steinbeck, Fante, Miller, Salinger, Vonnegut, McCarthy e King. Il mio preferito resta Roth, una spanna sopra a tutti gli altri.

Se dovessi diventare un uomo-libro, come nel romanzo di Bradbury “Fahrenheit 451”, quale libro saresti e perché?
Sicuramente 1984 di Orwell. In primo luogo perchè è il mio libro preferito e lo rileggo con la massima soddisfazione almeno una volta l’anno, in seconda battuta perchè l’autore era chiaramente preveggente, visto che tutte le sue intuizioni si sono puntualmente avverate. E’ un testo la cui lettura andrebbe resa obbligatoria: le persone inizierebbero a capire un po’ di più del mondo che gira loro attorno e quest’ultimo forse sarebbe un posto migliore.

Raymond Chandler, in alcune sue lettere, affermava: ”Tre leggi per scrivere a mio uso: non seguire alcun consiglio, non mostrare mai il lavoro svolto, evitare i critici.” E tu quali tre leggi forgeresti a tuo uso?
La terza. Quanto alle prime due: dipende da chi ti dà i consigli e chi legge il tuo lavoro. Se sono persone di cui ti fidi, perchè no?

Progetti per il futuro di cui vuoi darci qualche anticipazione?
Ho appena ultimato il mio primo romanzo, che resterà chiuso in un cassetto finchè non troverò un editore disposto a pubblicarlo. Quindi molto a lungo, suppongo. Per esorcizzare l’attesa, sto iniziando il secondo…

Ed anche per questa volta è tutto. Ringraziando ancora una volta tutti gli autori e gli editori che continuano a mandarci le loro opere e voi instancabili lettori che ci seguite fedelmente, auguro a tutti una Buona Lettura e, mi raccomando, non perdete il prossimo appuntamento con Letto e Bloggato che ha finalmente riaperto le adesioni! ^_^

Letto e Bloggato: Storie di Paese

Cari lettori compulsivi, amanti della buona pagina scritta e indefessi scopritori di nuovi orizzonti letterari, eccoci arrivati ad un nuovo appuntamento con l’ormai immancabile Letto e Bloggato. Questa settimana parliamo di “Storie di Paese. Antologia del mondo rurale” (Collana:Piccola Biblioteca del sorriso, Pagine:160, Prezzo:18.00 euro), raccolta dei più bei racconti di Renato Fucini (1843-1921), poeta e narratore che “elevò a letteratura la voce del popolo”, che la nuova casa editrice Festina Lente Edizioni ha deciso di pubblicare e di far conoscere anche al pubblico contemporaneo.

Sul Libro:
Un paese unito nella volontà di erigere un monumento ma che poi si divide al momento di decidere a chi dedicarlo. Un altro che pur patendo la sete non riesce a trovare un accordo su dove posizionare la fonte pubblica. Sedicenti esperti cacciatori che dai lasciti rinvenuti nel bosco profetizzano senza ombra di incertezza l’origine dell’animale che li ha fatti. Moribondi che non si decidono ad andarsene perché si compiacciono nell ‘ascoltare la banda cittadina. Ma anche medici dai metodi sbrigativi, debitori incalliti, signorotti dall’ospitalità esagerata, ciarlatani tuttofare, professori d’orchestra che non sanno suonare e altro ancora. C’è un po’ di tutto nell’Italia rurale che ci descrive Renato Fucini, un’Italia e un mondo che non ci sono più ma che ci sono molto vicini e in fondo ci appartengono, perché luogo della memoria e specchio senza veli del nostro essere di oggi.

La mia opinione:
Il sapore aspramente ironico della realtà di ogni tempo stemperato da quello zuccherino del passato. Fucini, con questi 19 deliziosi e sapienziali racconti, narra e propone un Italia che nonostante i tanti anni trascorsi non pare poi così cambiata. In fondo, perchè un paese, una nazione, possa evolvere bisogna che per primi ne cambino gli abitanti e la natura umana non si presta così facilmente ai mutamenti. E così l’autore pone inesorabilmente di fronte ad uno specchio goliardico, ma fin troppo preciso, un circo umano furbescamente inaffidabile e gretto. Storie di contadini e mercanti, di saltinbanchi e politici, di dottori e pazienti, dai caratteri bizzarri ed estemporanei, che diventano “riflessi” in cui ogni lettore può riconoscere qualcuno del presente. Utilizzando un lessico cosparso, ma non appesantito, da toscanismi e da una penetrante vivacità, Fucini ci regala, tramite la bella iniziativa della Festina Lente Edizioni che lo ha riproposto, un libro a misura di lettore, che si fa leggere col sorriso sulle labbra come il titolo della collana promette.

Ed ora l’intervista all’editore Marco Mari di Festina Lente Edizioni:

Benvenuto su Pane e Paradossi – Letto e Bloggato, ci vuoi parlare del progetto Festina Lente Edizioni, di come e del perché è nato?
Festina Lente Edizioni è un sogno che è stato chiuso nel cassetto per molti anni. Lavoro in editoria da oltre 20 anni e per ragioni di lavoro ho girato l’Italia in lungo e in largo. Dopo tanto viaggiare e tante esperienze sentivo sempre più sorgere in me l’esigenza di creare qualcosa di mio, di occuparmi di libri con uno stile diverso, meno industriale e più artigianale, mettendoci tutto il tempo che serve per fare le cose bene. Così, preso il coraggio a due mani, a un certo punto ho deciso di provarci.
Festina Lente, significa affrettati lentamente. Era il motto dell’imperatore Augusto che, con questa espressione, intendeva sottolineare come l’azione debba sempre essere pronta, ma, affinché sia efficace, deve essere sempre affiancata da attenta riflessione. Di fronte a una modernità che spesso, tutta indaffarata a correre sempre più velocemente, tende a dimenticare le ragioni del proprio andare, ho scelto di riprendere dal passato questo semplice monito affinché, avendolo come ragione sociale, mi ricordi in ogni momento quello che vorrei fosse lo stile caratterizzante di questa casa editrice.

Tra qualche mese Festina Lente Edizioni compirà il suo primo anno di vita. Ad oggi, se tu fossi chiamato a trarne un bilancio culturale, quali sono i tratti di maggior importanza/peculiarità che ti sentiresti di sottolineare per far capire cos’è “Festina Lente Edizioni” a chi ancora non la conosce?
Già, è ormai passato un anno da quando è nata ufficialmente Festina Lente Edizioni e il bilancio culturale di questo primo, intenso, anno di attività mi vede decisamente contento. Sono contento perché in questo primo anno sono nate delle significative collaborazioni con importanti enti culturali e con varie realtà associative studentesche, giovanili o di promozione sociale e culturale.
In effetti una delle idee di fondo del progetto culturale di Festina Lente Edizioni è proprio quello di una casa editrice al servizio di una comunità, una casa editrice capace di tessere relazioni, di creare sinergie e di dare visibilità a chi ha qualche cosa da dire.
Sono poi contento perché con gli autori sono nati anche dei progetti di elaborazione collettiva delle idee, si è fatto cioè squadra e ognuno, mettendoci del suo, ha arricchito e migliorato il progetto iniziale. In questi casi la casa editrice è diventata così, anche fisicamente, un luogo di incontro, un luogo dove ragionare insieme, condividere idee, elaborare progetti, costruire una rete sociale di relazioni.
Di fronte a una vera e propria industria della cultura che tratta il libro come una merce tra le tante e che sovente è appiattita solo su logiche di mercato, ciò che come Festina Lente Edizioni si intende proporre è una cultura del libro come strumento di diffusione di idee, di conoscenza e valori etici; una cultura per questo capace anche di valorizzare e dare spazio a quelle voci che per la loro originalità spesso non trovano spazio per essere sentite. Vogliamo fare squadra con autori, lettori, librerie e tutti coloro che a vario titolo entrano in gioco nella realizzazione di un libro, per dare vita a una comunità pulsante capace di creare sinergie e di valorizzare le reciproche competenze. Il sogno è che Festina Lente sia sempre più una casa accogliente, un punto di riferimento, una cassa di risonanza per le voci narranti cariche di idee e di passione che popolano il pianeta libro. Perché, come diceva don Milani: “ Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne da soli è l’avarizia, sortirne insieme è la politica”.

Fino ad ora come giudichi la risposta dei lettori al tuo progetto?
Il giudizio sulla risposta dei lettori al progetto editoriale di festina Lente Edizioni è indubbiamente positivo. Certo, molto rimane ancora da fare per allargare la comunità dei lettori e per intensificare le occasioni di dialogo, ma i riscontri positivi avuti in questi mesi fanno pensare di essere sulla buona strada e che, specie per la narrativa umoristica d’autore, c’era davvero bisogno di una collana di questo tipo (la “Piccola Biblioteca del Sorriso” – ndr).
Certamente non ci fermeremo. Tante sono le idee e molti i progetti in cantiere. A tutti, lettori, autori e operatori culturali e della filiera del libro, chiedo di continuare a sostenerci e di aiutarci a crescere migliorandoci.

Quali sono, a tuo parere, i problemi più grossi (se vi sono) con cui un editore indipendente è costretto a fare i conti oggi?
Il problema più grosso per un nuovo editore, specie se indipendente, è quello di farsi conoscere, di riuscire a instaurare un dialogo col proprio pubblico, di vincere la naturale e pregiudiziale diffidenza che molti hanno verso tutto ciò che è nuovo e che non conoscono, per comunicare il proprio progetto culturale e le ragioni del proprio esistere.
Certo, il mercato editoriale oggi è molto complesso e sta anche mutando molto rapidamente, scardinando consuetudini e rendite da tempo consolidate, e nuovi stabili equilibri sono ancora lontani da venire. I librai indipendenti, che sono lo sbocco privilegiato per un piccolo editore, soffrono la concorrenza delle librerie di catena, della grande distribuzione e delle vendite on line (per questo per loro abbiamo studiato alcune particolari iniziative di supporto alla loro attività). Le librerie di catena privilegiano i grandi editori e la logica dei grandi numeri, logica che nell’immediato certamente premia chi ha grandi budget da investire in pubblicità e promozione. Molti editori hanno scelto di fare cassa facilmente pubblicando qualsiasi cosa e guadagnando a spese degli autori. Per contro, molti autori, di fronte a un’editoria “costosa” o che tende a privilegiare e a pubblicare i soliti pochi noti, si sono trasformati in editori di se stessi e ciò, se teoricamente ha giovato al pluralismo, di fatto e nei fatti ha inflazionato l’offerta culturale, creando un mercato potenzialmente ricco di molti titoli, spesso poi di difficile reperibilità, dove ai tanti meritevoli se ne affiancano altri di scarsissima qualità che nuocciono e in larga parte tolgono credibilità alle opere autoprodotte ma meritevoli.
In questo scenario il ruolo dell’editore serio, che pubblica solo quello in cui crede, è quello di metterci professionalità e faccia. Professionalità per realizzare con onestà prodotti di qualità. Faccia per fornire, attraverso il proprio marchio, la propria reputazione, una sorta di sigillo di garanzia su quanto pubblicato. Il logo della casa editrice su di una pubblicazione deve essere rassicurante, cioè deve consentire al potenziale lettore di acquistare con relativa tranquillità, senza paura di aver speso male i propri soldi.
Infine, rispetto al self pubblishing, è compito dell’editore mettere a disposizione dell’autore la propria rete di rapporti, consolidati e professionali, innovando anche nei meccanismi distributivi, per offrire il maggior grado di visibilità possibile alle sue opere e, di conseguenza, per ottimizzare i flussi di vendita.

La crescita dell’offerta di ebook quanto credi stia cambiando, e se si come, il panorama editoriale italiano? Qual è la posizione di Festina Lente Edizioni di fronte alle “nuove tecnologie”? Quali rischi e potenzialità intravedi?
Gli e-book costituiscono decisamente un’interessante innovazione che modifica radicalmente il concetto di libro e le sue possibili modalità di fruizione. Per questo, come Festina Lente Edizioni, c’è la massima attenzione verso questo nuovo mercato che gli e-book hanno aperto e non escludo, anche in tempi relativamente brevi, l’uscita di e-book a marchio Festina Lente Edizioni.
Tuttavia, e in tutta onestà, ma ciò probabilmente è dettato anche da un fatto di anzianità anagrafica, credo che per alcune tipologie di libro, per la loro modalità di fruizione o per il pubblico a cui si rivolgono, il formato tradizionale su carta sia ancora quello preferibile.
Non vedo dunque negli e-book alcun rischio particolare, né tantomeno, come qualcuno ha paventato, la fine del libro. Gli e-book rappresentano oggi una grande opportunità, quella cioè di veicolare dei messaggi culturali con un nuovo media, media che può essere più attrattivo per certe tipologie pubblico ben specifiche o più funzionale per particolari tipi di contenuti.
Non esiste il vestito che va bene per tutti e per tutte le occasioni. Così come coesistono sia le boutique sia i grandi magazzini e noi ci rivolgiamo ora alle une ora alle altre in funzione del tipo di vestito che ci serve, anche il libro credo arriverà ad avere due mercati che coesisteranno e che si specializzeranno sempre più su precisi segmenti in funzione dell’evolversi delle esigenze dei lettori. Starà agli editori, di volta in volta, capire quale media utilizzare e se la scelta dovrà essere esclusiva (o questo o quello) o inclusiva (sia questo che quello).

Parlaci un po’ delle collane della Festina Lente Edizioni.
Leggere è un piacere, ma spesso ce ne dimentichiamo e pensiamo al libro come a qualcosa di paludato e di noioso. Per questo la prima collana uscita, la “Piccola Biblioteca del Sorriso”, propone testi comico-umoristici d’autore. Peraltro, sono convinto che in un periodo come questo, così cupo e denso di preoccupazioni e di incertezze, ci sia un grande bisogno di sorridere con intelligenza, sorridere per alleggerire i pesi che ognuno quotidianamente si porta sulle spalle e per costruire, con la speranza della ragione, le premesse per un futuro migliore. Se sorridere ci fa star bene, un libro che sappia suscitare un sorriso è un piccolo prezioso momento di benessere alla portata di tutti.
Il piano editoriale della casa editrice si sviluppa poi nelle sue collane essenzialmente lungo tre direttrici: libri per sorridere, libri per conoscere, libri per vivere meglio, e intende proporre sia opere nuove sia opere “dimenticate” ma ancora di grande attualità e riguarda soprattutto l’area umanistica, storica, sociale e politica. In questo progetto, in particolare, grande spazio trova anche la storia e la cultura locale, perché, per non smarrirsi in un futuro senza prospettive, è essenziale non dimenticare le proprie radici, le proprie tradizioni.

Ci anticipi un paio di novità in arrivo targate Festina Lente Edizioni?
A breve uscirà il primo volume della collana dedicata alla narrativa “seria”. È il romanzo psicologico di una storia vera. “Il linciaggio”, questo il titolo del romanzo, narra il dramma di una vicenda che si consuma tutta in circa 30 minuti, durante uno sciopero agrario nell’Italia dell’immediato dopoguerra. L’autore, una prestigiosa firma del giornalismo italiano, indaga, facendo luce su una pagina dimenticata della nostra storia recente, sui molteplici meccanismi che sottostanno a certi fenomeni sociali soffermandosi a distinguere tra i pensieri e le coscienze individuali e le azioni e la coscienza collettiva e come gli uni influenzino gli altri e viceversa.
Continua poi la collana dedicata all’umorismo con l’uscita di due esilaranti libri di autori contemporanei. Il primo, è il racconto surreale della scuola italiana di oggi vista e raccontata con elegante garbo e raffinato humour attraverso una sorta di lente di ingrandimento che nell’ingrandire deforma anche i contorni della realtà.
Il secondo è invece l’ironico racconto di una cinquantenne che, divenuta single da riflusso, dopo un arduo tagliando di revisione per ripristinare il sex appeal di un tempo, cerca di rimettersi in gioco per trovare una nuova anima gemella, ma un conto sono i buoni propositi e un altro è la realtà.
Sempre a breve, verrà inaugurata la collana dedicata alla saggistica, con un testo specialistico dedicato al mito del medioevo così come è stato immaginato, trasfigurato e raccontato attraverso le varie espressioni artistiche degli ultimi due secoli (pittura, cinema, narrativa, moda, ecc…).
Infine, un ultimissimo flash, per annunciare il varo di un progetto a cui tengo molto e nato da una collaborazione col Cesitus (Centro Studi e Iniziative di Turismo Sociale Sostenibile e Solidale) e col Centro Turistico Giovanile. L’iniziativa, che si concretizzerà poi in una manifestazione finale e nella pubblicazione dei migliori elaborati pervenuti, è un concorso, totalmente gratuito e aperto a tutti, dedicato alla narrativa e al disegno umoristico dei viaggi, veri o immaginari (per chi fosse interessato il bando e la scheda di iscrizione sono consultabili e scaricabili dal sito www.festinalenteedizioni.it).
Altre cose poi bollono in pentola, ma, per scaramanzia, non anticipo altro, invitando tutti però a seguirci (a tal proposito c’è anche una newsletter) perché, come recitava una pubblicità di qualche anno or sono, “potremmo stupirvi con effetti speciali…”.

Ed anche per questa volta è tutto. Ringraziando ancora una volta tutti gli autori e gli editori che continuano a mandarci le loro opere e voi instancabili lettori che ci seguite fedelmente, auguro a tutti una Buona Lettura e, mi raccomando, non perdete il prossimo appuntamento con Letto e Bloggato che, verso Dicembre, dovrebbe riaprire le adesioni ^_^

Letto e Bloggato: Volo per te

Bentornati! Da bravi fedeli lettori spero che non vogliate perdervi un nuovo “succulento” appuntamento con Letto e Bloggato . Questa settimana ho deciso di dedicare un pò di spazio a “Volo per te” (Pagine: 82, Prezzo: euro 12,00), romanzo d’esordio di Maria Mancusi, pubblicato da La Riflessione-Davide Zedda Editore.

Sul libro:
Apro la finestra affinché la mia musica possa arrivarle e il vento mi porta il profumo di lei. È vicina…
… Nel cuore si agita un nuovo segreto: la felicità è non tradire se stessi, mai.

Un viaggio dell’anima e del corpo quello di Bruno: ritornare, dopo anni di assenza, al proprio paese d’origine, con l’illusione di rimediare agli errori del passato, di riappropriarsi dei sogni dell’adolescenza, di recuperare il progetto di vita immaginato per sé è l’unica motivazione che lo spinge a tollerare il vuoto della sua esistenza. Nella casa paterna rivive i momenti della sua vita e l’episodio che lo ha irrimediabilmente segnato…
Sul filo dei ricordi si dipana una storia di perdono e redenzione. Ma soprattutto di speranza.

La mia opinione:
Esiste una parola: lìtost. E’ una parola della lingua cèca di difficile traduzione. Per Kundera è uno “stato doloroso suscitato dallo spettacolo della nostra miseria, scoperta all’improvviso”. Una malinconia, un rimorso, una nostalgia, un rimpianto che in “Volo per te” vengono lievemente scanditi dalla voce interiore del protagonista. Arrivato alla maturità Bruno deve fare i conti con le scelte fatte. Con la consapevolezza di aver visto, giorno dopo giorno, affondare malinconicamente i propri ideali, soffocati nelle spire di una vita mai decisa ma solo subita. In una dolente, intima e ben condotta analisi si palesano al lettore le asperità e le crepe di un’esistenza in cui l’amore (per la vita, per la famiglia, per la musica e per una donna) sfiorisce senza sbocciare mai completamente. Con notevole maturità narrativa e profonda intensità emozionale l’autrice riesce a tratteggiare il ritratto di un uomo solo che ha fatto a meno di tutti (anche di se stesso) e che ora non può fare a meno di venire a patti con le sue fragilità (svelando insieme ad esse anche quelle del lettore) fino alla catarsi finale. Un libro che convince e a tratti commuove dalla prima all’ultima pagina.

E ora l’intervista all’autrice:

Ciao Maria, benvenuta su Pane e Paradossi-Letto e Bloggato. Che ne dici di iniziare raccontandoci qualcosa di te, cosa ami fare, come ti sei avvicinata alla scrittura e qual è il suo ruolo nella tua vita?
Cosa amo fare? Leggere. Più di tutto. E scrivere quando un’emozione mi pungola. Mi sono avvicinata alla scrittura da bambina, un po’ per inclinazione – credo naturale – un po’ perché ho avuto insegnanti che mi hanno stimolata molto; oggi, questa passione mi permette di capire, di interessarmi alla vita e alla sensibilità degli altri.

Come nasce “Volo per te”? Qual è stato l’input, la situazione o il personaggio che ha dato il via alla creazione del romanzo? Com’è stato scrivere questo libro? Quali sono stati i momenti più importanti?
Ho scritto “Volo per te” negli anni universitari. Il confronto con gli altri colleghi, le inquietudini della mia generazione sono stati l’input che ha dato avvio all’idea del romanzo. Scrivere questo libro è stato complesso, per certi versi doloroso. Bisognava che il protagonista rispondesse con la sua vita alla domanda più importante che oggi si ci possa porre: quale spazio ha la vita di tutti, in un mondo che dimostra di non avere spazio per le vite di tutti, per i sogni di tutti. Spero di essere riuscita in questo.

Ho molto apprezzato la vivida caratterizzazione del tuo protagonista e l’efficace approfondimento psicologico che hai utilizzato per descriverlo al lettore. Da dove hai tratto l’ispirazione per crearlo? Come hai bilanciato la ‘quota’ autobiografica e quella di pura invenzione?
Bruno, il protagonista, è assolutamente un personaggio di pura invenzione, come del resto tutta la trama. La sua “quota autobiografica” è tutta, se così si può dire, nel percorso intimo, attraverso cui raccontando se stesso, Bruno racconta le ansie dei nostri tempi. Come ti dicevo prima, l’ispirazione per crearlo è venuta ascoltando e vivendo le aspettative della mia generazione.

Per Calvino “scrivere è sempre nascondere qualche cosa in modo che poi venga scoperto.” Cosa vorresti che i lettori scoprissero con la lettura del tuo libro?

Vorrei tanto che “Volo per te” divenisse per i lettori un’occasione per porsi delle domande sul senso della vita, per trovare lo stimolo a creder in se stessi, a non tradirsi.

Il “calvario” con cui tutti gli autori devono prima o poi confrontarsi: la ricerca di un editore. Vuoi raccontarci qualcosa dei passi che hai dovuto fare per vedere finalmente pubblicato “Volo per te”? È stato tutto come ti aspettavi?
In verità, la pubblicazione è arrivata, per me, quasi per caso. Non l’ho cercata. A un certo punto ho solo deciso di mettermi in gioco e da allora il passo è stato breve.

Si fa un gran parlare della profonda crisi che sta attraversando il mondo dell’editoria: troppi che scrivono e pochi che leggono. Come vanno, secondo te, le cose? L’avvento di nuove piattaforme per il self-publishing, come ad es. Amazon, o la crescita dell’offerta di ebook credi stiano cambiando, e se si come, il panorama editoriale italiano?
Lo stanno cambiando, ma forse ancora non ne abbiamo percezione. Di sicuro lo cambieranno tantissimo. In più di un senso. Per un verso, infatti, sarà possibile a testi e autori che diversamente rimarrebbero sommersi farsi conoscere e apprezzare, dall’altro, ancora una volta, i meccanismi della rete e la sua viralità, che non sempre fanno emergere cose degne di nota, non garantiscono sul fatto che la letteratura del futuro sarà migliore di quella presente o passata. Cambierà probabilmente il sistema di selezione, non più e non solo affidato agli editor delle case editrici, ma anche e direttamente a un pubblico più vasto ed eterogeneo, e se fino a oggi si è temuta la scure dei pochi che decidevano le sorti di un testo, domani dovremmo domandarci che cosa farà un testo gradito al popolo della rete e soprattutto che cosa ne condizionerà il successo. Non credo solo ed esclusivamente la sua qualità. Sinceramente e da idealista, mi piacerebbe vedere la letteratura sganciarsi dal concetto di “prodotto”.

Da dove parte la tua storia di lettrice? Quali generi letterari ti affascinano? Quali sono i tuoi autori feticcio, quelli che ami leggere e rileggere? C’è un libro dei libri?
Non ho un libro feticcio. Mi piace leggere generi diversi e autori diversi, ma ho un’affezione particolare per Saramago, Garcia Marquez, Calvino, Pessoa.

Progetti per il futuro di cui vuoi darci qualche anticipazione?
Ovviamente scrivere ancora. Ho in progetto un testo diverso da “Volo per te”, in cui tento di scandagliare i mille volti della femminilità. Spero sia pronto presto, sono un po’ pigra nella scrittura, forse perché mi piace gustare ogni parola scelta.

Ed anche per questa volta è tutto. Ringraziando ancora una volta tutti gli autori che continuano a mandarci le loro opere e voi instancabili lettori che ci seguite fedelmente, auguro a tutti una Buona Lettura e, mi raccomando, non perdete il prossimo appuntamento con Letto e Bloggato che, anche se temporaneamente in pausa (le adesioni sono al momento sospese), continuerà puntuale come sempre!

Letto e Bloggato: Anime impure – La rivelazione

In questa inizio Ottobre particolarmente “umido” vi propongo, giusto per tirarvi un pò su il morale (almeno spero ^_^) un nuovo appuntamento con Letto e Bloggato . Tra le tante adesioni ricevute, questa settimana ho deciso di dedicare un pò di spazio a “Anime Impure – La rivelazione (disponibile a 0,89 Euro su Amazon o gratuitamente sia sul sito dell’autore che su ebookgratis.net)  opera prima di Cristino Signorino e primo libro di una trilogia di cui è già disponibile il secondo volume “Anime Impure- L’esilio delle ombre”.

Sul libro:
E’ per affrontare le difficoltà che combatto. E’per dimenticare la paura che io amo. E’ per sollevare dal dolore chi mi è accanto che uccido. Grazie alla sofferenza io vivo.

Gabriel è giovane, avrebbe tutta la vita davanti, ma non crede più in niente; ha perso tutto: la donna che amava, i genitori e anche se stesso. Prigioniero della droga, ha preso una terribile decisione. Ma l’incontro con una donna misteriosa e affascinante di nome Gill sconvolgerà la sua esistenza, trascinandolo in un mondo oscuro, abitato da creature fantastiche e potenti..

La mia opinione:
Nell’aria sporca di una città crespuscolare un eroe-antieroe randagio, dall’anima divisa, deve fare i conti con l’insoddisfazione divorante.
Le disillusioni di ogni giorno, i dolori insanabili, si accumulano fino a trasformarsi in abissi di fragilità da cui è impossibile guarire. Si spegne perfino la necessità di far rotolare i dadi avuti in sorte e la belva affamata di pace e oblio  che il giovane protagonista si sente ruggire dentro  diventa sprone all’autodistruzione. E così il male di vivere cambia faccia, si tramuta in un altro tipo di insondabile tenebra. Si trasforma in qualcosa di accettabile, forse persino di desiderato, attraversando la linea invisibile che esiste tra il quotidiano e lo straordinario. Manipolando abilmente tematiche morali e attualissime difficoltà sociali, l’autore ingloba con successo nella narrazione incubi notturni, macabre apparizioni e rituali esoterici riuscendo a tenere il tutto in equilibrio senza scadere mai nel già visto o nello sproporzionato. Un buon romanzo dove il mito, il fantasy e la suspance risultano importanti quanto i sentimenti e la sensualità. Impossibile non desiderare leggere il seguito.

Ed ora l’intervista all’autore:

Ciao Cristiano, benvenuto su Pane e Paradossi-Letto e Bloggato. Che ne dici di iniziare raccontandoci qualcosa di te, cosa ami fare, come ti sei avvicinato alla scrittura e qual è il suo ruolo nella tua vita?
Ciao e grazie per avermi accolto sul vostro blog.
Ti confesso che ho sempre avuto qualche difficoltà a raccontare di me. Per farla breve, credo che la cosa più importante da sapere sul mio conto è che sono un sognatore. Tutto il resto è, in un modo o nell’altro, una diretta conseguenza. La scrittura, probabilmente, è la principale di queste conseguenze.
Ho iniziato a scribacchiare qualcosa, attorno ai diciotto o diciannove anni. Allora si trattava per lo più di pagine di quaderno, usate a mo’ di diario, a cui affidavo idee, emozioni, riflessioni e brevi racconti. La scrittura era una silenziosa confidente e un modo di tenere in ordine i miei pensieri.
Soltanto di recente, circa una decina di anni fa, mi sono avvicinato alla scrittura creativa, realizzando un paio di brevi scritti sperimentali. Il 2008 è stata la volta della prima opera complessa, ovvero: Anime impure. La rivelazione

Come nasce “Anime Impure – La rivelazione”? Qual è stato l’input, la situazione o il personaggio che ha dato il via alla creazione del romanzo e al progetto della trilogia urban fantasy che ne deriverà?
Come ho accennato prima, la scrittura è sempre stata un po’ la mia confidente. Negli anni immediatamente precedenti alla pubblicazione del romanzo attraversai un gran brutto periodo e per superarlo cercai aiuto nella scrittura. Scrissi moltissimo per mesi e mesi. Scrissi su di me, sugli altri e, più in generale, su tutto ciò che mi passava per la testa. Mi fermai soltanto quando riuscii a cogliere in tutte quel pensare e scrivere una sorta di “personalissima interpretazione della realtà”, a cavallo tra il mondo fisico e quello metafisico. A quel punto, mi resi conto, mutaforma, folletti, spettri, demoni e altre creature iniziarono a danzare nella mia immaginazione, evocando un mondo affascinante, doppio del mondo reale. Una sorta di oscuro Attraverso lo specchio.
Come non scriverci su una storia?

Quali sono stati gli aspetti che hai cercato di valorizzare e far emergere maggiormente in questa storia?
Principalmente, il travaglio interiore del protagonista, Gabriel, e la sua battaglia per affrontare il disagio. Allo stesso tempo, però, ho cercato di gettare le basi per la descrizione una realtà “alternativa” con il suo popolo, le sue leggi e tradizioni.

“Anime Impure – La rivelazione” è il tuo primo libro, nonché primo volume di una saga dark fantasy. Rivolgerti a questo genere è stata una tua scelta consapevole o semplice frutto dell’ispirazione del momento? Trovi che ci siano differenze, e se si quali, tra il modo di scrivere fantasy nostrano e quello degli autori nordamericani? Infine ci vuoi parlare un po’ del progetto per questa tua trilogia?
Per via della particolare genesi, Anime impure. La rivelazione, o meglio, la realtà in cui il romanzo è ambientato è nata già come parte di un universo dark fantasy. Da questo punto di vista, credo si possa affermare che sia stato più frutto di ispirazione e non di una mia scelta consapevole.

Rispondere a una domanda del genere richiederebbe fiumi di inchiostro. Certamente, oggi, alcuni autori nordamericani influenzano tanto (forse troppo) alcuni scrittori nostrani. Durante il boom del fantasy ho letto molti romanzi, alcuni pubblicati e altri ancora in nuce, che ricordavano da vicino i best-seller fantasy del momento.
Il progetto “trilogia” è nato durante la scrittura del romanzo. Forse perché ero, e sono, ancora alle prime armi con la scrittura creativa, non sono stato in grado di creare un’unica opera in cui raccontare la storia per intero. Da qui l’idea di suddividere la narrazione in tre volumi. A oggi, ho già scritto e completato anche il secondo volume della serie, Anime impure. L’asilo delle ombre. Il terzo, e quasi sicuramente ultimo romanzo della saga, è ancora allo stadio embrionale. Spero vivamente, una volta concluso questo progetto, di essere almeno andato vicino all’intento di creare “un mondo dietro il mondo” e di aver dato ai lettori la chiave per interpretare le metafore disseminate lungo la narrazione.

Questo è il tuo primo romanzo e hai scelto, dopo una prima pubblicazione a pagamento, di
auto-pubblicarlo in formato digitale tramite Amazon. Ci vuoi raccontare i motivi di questa
tua decisione? È stato tutto come ti aspettavi? Lo consiglieresti anche ad altri giovani autori?
Com’è il mondo dell’editoria visto con gli occhi di un autore esordiente?

Una volta scaduto il contratto che mi legava alla casa editrice, non volevo rassegnarmi al “pensionamento” della mia opera e ho vagliato varie opportunità per mantenere il mio romanzo disponibile alla lettura. Da subito, ho scelto di evitare la pubblicazione a pagamento sia perché non avevo risparmi da investire nell’operazione; sia perché, già pochi mesi dopo la pubblicazione di Anime impure. La rivelazione a opera del vecchio editore, mi ero reso conto della sproporzione tra esborso e relativa promozione letteraria.
La prima soluzione presa in considerazione è stata quella di rivolgermi ad alcune case editrici che non richiedevano il contributo dell’autore ma dopo aver atteso quasi un anno sia La rivelazione che L’asilo delle ombre non avevano ricevuto altro che rifiuti. A spingermi definitivamente sulla strada del’auto-pubblicazione sono state proprio le motivazioni di questi rifiuti. I miei romanzi erano state respinte perché aver pubblicato il primo romanzo della saga con una casa editrice rendeva l’intera serie poco commerciabile per le altre. Come autore, ho trovato queste spiegazioni talmente odiose da lasciare perdere case editrici e leggi di mercato e fare tutto da me. Da qui la decisione di realizzare gli ebook e di pubblicarli sul mio sito web e su altre piattaforme. In fondo ciò che conta è scrivere ed essere letti. Tutto quello che gira intorno a questo assunto di basa conta poco o nulla.
Per rispondere alle restanti domande, se permettete, citerei un breve estratto del componimento E così vorresti fare lo scrittore di Charles Bukowski (di cui consiglio la lettura integrale) che capita spesso di leggere sui forum e sui blog che riguardano gli scrittori esordienti:

E così vorresti fare lo scrittore?
Se non ti esplode dentro
a dispetto di tutto,
non farlo
a meno che non ti venga dritto
dal cuore e dalla mente e dalla bocca
e dalle viscere,
non farlo.

se devi startene seduto per ore
a fissare lo schermo del computer
o curvo sulla macchina da scrivere
alla ricerca delle parole,
non farlo.

se lo fai solo per soldi o per fama,
non farlo [...]

Hai delle tecniche narrative, dei trucchi, dei riti o luoghi che ti conciliano meglio il processo creativo a cui non riesci a rinunciare quando scrivi? Insomma, come ti rapporti alla “famigerata” pagina bianca?
Un paio di volte, in effetti, ammetto di aver pensato di innalzare un piccolo altare a Calliope, giusto per scongiurare il pericolo del blocco scrittore ma ho sempre finito col desistere dall’intento.
Non ho una formazione “stutturata” da scrittore e quindi il mio scrivere è un continuo sperimentare. L’unico strumento cui finora ho sempre fatto ricorso è stato quello di schematizzare la narrazione secondo un particolare paradigma. Si tratta di un “trucco” da sceneggiatori che ho letto in Screenplay di Syd Field. Trovo che il paradigma suggerito da Field per le sceneggiature non si adatti perfettamente alla composizione di un romanzo ma permette comunque di esaminare in maniera accorta le linee generali della narrazione.
Per il resto quello che serve è una gran dose di pazienza perché, spesso, una storia viene scritta solo quando è lei a voler essere raccontata.

Da dove parte la tua storia di lettore? Quali sono i tuoi autori feticcio, quelli che ami leggere
e rileggere? C’è un libro dei libri?

Ho letto il mio primo romanzo tra gli otto e i dieci anni: Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne. Mi piacque tantissimo. Col passare degli anni continuai a leggere in maniera discontinua ma il fantasy divenne da subito il mio genere letterario d’elezione.
A conti fatti, se dovessi scegliere un unico autore e un unico romanzo, la mia scelta cadrebbe su Neil Gaiman e il suo American Gods. Credo di aver letto romanzi con trame anche più avvincenti, ma American Gods rappresenta una perfetta sintesi di quanto possa rendere davvero bello e interessante un romanzo.

3 imprescindibili regole per scrivere bene.
Più che regole, per scrivere bene credo sia opportuno avere tre caratteristiche fondamentali:
la pazienza necessaria a costruire una trama ben sviluppata;
l’umiltà di riconoscere i propri errori e i propri limiti;
la fantasia per cercare di scrivere trame originali e accattivanti.

Progetti per il futuro di cui vuoi darci qualche anticipazione?
Sicuramente la precedenza va alla conclusione della saga di Anime impure. Per il resto, non ho altri impegni letterari impellenti. Credo comunque che, come già è accaduto per questa trilogia, nel momento in cui incontrerò uno storia che vorrà essere raccontata, da bravo scrittore mi metterò alla scrivania e inizierò pazientemente a mettere tutto nero su bianco.

Ed anche per questa volta è tutto. Ringraziando ancora una volta tutti gli autori che continuano a mandarci le loro opere e voi instancabili lettori che ci seguite fedelmente, auguro a tutti una Buona Lettura e, mi raccomando, non perdete il prossimo appuntamento con Letto e Bloggato che, anche se temporaneamente in pausa (le adesioni sono al momento sospese), continuerà puntuale come sempre!

Letto e Bloggato: Blado 457

Dopo un appuntamento mancato (chiedo umilmente venia ^_^) torna Letto e Bloggato. Questa volta ri-ospitiamo con piacere Erika Corvo, autrice che avevamo già incontrato per l’uscita del suo avvincente “Fratelli dello spazio profondo” (potete andarvi a leggere la recensione e l’intervista QUI), che ci presenta il suo nuovo romanzo “ Blado 457” (Pagine 268, Prezzo versione cartacea: 14 Euro, Prezzo Ebook: 6.99 Euro) edito in versione cartacea e digitale dalla Youcanprint Edizioni e da Epubblica in versione esclusivamente digitale.

Il libro descritto dalla stessa autrice::
E’ il primo di una serie di quattro racconti ambientati in un futuro post atomico. Come ho scritto nella premessa di “Blado 457”, se l’argomento è stato utilizzato dagli scrittori di fantascienza fino alla nausea, non è detto che non si possa ancora scrivere qualcosa di valido in proposito, e soprattutto, qualcosa di inconsueto. I miei personaggi non sono mai i classici “eroi”. Sono persone talvolta insicure, che agiscono d’istinto invece che seguendo la logica e il dovere, che hanno dubbi, ripensamenti, e sentimenti contrastanti. In Blado 457, lui aveva una missione da portare a termine e rischia di rovinare tutto per un’azione compiuta d’impulso; lei preferirebbe morire piuttosto che vivere in un futuro che si presenta sotto forma di quello che ha sempre rifiutato. Il tutto è condito da colpi di scena, combattimenti, mostri, invasioni, in un ritmo veloce e coinvolgente. E poi basta, leggetevelo. Se vi racconto tutto io, che senso ha?

La mia opinione:
Il mondo come lo conosciamo è finito. Si è spento nella poco fantasiosa ma fin troppo plausibile cacofonia di scoppi atomici. Gli umani sono sopravvissuti. Decimati, malridotti, preda di mutazioni e separati in opposte fazioni. L’una aggrappata all’idea di tenere in vita ad ogni costo un passato ormai dimenticato e l’altra che vede nel ritorno alla natura, nella sua accezione più primitiva, un nuovo inizio. Due mondi chiusi nella loro ottusa e ottundente convinzione che rappresentano efficacemente l’insoluto conflitto natura vs tecnologia.
Tra apologia classica dell’umana natura e critica sociale (su tutto spicca il ruolo della donna come peculiare e limitato strumento riproduttivo), utilizzando una forma originale e matura di realismo, Erika Corvo riesce a sviscerare concetti sociali e morali complessi con la massima naturalezza, evolvendoli al servizio della narrazione e descrivendo un mondo che è il nostro e allo stesso tempo non lo è, ed invitando chi legge a riflettere e a guardare in faccia il presente.
Grazie a un linguaggio essenziale ma allo stesso tempo figurativo, l’autrice dimostra una ricchezza di argomentazioni e di inventiva che non può che catturare il lettore e renderlo partecipe di una storia intrigante e piena di sorprese. Tra scene d’azione ben costruite, personaggi vividi e indomiti, “Blado 457″ adempie allo scopo che ogni buon libro di fiction dovrebbe tenere sempre presente: far esistere il pensato e l’immaginato…Almeno fino all’ultima pagina.

Ed ora l’intervista all’autrice:

Ciao Erika, bentornata su Pane e Paradossi-Letto e Bloggato.
Che ne dici di iniziare parlandoci un po’ di questo tuo nuovo romanzo? Com’è nato “Blado 457”? Qual è stato l’input, la situazione o il personaggio che ha dato il via alla creazione del libro?

Ho la strana abitudine di “dedicare” tutti i miei racconti a qualche luogo che mi ha colpito particolarmente, a qualche situazione particolare, o a qualcuno. Per diciassette anni ho fatto vendita porta a porta, vagabondando su e giù per tutta la Lombardia. Completamente sola da mattina a sera, pioggia, sole, neve, vento, e due bambini a casa. E mentre sei in macchina, a che pensi? Inventi storie, amici immaginari che ti tengano compagnia, e che ti rassicurino dicendoti che anche quella sera tornerai a casa sana e salva e con qualche soldo in tasca. Perché fino a quando loro riusciranno a districarsi dai guai, potrò farlo anch’io.
Ero dalle parti di Bollate, ferma davanti ad un passaggio a livello, e su un muretto c’era il tag di un writer (ovvero un nickname scritto con le bomboletta di vernice spray), appunto Blado, seguito da un numero. Non avevo ancora inventato nessuna storia, quel giorno. Come è nata la storia? Da tutte le riflessioni davanti al tag e al passaggio a livello chiuso.
Blado. Chi potrebbe essere uno che si chiama Blado? Sembrerebbe il nome di un guerrigliero, da Blade, lama. E il numero? Sarà un guerrigliero post-atomico, dove la gente ha i numeri al posto del nome. E perché dovrebbero avere dei numeri? Non ce l’hanno un padre e una madre? Evidentemente, no. Non ce li hanno, perché non ci sono più donne, e i bambini vengono allevati dalla comunità. Che comunità del cavolo è, che non permette ai bambini di conoscere la loro mamma? Una roba aberrante, da cui scappare. E dove scappa, allora? Via, lontano. Cerca di creare qualcosa di più umano, lontano dalle radiazioni, visto che è un mondo post-atomico… Beh, insomma, tutta una concatenazione di idee, una dietro l’altra. E come dice Vasco, “a noi non resta che scriverle in fretta, perché poi svaniscono, e non si ricordano più…” Quando si è alzata la sbarra del passaggio a livello, Blado 457 esisteva.
Quando scrivo ho bisogno di nomi, e visto che tutto è partito da un tag, ho usato i nomi dei writers per i personaggi del racconto. I loro tag variopinti e fantasiosi hanno foraggiato la mia inventiva, e hanno riempito questo ed altri racconti: Noce, Pongo, Enk, Fly Soul, Robin, i Bor Clan, e tutti gli altri.
Sarebbe bello, un giorno, rispondere al telefono e sentirmi dire: ciao, sono Noce.
Per amore di cronaca, bisogna dire che Blado non è il primo racconto della serie post-atomica, ad essere stato scritto. Prima di questo, ho scritto “La leggenda di Taman Shoudy”, “Dvostruk”, e “Tutti i Doni del Buio”. I primi due racconti sono stati dedicati alla ex Yugoslavia, e quasi tutti i nomi dei personaggi sono in serbo croato. Il terzo è dedicato alla Grecia, e i personaggi hanno nomi greci o dal suono greco. L’ultimo racconto post-atomico che ho scritto, è “Shadir, i guerrieri ombra”, che ho dedicato al mondo del wrestling. Ogni personaggio è un wrestler, e sarà un bel gioco, per gli appassionati, riuscire a riconoscerli e identificarli tutti.
Ogni storia è incentrata su un particolare tipo di razza mutante: i Grandi alati per Taman Shoudy e Dvostruk, gli Shakars per I Doni del Buio, e gli Shadir per i Guerrieri Ombra. Ma ad un certo punto mi sono posta un problema: un mondo post-atomico, sì… ma da dove era nato, tutto questo? Da dove era iniziata, l’era del Dopo Bomba? Da qualche parte e in qualche maniera, doveva pur essere iniziato tutto quanto! Blado è nato per dare un senso a tutto l’insieme: il conflitto nucleare, e il passaggio dal vecchio mondo al nuovo; la nascita delle razze mutanti, il regresso della razza umana, decimata e tornata ad una civiltà rurale, e l’avvento di una nuova religione.

In “Blado 457” ci troviamo in un futuro post- apocalittico e il libro sembra appartenere alla nuova rinascita del genere “distopico” che, dopo le narrazioni fantapolitiche antitotalitarie della prima metà del Novecento, si sta ritagliando sempre più spazio nelle nostre librerie. So che tu hai scritto il libro molto prima che la rinascita di questa corrente prendesse piede nel nostro paese. Come ti trovi ora ad aver precorso in maniera così profetica i tempi? Trovi che ci siano differenze, e se si quali, tra il modo di scrivere sci-fi nostrano e quello degli autori nordamericani?
Va bene che sono vecchia, ma dici che il distopico è nato a metà del Novecento e io ho scritto Blado prima di questa corrente, anzi, molto prima…. mi hai presa per Rita Levi Montalcini, che ha passato i cent’anni? Ne ho solo 53, anche se tra poco diventeranno 54. Beh, in effetti ho qualche annetto più di voi, e le cose le vedo sotto un punto di vista decisamente diverso. Io non ho precorso i tempi, io ho vissuto quando per voi era ancora il medio evo! Voi lo chiamate futuro distopico, io lo chiamo passato prossimo. Quando sono nata io, la tv si andava a vederla al bar, perché nessuno ce l’aveva in casa. Sempre che ci fosse un bar con la televisione, perché mica tutti i bar potevano averla! Il telefono era una scatola nera appesa al muro, e la linea bisognava dividerla tra due famiglie. Nelle case di ringhiera, ogni dieci famiglie c’era un cesso alla turca, altro che il bagno in casa! Se di notte ti scappava, dovevi uscire, o c’era il pitale. Nelle case c’era una stufa a legna o a carbone nella stanza principale, e tutte le altre erano gelide; per scaldare i letti c’era il telaio di legno con le braci. Il negozio più fornito aveva dieci cose in tutto, e per fare la spesa si doveva girare mezzo quartiere, di bottega in bottega. Oppure andavi nel prato e raccoglievi il tarassaco, che allora si chiamava “insalata matta”, e si metteva nel risotto. Se stavi male, le nonne conoscevano tutte le erbe e i decotti per guarire: non c’era mica il dottore per tutti: costava! Le donne non portavano il burka, ma il fazzoletto sulla testa e la gonna fino alle caviglie, sì, ed era praticamente un obbligo, se non volevi passare per una “poco di buono”, come si diceva allora. Sapete una cosa che vi farà ridere? Tutte quelle cose obsolete, noi le chiamamvamo meraviglie della civiltà. Per quelli della mia generazione, era tanto. Io ho soltanto preso dei pezzi del passato e gli ho dato nome “futuro”. La vera fantascienza consiste nel fatto che ci siate cascati; avete creduto davvero, che io abbia descritto un futuro distopico, piuttosto che un passato prossimo! La casa di una mia zia aveva davvero le nicchie nei muri con uno straccio davanti, come armadietti. L’avrò detto mille volte, che gli psicologi sanno che per quanto si sforzi, uno scrittore possa soltanto raccontare se stesso.
Differenze tra gli scrittori nostrani e quelli d’oltre oceano? La differenza che noto di più, è che in America scrivono cose dinamiche: azione, movimento, ritmo incalzante, drammaticità, violenza, forza, passioni…
A parte rare eccezioni, libri o film, in Italia si vedono solo faccende da pippe nel cervello di gente che non ha nessun problema e allora se li inventa, tanto per far finta di fare del dramma. Le sole cose d’azione sono sulla mafia. I personaggi della letteratura e della filmografia italiana (a parte poche eccezioni, ripeto) sono: lui, lei e l’amante. Tette, culi, e ragazze sotto la doccia. (Non sono affatto puritana, ma è la realtà, non si vede altro.) Pierino. Il prete. Il carabiniere. Il mafioso. Il dottore (già molto raro, i dottori in tv sono praticamente tutti americani, quelli italiani si limitano a dire “Si spogli” alla Fenech). Straordinario pensare che con tutta la nostrana passione calcistica, non ci siano film italaiani “cazzuti” sul calcio (gli unici sono le commedie di Lino Banfi, con “L’allenatore nel pallone”), quando all’estero si vedono film tostissimi su ogni sport. Gli scrittori italiani “tosti”, all’americana, intendo, che scrivano roba movimentata e brillante, si contano ancora sulle dita di una mano. I film italiani “tosti”, idem. Non per osannare l’America, ma per criticare la povertà dei temi trattati nei film italiani, che nei cinepanettoni esprimono il massimo. Piccole perle tricolori che posso citare? Mi perdonino quelli involontariamente esclusi dall’elenco, ma così su due piedi, le perle sono ancora quelle del dopoguerra, con la Loren, Anna Magnani, Gino Cervi, Fernandel, Tognazzi, e di recente, Benigni e Tornatore. Che altro abbiamo, di interessante? Riguardo la fantascienza, poi, mi vengono in mente solo nomi americani. Mi dispiace, ma di italiano, non mi viene in mente proprio nessuno, sia per la letteratura che per il cinema.
Recentemente, alcuni giovani aspiranti attori e registi, hanno fatto un esperimento: riuscire a girare un cortometraggio sufficientemente valido da poter tranquillamente passare in tv, girandolo all’Ikea, all’insaputa di tutti, compresi i gestori e i commessi dello store. Ci sono riusciti benissimo. Non è che ci voglia molto…

Nel tuo libro le donne vengono ritenute sia meri strumenti di riproduzione e di salvaguardia della purezza della specie che nuove dee della fertilità e delle vita capaci di portare stabilità e saggezza ad una tribù. Visioni diametralmente opposte, ma con inaspettati punti di contatto. Come viene percepito oggi, secondo te, il ruolo e lo status della donna nella nostra società sempre più proiettata verso una mercificazione della femminilità?
Mah, che vi devo dire, la vedo tuttora piuttosto grigia! Per i baldi maschietti, noi donne siamo ancora oggetti che si buttano dopo averli usati. Non posso neanche dire “ che si comprano e si buttano”, perché non devono neanche comperarci. Voglio dire, dove le donne si comprano, quando le vuoi sposare, almeno hanno un valore, che ne so, di tre cammelli e due capre. Qui non devono neanche comprarci. Pensano di aver acquisito diritto di vita e di morte su una donna solo per aver loro offerto due volte la cena e andati al cinema tre volte. Dopodiché, se li vuoi lasciare, ti sgozzano. Se hai figli, fanno fuori anche quelli. Se hai parenti che cercano di difenderti, prendono il fucile e fanno una strage.
Se vuoi fare qualcosa nella vita, dai maschi devi solo difenderti. Se sei abbastanza gnocca, tutti vogliono portarti a letto. Se non lo sei, che vuoi, da loro? Non sei neanche buona da fottere! A parte che anche se sei un cesso, vai bene lo stesso, finché respiri; e magari anche se non respiri più ma sei ancora calda.
Magari sono così disillusa perché le mie esperienze con gli uomini sono state un tantino “movimentate”, diciamo. Ma dopo due mariti che cercano di farti fuori, non mi è rimasta molta simpatia per il genere maschile. Da giovane ero molto bellina; non avete idea di quanto me la stia godendo, ora che sono vecchia e brutta! Che liberazione!
Qualunque rivendicazione abbiano ottenuto le donne, l’hanno ottenuta a prezzi altissimi, e non certo col benestare dei loro mariti. Ed è l’unica strada percorribile, purtroppo. Combattere.
In Blado 457, la donna è vista da posizioni diametralmente opposte. Ma da ambo le parti, senza donne non c’è futuro. Che ci mettano in catene o sull’altare, in qualunque modo ci vedano, in qualunque modo ci trattino, fantascienza o realtà, senza donne non c’è futuro. Forse ce l’hanno tanto con noi, perché lo sanno.

C’è un genere, una forma letteraria, con i quali vorresti cimentarti e che non hai ancora affrontato?
Ho già in mente un altro racconto da scrivere su di un fantasma, praticamente psicologia pura: i viventi visti dal punto di vista di uno spirito. Ma dovrei avere tempo per scrivere, devo ancora copiare tutti i romanzi che ancora sono scritti a mano, e sono tanti…

Sperando di leggere al più presto un tuo prossimo romanzo, ti andrebbe di anticiparci i tuoi progetti per il futuro?
“Tutti i doni del buio”, della serie post-atomica, è pronto, appena trovo un po’di tempo lo mando a qualche editore. “Black Diamond” è ancora da rivedere un attimino, ma in definitiva è pronto anche quello. Sentirete presto parlare dei miei amici immaginari… sperando possano diventare anche amici vostri!

Grazie infinite per lo spazio che mi avete concesso e per la qualità delle domande, decisamente non banali e non scontate. Voi fate pubblicità a me, io la farò a voi, potete starne certi! Tutti sono capaci di fare domande. Perché siano domande intelligenti, ci vogliono persone sopra le righe, e voi lo siete.
Baci a tutti. Erika Corvo.

Ringraziando Erika per essere stata ancora una volta nostra graditissima ospite, non mi resta che salutare voi tutti fedeli lettori e ricordarvi di non perdere il prossimo appuntamento con Letto e Bloggato, che anche se “in pausa” continua a mietere vittime e a proporvi nuovi autori in cerca di lettori! ;)

Letto e Bloggato: Il ragazzo del Destino

Tornati tutti dalla già rimpianta pausa estiva? Mi sa di si ^_^ Per quelli che non ci hanno potutto seguire in vacanza, andate a repurerarvi gli ultimi appuntamenti con il nostro Letto e Bloggato di cui non abbiamo mancato nemmeno un aggiornamento.
Per chi è già in pari con le letture, eccovi un nuovo libro da scoprire: Il Ragazzo del Destino (Pagine: 336, Prezzo: €. 17,00), libro d’esordio di Maria Elena Gattuso, edito da Il Ciliegio Edizioni.Per saperne di più potete visitare il sito: illragazzodeldestino.jimdo.com

Sul Libro:
Il Destino, un insieme di eventi inevitabili e non solo. Nelle sue molteplici forme diviene umano possessore di corpi quasi assenti. Attorno ad esso, la vita di Rebecca, dolce e pensierosa, mossa da una inavvertita voglia di cambiamento. Tra i due un patto. Quest’ultima la parola chiave che lega immaginazione e calamità ad un breve arco di tempo: sette giorni alla protagonista per poter sconfiggere il fato. In lei, una domanda catartica, l’attrazione per le cosiddette coincidenze e un susseguirsi di prove che rendono instabile e lacunoso il suo cammino di trasformazione. Tra le pagine, l’Amore, inteso come cuore pulsante che recita realtà e desideri, lontano da spiegabili eventi e vicino a tipiche suggestioni giovanili. Eppure, il fulcro del romanzo resta la volontà. Ciò che muove il mondo è il non arrendersi anche quando scompare un ultimo spiraglio.

“Quel giorno sarei dovuta morire. Quel giorno sarei andata direttamente al Creatore. O forse me la sarei cavata con un trauma cranico e un paio di costole rotte. E invece no. Il Destino aveva altri progetti per me. Voi credete nel Destino? Io lo combatto, o almeno ci provo. Ma per quanto mi sforzi è tutto inutile. Mi sconfigge sempre.
E questo fatto mi brucia da morire.
Mi chiamo Rebecca Laida e all’epoca avevo sedici anni.
Lasciate che vi racconti la mia storia…”

La mia Opinione:

Molte persone scelgono passiviamente di percorrere il cammino designato per loro dalle esperienze vissute, dagli incontri fatti e chiamano queste variabili destino. Altri capiscono che il libero arbitrio è un dono che non si sa mai come usare, fino a quando non si lotta per ottenerlo. L’autrice, volendo far partecipe il lettore di questa contrapposizione di vedute, incarna il destino, gli da voce, sentimenti ed intenzioni e gli oppone una onesta e ostinata liceale, convinta che tutto possa essere cambiato, anche il destino, soprattutto quando sembra voler prendere di mira il ragazzo di cui è innamorata. E così la giovane si trova a fare i conti con amici e nemici “manovrati” da un destino non beffardo come ci si aspetterebbe ma quasi protettivo pur nella sua implacabilità. Presto la protagonista si renderà conto che la risposta ai suoi problemi non consiste nel contrastare il destino, ma nel viaggio che si intraprende per cercare di farlo. Utilizzando un linguaggio fluido e semplice e quindi sempre realistico, la Gattuso non limiti la narrazione alla solita storia d’amore adolescenziale contrastata dagli eventi, ma scava in conflittualità famigliari e generazionali fornendo un ritratto non proprio lusinghiero dei giovani d’oggi (si salva forse solo la protagonista) impegnati a bere, fumare a essere vittime o carnefici di un bullismo ormai imperante. Unica nota stonata la reazione della protagonista a due schiaffi ricevuti da due diversi personaggi maschili e accettati quasi fossero dovuti. Non trovo molto educativo far passare il messaggio che una qualsivoglia forma di violenza, anche se lieve, su una donna possa trovare giustificazioni di sorta. Viviamo in un mondo dove la figura femminile viene già fin troppo vilipesa, meglio evitare di dare discolpa a certi atti.
“Il ragazzo del destino” resta comunque un libro godibile dalle tematiche attuali e dalla trama avvincente. Certamente un più che soddisfacente esordio.

Ed ora l’intervista all’autrice:

Ciao Maria Elena, benvenuta su Pane e Paradossi-Letto e Bloggato. Che ne dici di iniziare raccontandoci qualcosa di te, cosa ami fare, come ti sei avvicinata alla scrittura e qual è il suo ruolo nella tua vita?
Ciao! Innanzi tutto grazie per lo spazio che mi hai dedicato. Quando mi chiedono di raccontare qualcosa di me di solito non so mai cosa dire! Mi piace leggere, trovare il tempo per leggere, scrivere, trovare il tempo per scrivere e come ultima cosa, ma non meno importante, mi piace il teatro. Mi sono avvicinata alla scrittura da bambina… Ricordo che l’insegnante di italiano alle scuole elementari diceva che avevo molta fantasia nei temi. Così avevo iniziato a scrivere storie, in seguito cestinate, eppure mi divertivo. Molto spesso le vicende erano ambientate in un altro mondo, oppure in un futuro, nello spazio e sui pianeti. Mi divertivo così e scrivere mi faceva stare bene, come adesso, anche se col tempo si acquisisce una maggiore padronanza del linguaggio e rischiando di perdere la naturalezza. Da una parte meglio eh, anche perché lo stile de “Il Ragazzo del Destino” è un po’ lontano da quello attuale, dato che ho iniziato a scrivere la storia a sedici anni.

Come nasce “Il ragazzo del destino”? Qual è stato l’input, la situazione o il personaggio che ha dato il via alla creazione del romanzo?
E’ stata una situazione bizzarra a dare vita al romanzo. Un ragazzo ha impedito che mi investissero, distraendomi in un modo insolito. Io non lo conoscevo, né l’ho mai conosciuto, però lo ringrazio davvero tanto. La stessa scena viene raccontata nel libro per filo e per segno da Rebecca. Beh, se ogni volta che rischio di essere investita mi viene in mente una storia…

Ci puoi parlare di com’è stato scrivere il tuo primo libro? Quali sono stati i momenti più importanti?

In realtà prima di ideare la storia de Il Ragazzo del Destino stavo lavorando a un fantasy che purtroppo ho interrotto. Ero arrivata a 200 pagine circa. Chissà se un giorno lo riprenderò, ero molto affezionata a quella storia. Inoltre mandavo i vari capitoli a mio cugino e ai miei amici per avere le loro impressioni, che per me erano fonte di crescita oltre che di coraggio. Scrivere il Ragazzo del Destino ha richiesto molti anni, anche perché per me era un hobby, sebbene desiderassi un giorno la sua pubblicazione, quindi posso dire di essere cresciuta assieme al libro e questo è stato molto bello. Il romanzo è stato terminato a luglio del 2008, quindi quattro anni fa. Ricordo solamente che ero felice e che non ci credevo!

Quali sono gli aspetti più importanti per te in una tua storia, quelli che cerchi di valorizzare e far emergere maggiormente?
Mi piace dare spazio ai dialoghi, quanto basta per far emergere il carattere di un personaggio. Nel libro Il Ragazzo del Destino i personaggi sono tanti, ma molti sono di contorno. Spero di aver dato la giusta importanza a quelli principali e di essere riuscita a trasmettere una parte della loro anima ai lettori. Gli aspetti per me importanti di una storia, oltre alla trama e all’intreccio, sono le psicologie dei personaggi, le loro reazioni ed emozioni. Tutto il resto è noia!

Ne ”Il ragazzo del destino” è forte la connotazione paranormal romance, genere a cui gli scrittori italiani, seguendo l’esempio di quelli d’oltreoceano, si stanno dedicando con sempre più impegno e passione. Rivolgerti a questo genere è stata una tua scelta consapevole o semplice frutto dell’ispirazione del momento? Trovi che ci siano differenze, e se si quali, tra il modo di scrivere fantasy nostrano e quello degli autori nordamericani?
Quando mi sono approcciata alla trama che avevo in mente, quindi ben 8 anni fa, ignoravo completamente l’esistenza del genere Paranormal Romance, un termine che a dire il vero ho scoperto soltanto qualche mese fa, dopo aver pubblicato il libro. Ero a conoscenza che il romanzo fosse ambientato nella realtà seppur dotato di un elemento fantastico ovvero il Destino. Ai “miei tempi” c’era Harry Potter, che via via si è affermato come uno dei classici della letteratura per ragazzi e non. Non sono mai stata una fan di Twilight, non ho letto i libri della Meyer e non posso giudicarli in quanto a stile. Per questo quando ho saputo che il genere che più lo identificava era il Paranormal Romance, lo stesso di Twilight, ho storto un po’ il naso. Il libro non ha niente a che fare con lupi, demoni e vampiri, eppure viene catalogato nello stesso genere. Si tratta di un romanzo (romance) con dei caratteri fantastici, paranormali ovvero di Tutto ciò che non rientra nei fenomeni fisici e psichici normali, scientificamente spiegabili. Inoltre credo che, seguendo il filone della Meyer, molti autori si stiano tuttora lanciando in storie assurde da cronaca rosa, in scopiazzature di Twilight che tuttavia sembrano far breccia nel pubblico giovanile o almeno vengono presentati come capolavori classici dalle case editrici. Non capisco perché autori italiani e americani imitino la Meyer se non per cavalcare l’onda del mercato. Non dico che bisogna leggere solo classici, ci mancherebbe, ma l’originalità è un concetto che al giorno d’oggi rischia di svanire. Il mio non sarà di certo un capolavoro letterario, è un libro per ragazzi, ma almeno ho cercato di mandare un messaggio che spero arrivi ai destinatari senza dover cavalcare nessuna onda.

Il “calvario” con cui tutti gli autori devono prima o poi confrontarsi:la ricerca di un editore. Vuoi raccontarci qualcosa dei passi che hai dovuto fare per vedere finalmente pubblicato “Il ragazzo del destino”? È stato tutto come ti aspettavi?
L’editoria italiana si divide in due settori: casi editrici a pagamento e case editrici non a pagamento. Io ho sempre cercato un editore che credesse in me e nella mia opera, per questo ho rifiutato tutte le proposte a pagamento che mi sono arrivate. La casa editrice Il Ciliegio a volte chiede il contributo e a volte no… Io sono stata fortunata. Era un anno che cercavo un editore, avevo mandato il manoscritto a diverse case editrici e le risposte negative non sono mancate. Poi è arrivata la manna dal cielo. Credere in una scrittrice emergente, mai pubblicata, con un libro di 300 e passa pagine, non è facile. E invece loro ci hanno creduto e non li ringrazierò mai abbastanza per questo. La parte cruciale è quella che avviene dopo la pubblicazione. Non è facile far conoscere la propria opera, le case editrici maggiori occupano la stragrande fetta del mercato, pubblicità e distributori compresi. Per questo sono grata a chi, nel bene o nel male, mi permette di far conoscere un qualcosa che ho scritto.

Da dove parte la tua storia di lettrice? Quali generi letterari ti affascinano? Quali sono i tuoi autori feticcio, quelli che ami leggere e rileggere? C’è un libro dei libri?
Leggevo fin da bambina. Mi è sempre piaciuto. Oltre ai libri della Rowling, ero fanatica della serie Animorphs di K.A. Applegate, ma soprattutto di Eoin Colfer e dei suoi libri (tutta la saga di Artemis Fowl e la Lista dei desideri). Consiglio vivamente i classici, come Il Ritratto di Dorian Grey, Cime Tempestose, Jane Eyre, Madame Bovary, Orgoglio e Pregiudizio e Ritratto di Signora. Ma anche 1984 di Orwell, Uomini e topi di Steinbeck, Spirito d’Amore di Daphne du Maurier, i thriller di Dean Koontz, ma anche letture più leggere come alcuni libri di Nicholas Sparks, Paulo Coelho oppure Il Diario di Bridget Jones. Un libro dei libri? Sono indecisa tra L’Alchimista di Coelho e Il gioco dell’angelo di Zafòn. A proposito, io adoro Zafòn anche se i suoi finali non mi piacciono mai.

Progetti per il futuro di cui vuoi darci qualche anticipazione?
Sto scrivendo qualcosa che ha a che fare in qualche modo con il Fato, ma in maniera molto diversa e spero che possa essere indirizzato anche a un pubblico più adulto.

Ci lasci con una citazione dal tuo libro?
Certo, volentieri!
“Michea si avvicino ancora di più, i nostri sguardi si incrociarono com’erano ormai soliti fare; il suo, oscuro ma incredibilmente sincero e il mio, spaurito e al tempo stesso irato, probabilmente deluso dalle sue azioni.
≪Spero che un giorno capiti anche a te≫ mi disse affranto ≪cosi almeno saprai cosa si prova nell’essere impotenti dinnanzi alla forza delle cose≫ detto questo si dileguò anch’egli nelle tenebre, lasciandomi sola con un’inspiegabile senso di colpa.”

Ed anche per questa volta è tutto. Ringraziando ancora una volta tutti gli autori che continuano a mandarci le loro opere e voi instancabili lettori che ci seguite fedelmente, auguro a tutti una Buona Lettura e, mi raccomando, non perdete il prossimo appuntamento con Letto e Bloggato che, anche se temporaneamente in pausa (le adesioni sono al momento sospese), continuerà puntuale come sempre!
E godetevi il bel Booktrailer de Il Ragazzo del Destino.

Letto e Bloggato: Coincidenze d’Inverno

Mentre, come me, cercate di riadattarvi alla solita routine post-vacanziera, fatta di ritorni al lavoro o a scuola e del moltiplicarsi degli impegni, spero di darvi un pò di incoraggiamento con un nuovo appuntamento con Letto e Bloggato . Tra le tante adesioni ricevute, questa settimana ho deciso di dedicare un pò di spazio a “Coincidenze d’Inverno” (Collana: Gli orizzonti,Pagine: 148,Prezzo: 15,00 Euro), edito dalla Montag Edizioni, di Cristiano Mocciola (già autore di Stop).

Sul Libro:
Tecla e Valentino. Protagonisti di una storia unica, impareranno a conoscere loro stessi e a comprendere il significato del dono più grande che ci è stato fatto: quello dell’amore. A gestire le fila della storia c’è la vita, che mette alla prova la capacità di resistenza e la caparbietà di entrambi. E sarà sempre la vita che si svelerà in tutta la sua potente bellezza al termine di mille disavventure, dolori e sofferenze. Ma l’amore ripaga sempre coloro che con totale fiducia gli si concedono.

La mia opinione:
Coincidenze che si verificano ogni giorno intorno a noi e di cui non ci accorgiamo neanche. Le lasciamo andare, passarci davanti senza notarle, senza renderci conto di quanto abbiano cambiato la nostra vita. In “Coincidenze D’inverno” l’autore si fa cronista di questi piccoli segnali misteriosi che il destino a volte ci mette davanti e li dipana delicatamente, fotogramma per fotogramma, conducendo i suoi protagonisti per gli irti sentieri di un’esistenza che trattiene a fatica poche illusioni di felicità e che sembra aver irrimediabilmente prosciugato i sogni dell’infanzia. Forte di un realismo tutto italiano, la narrazione procede tra ombre e luce. Pagina dopo pagina cresce il senso di smarrimento e inappartenenza e l’ambientazione urbana, vilipesa e un po’ logora, oltre che divenire riflessione sul provincialismo e sulla crisi di questi tempi, si fa metafora del sofferto immobilismo dei protagonisti. Un libro ricco di elementi emotivi convincenti, con una buona caratterizzazione dei personaggi. Nonostante qualche forzatura descrittiva di troppo, Mocciola non delude, dando prova di una padronanza del linguaggio e di un controllo narrativo vividi ed equilibrati, con buona soddisfazione del lettore.

Ed ora l’intervista all’autore:

Ciao Cristiano, benvenuto su Pane e Paradossi-Letto e Bloggato. Che ne dici di iniziare raccontandoci qualcosa di te, cosa ami fare, come ti sei avvicinato alla scrittura e qual è il suo ruolo nella tua vita?
Ciao e grazie per lo spazio che mi state dedicando. Parlare di sé risulta spesso la cosa più difficile. Si rischia di annoiare chi legge. Dovrei dire chi sono, cosa faccio, o ciò che faccio rappresenta chi sono? Penso di essere prima di tutto un individuo a cui piace la libertà. Mi piace sentirmi libero di appartenere all’umanità. Libero di pensare. Libero di esprimermi, libero di amare. Detesto i limiti che l’essere umano si pone. Credo nel potenziale nascosto del genere umano e nella sua bontà verso il prossimo. Provo pena per chi si fa del male, ammiro coloro che ce la mettono tutta per riuscire a volare. Mi piace sbagliare per imparare e così costruire la mia esperienza, il mio unico e vero tesoro. Scrivere, come qualsiasi altra forma d’arte, è una bella occasione per poter esprimere tutto questo.

Come nasce  “Coincidenze d’inverno”? Qual è stato l’input, la situazione o il personaggio che ha dato il via alla creazione del romanzo?
Ero seduto nel caldo della mia camera. Fuori nevicava. La noia mi faceva compagnia così decisi di sacrificarla, arrestando quel momento e rendendolo un eterno presente. Così nasce “coincidenze d’inverno”.

Nel tuo libro spicca un forte senso di fatalismo tanto che  molti eventi paiono figli di  un destino in via di compimento. Incontri fortuiti, connessioni improbabili e coincidenze si fondono fino a creare la trama di un arazzo che raffigura e intreccia le vite di ogni personaggio. Per Benjamin Disraeli (Vivian Grey, 1826) “Un uomo coerente crede nel destino, un uomo capriccioso nel caso”. E tu in cosa credi?
Ho la ferma convinzione che ognuno di noi sia responsabile di ciò che attira nella propria vita (persone, occasioni, oggetti, ….) . L’essere umano è l’estensione perfetta di un universo in continua espansione. E lui stesso è vita in espansione. Ogni cosa è nata prima sotto forma di idea. Ogni idea, se mantenuta viva da un impegno costante, arriva al suo compimento nel mondo fisico. A nessuno viene preclusa quest’opportunità di creazione. Basta accettare questa legge fisica e lasciare che ogni cosa faccia il suo corso. Fidarsi del proprio ruolo in questo mondo vuol dire ascoltare i propri desideri e combattere per farli avverare, credere che essi vengano esauditi, consci di essere i fautori del proprio destino, sicuri di essere cullati dall’Amore che ci ha generato e ci mantiene in vita. Credo che ognuno di noi non sia altro che un mezzo attraverso il quale l’universo possa esprimersi. La voce dentro noi è la sua. Se mettessimo a tacere la ragione e accettassimo questo, cominceremmo a scorgere attorno a noi tutti quei segnali (coincidenze) che ci rammentano chi siamo e dove andiamo.

Quali sono gli aspetti più importanti per te in una tua storia, quelli che cerchi di valorizzare e far emergere maggiormente?
Personalmente credo che una storia con il solo fine di intrattenere sia di poca utilità. Ciò che cerco di valorizzare sono punti cardini dell’essere umano, quali emozioni forti, positive o negative che siano, processi mentali nei quali chiunque possa incappare, conflitti interiori da risolvere con annesse soluzioni.

Il “calvario” con cui tutti gli autori devono prima o poi confrontarsi:la ricerca di un editore. Vuoi raccontarci qualcosa dei passi che hai dovuto fare per vedere finalmente pubblicato “Coincidenze d’inverno”? È stato tutto come ti aspettavi?
Ho ricevuto molti NO all’inizio. Ma la pazienza ripaga sempre. L’editore Montag mi propose subito un contratto di pubblicazione senza contributo. E’ vero sì che due miei racconti sono inseriti nelle loro antologie, e forse questo mi ha aiutato. Ma comunque non lo davo per scontato di poter essere pubblicato da loro.

Si fa un gran parlare della profonda crisi che sta attraversando il mondo dell’editoria: troppi che scrivono e pochi che leggono. Come vanno, secondo te, le cose? L’avvento di nuove piattaforme per il self-publishing, come ad es. Amazon, o la crescita dell’offerta di ebook  credi stiano cambiando, e se si come, il panorama editoriale italiano?
Credo che il piacere di scrivere non debba essere intaccato da questioni burocratiche e commerciali. Se il self-publishing può aiutare a far sentire la propria voce, ben venga! Il gusto di leggere poi è talmente personale che non mi sento di condannare un certo tipo di piattaforma piuttosto che un’altra. Io preferisco sempre il buon vecchio libro di carta comunque. Sul fatto che c’è poca gente che legge, poi, temo tu abbia ragione, anche se in questi ultimi anni si è visto un crescere delle vendite dei libri. Rimango fiducioso e ottimista sul fatto che tutto cambia, sempre, e in meglio.

Hai delle tecniche narrative, dei trucchi, dei riti o luoghi che ti conciliano meglio il processo creativo a cui non riesci a rinunciare quando scrivi? Insomma, come ti rapporti alla “famigerata” pagina bianca?
Non ho né trucchi né riti e nemmeno luoghi. Dentro me ho tutto quello che mi serve. Devo giusto riuscire a trovare il modo per arrivare a prenderlo, impresa non sempre facile. E poi non potrei mai svelare la via per arrivarci. Sarebbe come far vedere a tutti come sia possibile che un albero viva e metta foglie. Dovrei scavare la terra e scoprirgli le radici per mostrare come faccia a nutrirsi e crescere. Ma il risultato sarebbe che l’albero perirebbe. Non mi sembra una grande idea. Meglio non sapere alle volte.

Raymond Chandler, in alcune sue lettere, affermava: ”Tre leggi per scrivere a mio uso: non seguire alcun consiglio, non mostrare mai il lavoro svolto, evitare i critici.” E tu quali tre leggi forgeresti a tuo uso?
Racconta quello che senti più che quello che pensi, arresta il tempo quando puoi e scrivilo, fai una lunga passeggiata in silenzio.

Da Manzoni in poi la massima “se prima non leggi, non metterti a scrivere” è diventata più che un consiglio un mantra. Quali sono gli autori e i libri che hanno in qualche modo influenzato il tuo lavoro e il tuo modo di rapportarti allo scrivere? Da dove parte la tua storia di lettore? C’è un libro dei libri?
Fare una lista degli autori che hanno forgiato il mio modo di approcciarmi allo scrivere è inutile. Credo che ognuno di loro mi abbia influenzato in qualche modo. Ognuno ha da insegnare qualcosa, ognuno è una fabbrica di pregi e difetti dal nostro punto di vista. Sta a noi prendere quello che più ci piace e mescolarlo per creare qualcosa di nuovo.
Il libro dei libri è un saggio di Wayne Dyer,  “Il tuo sacro io”, a cui devo molto. Non dico niente a riguardo ma lo consiglio a tutti coloro che sono alla Ricerca.

Progetti per il futuro di cui vuoi darci qualche anticipazione?
Scrivo per puro piacere e se mai dovessi ritenere idoneo alla pubblicazione qualche altro mio scritto non mancherò di farlo sapere. I progetti sono desideri che vorremmo vedere esauditi. E la saggezza del profeta di cui Rumi narra ci consiglia così: la realizzazione dei desideri arride a colui che sa meglio nascondere i suoi più profondi pensieri. La segreta essenza dei semi che giacciono sotto terra è quella che dà vita al verde dei giardini.
Vi ringrazio nuovamente per lo spazio concessomi, augurandovi buone cose per il futuro. Ciao.

Ed anche per questa volta è tutto. Ringraziando ancora una volta tutti gli autori che continuano a mandarci le loro opere e voi instancabili lettori che ci seguite fedelmente, auguro a tutti una Buona Lettura e, mi raccomando, non perdete il prossimo appuntamento con Letto e Bloggato che, anche se temporaneamente in pausa (le adesioni sono al momento sospese), continuerà puntuale come sempre!

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