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Letto e Bloggato: Blado 457

Dopo un appuntamento mancato (chiedo umilmente venia ^_^) torna Letto e Bloggato. Questa volta ri-ospitiamo con piacere Erika Corvo, autrice che avevamo già incontrato per l’uscita del suo avvincente “Fratelli dello spazio profondo” (potete andarvi a leggere la recensione e l’intervista QUI), che ci presenta il suo nuovo romanzo “ Blado 457” (Pagine 268, Prezzo versione cartacea: 14 Euro, Prezzo Ebook: 6.99 Euro) edito in versione cartacea e digitale dalla Youcanprint Edizioni e da Epubblica in versione esclusivamente digitale.

Il libro descritto dalla stessa autrice::
E’ il primo di una serie di quattro racconti ambientati in un futuro post atomico. Come ho scritto nella premessa di “Blado 457”, se l’argomento è stato utilizzato dagli scrittori di fantascienza fino alla nausea, non è detto che non si possa ancora scrivere qualcosa di valido in proposito, e soprattutto, qualcosa di inconsueto. I miei personaggi non sono mai i classici “eroi”. Sono persone talvolta insicure, che agiscono d’istinto invece che seguendo la logica e il dovere, che hanno dubbi, ripensamenti, e sentimenti contrastanti. In Blado 457, lui aveva una missione da portare a termine e rischia di rovinare tutto per un’azione compiuta d’impulso; lei preferirebbe morire piuttosto che vivere in un futuro che si presenta sotto forma di quello che ha sempre rifiutato. Il tutto è condito da colpi di scena, combattimenti, mostri, invasioni, in un ritmo veloce e coinvolgente. E poi basta, leggetevelo. Se vi racconto tutto io, che senso ha?

La mia opinione:
Il mondo come lo conosciamo è finito. Si è spento nella poco fantasiosa ma fin troppo plausibile cacofonia di scoppi atomici. Gli umani sono sopravvissuti. Decimati, malridotti, preda di mutazioni e separati in opposte fazioni. L’una aggrappata all’idea di tenere in vita ad ogni costo un passato ormai dimenticato e l’altra che vede nel ritorno alla natura, nella sua accezione più primitiva, un nuovo inizio. Due mondi chiusi nella loro ottusa e ottundente convinzione che rappresentano efficacemente l’insoluto conflitto natura vs tecnologia.
Tra apologia classica dell’umana natura e critica sociale (su tutto spicca il ruolo della donna come peculiare e limitato strumento riproduttivo), utilizzando una forma originale e matura di realismo, Erika Corvo riesce a sviscerare concetti sociali e morali complessi con la massima naturalezza, evolvendoli al servizio della narrazione e descrivendo un mondo che è il nostro e allo stesso tempo non lo è, ed invitando chi legge a riflettere e a guardare in faccia il presente.
Grazie a un linguaggio essenziale ma allo stesso tempo figurativo, l’autrice dimostra una ricchezza di argomentazioni e di inventiva che non può che catturare il lettore e renderlo partecipe di una storia intrigante e piena di sorprese. Tra scene d’azione ben costruite, personaggi vividi e indomiti, “Blado 457″ adempie allo scopo che ogni buon libro di fiction dovrebbe tenere sempre presente: far esistere il pensato e l’immaginato…Almeno fino all’ultima pagina.

Ed ora l’intervista all’autrice:

Ciao Erika, bentornata su Pane e Paradossi-Letto e Bloggato.
Che ne dici di iniziare parlandoci un po’ di questo tuo nuovo romanzo? Com’è nato “Blado 457”? Qual è stato l’input, la situazione o il personaggio che ha dato il via alla creazione del libro?

Ho la strana abitudine di “dedicare” tutti i miei racconti a qualche luogo che mi ha colpito particolarmente, a qualche situazione particolare, o a qualcuno. Per diciassette anni ho fatto vendita porta a porta, vagabondando su e giù per tutta la Lombardia. Completamente sola da mattina a sera, pioggia, sole, neve, vento, e due bambini a casa. E mentre sei in macchina, a che pensi? Inventi storie, amici immaginari che ti tengano compagnia, e che ti rassicurino dicendoti che anche quella sera tornerai a casa sana e salva e con qualche soldo in tasca. Perché fino a quando loro riusciranno a districarsi dai guai, potrò farlo anch’io.
Ero dalle parti di Bollate, ferma davanti ad un passaggio a livello, e su un muretto c’era il tag di un writer (ovvero un nickname scritto con le bomboletta di vernice spray), appunto Blado, seguito da un numero. Non avevo ancora inventato nessuna storia, quel giorno. Come è nata la storia? Da tutte le riflessioni davanti al tag e al passaggio a livello chiuso.
Blado. Chi potrebbe essere uno che si chiama Blado? Sembrerebbe il nome di un guerrigliero, da Blade, lama. E il numero? Sarà un guerrigliero post-atomico, dove la gente ha i numeri al posto del nome. E perché dovrebbero avere dei numeri? Non ce l’hanno un padre e una madre? Evidentemente, no. Non ce li hanno, perché non ci sono più donne, e i bambini vengono allevati dalla comunità. Che comunità del cavolo è, che non permette ai bambini di conoscere la loro mamma? Una roba aberrante, da cui scappare. E dove scappa, allora? Via, lontano. Cerca di creare qualcosa di più umano, lontano dalle radiazioni, visto che è un mondo post-atomico… Beh, insomma, tutta una concatenazione di idee, una dietro l’altra. E come dice Vasco, “a noi non resta che scriverle in fretta, perché poi svaniscono, e non si ricordano più…” Quando si è alzata la sbarra del passaggio a livello, Blado 457 esisteva.
Quando scrivo ho bisogno di nomi, e visto che tutto è partito da un tag, ho usato i nomi dei writers per i personaggi del racconto. I loro tag variopinti e fantasiosi hanno foraggiato la mia inventiva, e hanno riempito questo ed altri racconti: Noce, Pongo, Enk, Fly Soul, Robin, i Bor Clan, e tutti gli altri.
Sarebbe bello, un giorno, rispondere al telefono e sentirmi dire: ciao, sono Noce.
Per amore di cronaca, bisogna dire che Blado non è il primo racconto della serie post-atomica, ad essere stato scritto. Prima di questo, ho scritto “La leggenda di Taman Shoudy”, “Dvostruk”, e “Tutti i Doni del Buio”. I primi due racconti sono stati dedicati alla ex Yugoslavia, e quasi tutti i nomi dei personaggi sono in serbo croato. Il terzo è dedicato alla Grecia, e i personaggi hanno nomi greci o dal suono greco. L’ultimo racconto post-atomico che ho scritto, è “Shadir, i guerrieri ombra”, che ho dedicato al mondo del wrestling. Ogni personaggio è un wrestler, e sarà un bel gioco, per gli appassionati, riuscire a riconoscerli e identificarli tutti.
Ogni storia è incentrata su un particolare tipo di razza mutante: i Grandi alati per Taman Shoudy e Dvostruk, gli Shakars per I Doni del Buio, e gli Shadir per i Guerrieri Ombra. Ma ad un certo punto mi sono posta un problema: un mondo post-atomico, sì… ma da dove era nato, tutto questo? Da dove era iniziata, l’era del Dopo Bomba? Da qualche parte e in qualche maniera, doveva pur essere iniziato tutto quanto! Blado è nato per dare un senso a tutto l’insieme: il conflitto nucleare, e il passaggio dal vecchio mondo al nuovo; la nascita delle razze mutanti, il regresso della razza umana, decimata e tornata ad una civiltà rurale, e l’avvento di una nuova religione.

In “Blado 457” ci troviamo in un futuro post- apocalittico e il libro sembra appartenere alla nuova rinascita del genere “distopico” che, dopo le narrazioni fantapolitiche antitotalitarie della prima metà del Novecento, si sta ritagliando sempre più spazio nelle nostre librerie. So che tu hai scritto il libro molto prima che la rinascita di questa corrente prendesse piede nel nostro paese. Come ti trovi ora ad aver precorso in maniera così profetica i tempi? Trovi che ci siano differenze, e se si quali, tra il modo di scrivere sci-fi nostrano e quello degli autori nordamericani?
Va bene che sono vecchia, ma dici che il distopico è nato a metà del Novecento e io ho scritto Blado prima di questa corrente, anzi, molto prima…. mi hai presa per Rita Levi Montalcini, che ha passato i cent’anni? Ne ho solo 53, anche se tra poco diventeranno 54. Beh, in effetti ho qualche annetto più di voi, e le cose le vedo sotto un punto di vista decisamente diverso. Io non ho precorso i tempi, io ho vissuto quando per voi era ancora il medio evo! Voi lo chiamate futuro distopico, io lo chiamo passato prossimo. Quando sono nata io, la tv si andava a vederla al bar, perché nessuno ce l’aveva in casa. Sempre che ci fosse un bar con la televisione, perché mica tutti i bar potevano averla! Il telefono era una scatola nera appesa al muro, e la linea bisognava dividerla tra due famiglie. Nelle case di ringhiera, ogni dieci famiglie c’era un cesso alla turca, altro che il bagno in casa! Se di notte ti scappava, dovevi uscire, o c’era il pitale. Nelle case c’era una stufa a legna o a carbone nella stanza principale, e tutte le altre erano gelide; per scaldare i letti c’era il telaio di legno con le braci. Il negozio più fornito aveva dieci cose in tutto, e per fare la spesa si doveva girare mezzo quartiere, di bottega in bottega. Oppure andavi nel prato e raccoglievi il tarassaco, che allora si chiamava “insalata matta”, e si metteva nel risotto. Se stavi male, le nonne conoscevano tutte le erbe e i decotti per guarire: non c’era mica il dottore per tutti: costava! Le donne non portavano il burka, ma il fazzoletto sulla testa e la gonna fino alle caviglie, sì, ed era praticamente un obbligo, se non volevi passare per una “poco di buono”, come si diceva allora. Sapete una cosa che vi farà ridere? Tutte quelle cose obsolete, noi le chiamamvamo meraviglie della civiltà. Per quelli della mia generazione, era tanto. Io ho soltanto preso dei pezzi del passato e gli ho dato nome “futuro”. La vera fantascienza consiste nel fatto che ci siate cascati; avete creduto davvero, che io abbia descritto un futuro distopico, piuttosto che un passato prossimo! La casa di una mia zia aveva davvero le nicchie nei muri con uno straccio davanti, come armadietti. L’avrò detto mille volte, che gli psicologi sanno che per quanto si sforzi, uno scrittore possa soltanto raccontare se stesso.
Differenze tra gli scrittori nostrani e quelli d’oltre oceano? La differenza che noto di più, è che in America scrivono cose dinamiche: azione, movimento, ritmo incalzante, drammaticità, violenza, forza, passioni…
A parte rare eccezioni, libri o film, in Italia si vedono solo faccende da pippe nel cervello di gente che non ha nessun problema e allora se li inventa, tanto per far finta di fare del dramma. Le sole cose d’azione sono sulla mafia. I personaggi della letteratura e della filmografia italiana (a parte poche eccezioni, ripeto) sono: lui, lei e l’amante. Tette, culi, e ragazze sotto la doccia. (Non sono affatto puritana, ma è la realtà, non si vede altro.) Pierino. Il prete. Il carabiniere. Il mafioso. Il dottore (già molto raro, i dottori in tv sono praticamente tutti americani, quelli italiani si limitano a dire “Si spogli” alla Fenech). Straordinario pensare che con tutta la nostrana passione calcistica, non ci siano film italaiani “cazzuti” sul calcio (gli unici sono le commedie di Lino Banfi, con “L’allenatore nel pallone”), quando all’estero si vedono film tostissimi su ogni sport. Gli scrittori italiani “tosti”, all’americana, intendo, che scrivano roba movimentata e brillante, si contano ancora sulle dita di una mano. I film italiani “tosti”, idem. Non per osannare l’America, ma per criticare la povertà dei temi trattati nei film italiani, che nei cinepanettoni esprimono il massimo. Piccole perle tricolori che posso citare? Mi perdonino quelli involontariamente esclusi dall’elenco, ma così su due piedi, le perle sono ancora quelle del dopoguerra, con la Loren, Anna Magnani, Gino Cervi, Fernandel, Tognazzi, e di recente, Benigni e Tornatore. Che altro abbiamo, di interessante? Riguardo la fantascienza, poi, mi vengono in mente solo nomi americani. Mi dispiace, ma di italiano, non mi viene in mente proprio nessuno, sia per la letteratura che per il cinema.
Recentemente, alcuni giovani aspiranti attori e registi, hanno fatto un esperimento: riuscire a girare un cortometraggio sufficientemente valido da poter tranquillamente passare in tv, girandolo all’Ikea, all’insaputa di tutti, compresi i gestori e i commessi dello store. Ci sono riusciti benissimo. Non è che ci voglia molto…

Nel tuo libro le donne vengono ritenute sia meri strumenti di riproduzione e di salvaguardia della purezza della specie che nuove dee della fertilità e delle vita capaci di portare stabilità e saggezza ad una tribù. Visioni diametralmente opposte, ma con inaspettati punti di contatto. Come viene percepito oggi, secondo te, il ruolo e lo status della donna nella nostra società sempre più proiettata verso una mercificazione della femminilità?
Mah, che vi devo dire, la vedo tuttora piuttosto grigia! Per i baldi maschietti, noi donne siamo ancora oggetti che si buttano dopo averli usati. Non posso neanche dire “ che si comprano e si buttano”, perché non devono neanche comperarci. Voglio dire, dove le donne si comprano, quando le vuoi sposare, almeno hanno un valore, che ne so, di tre cammelli e due capre. Qui non devono neanche comprarci. Pensano di aver acquisito diritto di vita e di morte su una donna solo per aver loro offerto due volte la cena e andati al cinema tre volte. Dopodiché, se li vuoi lasciare, ti sgozzano. Se hai figli, fanno fuori anche quelli. Se hai parenti che cercano di difenderti, prendono il fucile e fanno una strage.
Se vuoi fare qualcosa nella vita, dai maschi devi solo difenderti. Se sei abbastanza gnocca, tutti vogliono portarti a letto. Se non lo sei, che vuoi, da loro? Non sei neanche buona da fottere! A parte che anche se sei un cesso, vai bene lo stesso, finché respiri; e magari anche se non respiri più ma sei ancora calda.
Magari sono così disillusa perché le mie esperienze con gli uomini sono state un tantino “movimentate”, diciamo. Ma dopo due mariti che cercano di farti fuori, non mi è rimasta molta simpatia per il genere maschile. Da giovane ero molto bellina; non avete idea di quanto me la stia godendo, ora che sono vecchia e brutta! Che liberazione!
Qualunque rivendicazione abbiano ottenuto le donne, l’hanno ottenuta a prezzi altissimi, e non certo col benestare dei loro mariti. Ed è l’unica strada percorribile, purtroppo. Combattere.
In Blado 457, la donna è vista da posizioni diametralmente opposte. Ma da ambo le parti, senza donne non c’è futuro. Che ci mettano in catene o sull’altare, in qualunque modo ci vedano, in qualunque modo ci trattino, fantascienza o realtà, senza donne non c’è futuro. Forse ce l’hanno tanto con noi, perché lo sanno.

C’è un genere, una forma letteraria, con i quali vorresti cimentarti e che non hai ancora affrontato?
Ho già in mente un altro racconto da scrivere su di un fantasma, praticamente psicologia pura: i viventi visti dal punto di vista di uno spirito. Ma dovrei avere tempo per scrivere, devo ancora copiare tutti i romanzi che ancora sono scritti a mano, e sono tanti…

Sperando di leggere al più presto un tuo prossimo romanzo, ti andrebbe di anticiparci i tuoi progetti per il futuro?
“Tutti i doni del buio”, della serie post-atomica, è pronto, appena trovo un po’di tempo lo mando a qualche editore. “Black Diamond” è ancora da rivedere un attimino, ma in definitiva è pronto anche quello. Sentirete presto parlare dei miei amici immaginari… sperando possano diventare anche amici vostri!

Grazie infinite per lo spazio che mi avete concesso e per la qualità delle domande, decisamente non banali e non scontate. Voi fate pubblicità a me, io la farò a voi, potete starne certi! Tutti sono capaci di fare domande. Perché siano domande intelligenti, ci vogliono persone sopra le righe, e voi lo siete.
Baci a tutti. Erika Corvo.

Ringraziando Erika per essere stata ancora una volta nostra graditissima ospite, non mi resta che salutare voi tutti fedeli lettori e ricordarvi di non perdere il prossimo appuntamento con Letto e Bloggato, che anche se “in pausa” continua a mietere vittime e a proporvi nuovi autori in cerca di lettori! ;)

Letto e Bloggato: Fratelli dello Spazio Profondo

Concludiamo questo Maggio “insolito”, in più di un senso, con un nuovo e imperdibile appuntamento con Letto e Bloggato. Questa settimana parliamo di “Fratelli dello spazio profondo“, libro d’esordio della sorprendente Erika Corvo, pubblicato dalla Book Sprint Edizioni. Per leggere un’anteprima del libro potete andare QUI.

Il libro descritto dalla stessa autrice:
Sembra un libro. In realtà è un biglietto per viaggiare nello spazio a bordo di un’astronasve pirata. E non è detto che vi riporti indietro.
Mi chiedono tutti: ma di cosa parla il racconto? Mah, sarò strana, ma quando mi raccontano la trama di un film, non lo guardo più. Perché la trama, in fondo, può essere uguale a tante altre. È il modo in cui viene scritto, un racconto, a renderlo diverso dagli altri. Quindi, l’unica cosa che vi dirò, è che la storia esce totalmente dagli schemi tradizionali ed è imperniata su elementi psicologici reali inseriti in un contesto fantastico. Pensato per essere un film e non un libro. Raccontato via via da ciascuno dei personaggi secondo un punto di vista differente. Psicologia, avventura, scienza, amore, odio, azione, riflessione, pensieri, sentimenti, ecologia, sparatorie, colpi di scena… Non riuscirete a dormire finché non sarete arrivati all’utima pagina. Poi mi chiederete quando usciranno gli altri tre della serie.

La mia opinione:
Odio iniziare contestando le convinzioni dell’autrice, ma questo non è un racconto…E’ un vero e proprio romanzo in tutte le sue 335 goduriose pagine. A cavallo tra libro d’azione e pura science fiction, “Fratelli dello spazio profondo” se all’inizio sembra somigliare, almeno per incipit e ambientazione (un ragazzino sottoposto a feroce addestramento in una struttura che ospita un elitario centro scolastico militare), a “Il gioco di Ender” di Orson Scott Card, presto se ne discosta prendendo una strada completamente diversa. Pur mantenendo l’attenzione su temi sociali,politici e aggiungendo non poche e ben riuscite digressioni di pura strategia militare, “Fratelli delo spazio profondo” diviene presto ammaliante narrazione dei moti dell’animo di un antieroe per cui è impossibile non tifare. Attraverso una scrittura concreta e precisa, l’autrice crea a scava un protagonista che non si conosce e che non riconosce in se la grandezza a cui può aspirare. Per farlo “svegliare” ci vorrà un’incontro/completamento con Stylo, cassa di risonanza per quei sentimenti sempre soffocati, nutrimento per quel seme di ribellione che porterà Brian Black a diventare Black Diamond. A completare l’opera, a dare tridimensionalità al tormentato Brian, viene messa in campo anche Juno, altra figura riuscitissima del libro, e sarà attraverso i suoi occhi e quelli di Stylo che il lettore imparerà a conoscere il protagonista. Senza fronzoli o eccessi truculenti e con quel senso di tragedia classica che nasce sempre da un grave torto, Erika Corvo dà vita ad una space opera piena di pathos che oltrepassa i soliti luoghi comuni del genere. Un’eccellente esordio da cui il lettore farà fatica a staccarsi.

L’intervista all’autrice:

Ciao Erika, benvenuta su Pane e Paradossi-Letto e Bloggato. Che ne dici di iniziare raccontandoci qualcosa di te, cosa ami fare, come ti sei avvicinata alla scrittura e qual è il suo ruolo nella tua vita?
Senza mezzi termini, sono un cesso. A vedermi non mi dareste due lire, ma so fare tante cose. Tutto quello che so fare l’ho imparato da sola. Ho imparato a leggere perché non avevo altro da fare, da piccola non mi facevano mai uscire. Leggevo di tutto con un’avidità spaventosa. Ma non i libri per i piccoli! Quelli dei grandi: Pirandello, Trilussa, Kipling, Salgari, Tomasi Di Lampedusa, gli Urania, il mio primo amore; i classici di fantascienza della Nord. Finiti quelli, leggevo anche i foglietti illustrativi dei medicinali e gli ingredienti del Cioccorì. In due lingue, perché in italiano, alla fine, erano sempre le solite due righe. Magari non capivo tutto, ero piccolina, ma sono cresciuta rovinandomi gli occhi sui libri prima ancora della terza elementare. E poi? Poi mi sono sposata incinta per andarmene di casa, sposata coi vestiti che avevo addosso e basta. Sposata con un disgraziato, geloso e violento, pur di andarmene, una vita di stenti e d’inferno. Soldi per i libri non ce n’erano, dovevo pensare al bimbo, e si faceva fatica perfino a fare la spesa. E quando il mondo dove vivi non ti piace più, ne inventi un altro; le favole che ti racconti la sera per addormentarti e non pensare che non hai mangiato. I libri che volevo, ho iniziato a scriverli da sola. La storia che avresti sempre voluto leggere e nessuno ha mai scritto.
Il tempo passa. Divorzio dal primo disgraziato e ne trovo uno che presto si rivela anche peggiore; l’uomo più inutile del pianeta. Io continuavo a scrivere. I figli sono diventati due. I lavori che ho fatto per sopravvivere sono diventati mille. Parrucchiera, cartomante telefonica, vendita porta a porta, baby sitter, dog sitter, stiratrice, cuoca a domicilio, lavori di bricolage domestico, autista privata, ricamatrice, stiratrice, ripetizioni ai ragazzi delle medie, badante, spesa a domicilio e tanti altri. Poi tornavo a casa e spaccavo la legna per la stufa, sbiancavo i muri, costruivo i mobili con sega, martello, cacciavite e black e decker; ho messo insieme un impianto elettrico, e ho cresciuto i figli.
Un anno dopo che ho cacciato di casa l’Uomo Inutile, questi è morto di un brutto male. Però almeno una cosa buona l’ha fatta: mi ha dato una bimba bellissima. Era talmente uno schifo di uomo, che quando abbiamo detto alla bimba che era morto, l’unico commento della piccola, sei anni appena, è stato: “Meno male, non lo sentiremo gridare mai più!” Poi è tornata a giocare, finalmente serena.
I romanzi scritti sono diventati nove. Mai fatti vedere a nessuno, perché gli editori, se sono scritti a mano non li vogliono.
Due anni fa ho trovato un posto come badante presso la suocera di un architetto. Un giorno questi mi dice che, per principio, non legge libri scritti da donne, in quanto li trova troppo melensi e sdolcinati. Gli porto uno dei miei lavori e gli dico: bene, leggi questo, l’ho scritto io. Nonostante fossero più di quattrocento pagine scritte a mano, l’ha letto d’un fiato. Poi mi ha regalato un vecchio computer che teneva in montagna e mi ha detto: copialo e presentalo a qualcuno. È veramente bello.

Raccontaci della nascita di “Fratelli dello spazio profondo”. Qual è stato l’input, la situazione o il personaggio che ha dato il via alla creazione di quest’opera?
Brian Black è nato da una foto di Brandon Lee che tenevo appesa accanto al letto (e ce l’ho ancora). Mi sono detta: ” che bel tipo, quasi quasi gli cucio addosso un personaggio, e poi gli invento una storia su misura.” E così è stato. Nemmeno sapevo chi fosse, “Il Corvo” l’ho visto qualche anno più tardi. Ma la prima avventura che ho scritto di Brian non è Fratelli, ma Black Diamond, racconto che non ho ancora proposto a nessun editore. Troppo acerbo, troppo ingenuo, troppo scarno, preticamente ancora un esperimento letterario. Ma ad un certo punto della storia, la protagonista femminile chiede a Brian quale sia il suo passato. E allora non solo me lo sono chiesta anch’io, ma ci ho pensato su e ne ho fatto un romanzo sulla gioventù di Brian, “Fratelli dello Spazio Profondo”, appunto. Del ciclo spaziale fanno parte altri due romanzi: “Diamond, il mio miglior nemico” e “Diamond, tutto è possibile”. Quando li avrò trascritti sul computer li proporrò a qualcuno. Se avessi ancora tempo libero ne scriverei altri due, li ho già in mente, pronti per essere scritti. Ma a gennaio del 2010 sono rimasta senza lavoro, e riuscire a mettere il pane in tavola è stato un incubo terribile, quindi tutto è accantonato per essere realizato in un futuro economicamente più tranquillo.

Perché la fantascienza? Aiutaci a capire cosa ti ha attratto del genere e quanto ti ha, eventualmente, influenzato l’epoca aurea della letteratura fantascientifica?
La fantascienza è un obbligo, se vuoi veramente avere carta bianca. Gli eroi della tv, da più di un trentennio sono poliziotti o banditi, medici, patologi, o avvocati. Chi altro può permettersi avventure vere, con la routine e la burocrazie che ci soffoca? Qualche miliardario annoiato? Non fa per me, grazie. Non so niente di quel mondo, e neanche mi interessa. L’unico “eroe” al difuori di questo contesto, è il Gabibbo! Ma come fai a scrivere un romanzo sulle avventure del Gabibbo? La fantascienza è un bellissimo, immenso foglio di carta bianca. Ti basta un punto di partenza, e tutto il resto glielo costrusci attorno su misura, come un abito di alta sartoria cucito su di una bellissiima modella ( ho detto bellissima, non i manici di scopa che si vedono nelle sfilate).
Quanto mi ha influenzato la fantascienza dell’epoca d’oro? Direi al 100%. Ai Confini della Realtà, Star Trek, Dune, La Luna è una severa maestra, Robert Heinlen, Robert Sheckley, Ursula Le Guin, e poi Marion Zimmer Bradley, l’infinita serie degli Urania, la Cosmo dell’Editrice Nord, e come faccio a citarli tutti? Ma anche se la fantascienza è stata il mio grande amore, ho sempre letto qualsiasi, e dico qualsiasi cosa avessi tra le mani. Anche la Bibbia.

Molti autori scrivono immaginando la loro storia come un film. Succede anche a te? La domanda nasce dal fatto che tu stessa alla fine di “Fratelli dello spazio profondo” hai aggiunto una foto del compianto Brandon Lee affermando che hai sempre visualizzato Brian Black con le sue fattezze. Questo ti ha aiutato a rendere una caratterizzazione più realistica del personaggio?
Come ho già detto, Brian è Brandon Lee, ma per me era solo una foto, non sapevo chi fosse. Mi era capitata in mano per caso, e mi faceva viaggiare con la fantasia. Saranno più di vent’anni che prima di dormire auguro la buonanotte a quella foto, promettendogli che gli avrei dato vita. L’ho fatto davvero.
Un film? Ogni volta che vedo un film tratto da un libro è una delusione. Un film trasmette le immagini, i luoghi e i personaggi senza bisogno di descrizioni lunghe e noiose, ma toglie l’anima ai personaggi. Toglie loro i pensieri, le rifessioni, i sentimenti, bisogna fare un mucchio di tagli… perfino Harry Potter, che è stato realizzato da Dio, se non hai letto i libri, rischi di andare al cinema e non capirci niente. Eppure anche Fratelli, più che un libro, è nato per essere un film. Tutti gli editori cui l’ho proposto hanno notato come fosse di taglio cinematografico. Paradossalmente, potrei definirlo il primo film della storia che sia stato trasposto su carta.

Continuiamo a parlare del processo creativo. Hai delle tecniche, dei trucchi, dei riti o luoghi a cui non riesci a rinunciare quando scrivi? Insomma, come ti rapporti alla “famigerata” pagina bianca?
Famigerata? Famigerata pagina bianca? Non esistono abbastanza pagine bianche per tutto quello che c’è ancora da scrivere nella mia testa. E’ solo il tempo, che mi manca.
Le mie tecniche? Conoscere quello di cui parlo. Non mi sono mai piaciuti gli autori che riempiono i loro scritti di strafalcioni inverosimili, così mi facevo prestare i libri dagli amici di mio figlio per non cadere in errori madornali: chimica e fisica, per le trovate geniali. Gli autori classici e le biografe di Cesare, Annibale, Alessandro il Grande, per la strategia militare. Piero Angela per i viaggi nell’iperspazio e varie altre. Mi sono infiltrata in una crew di writers per descrivere i Loonies e il loro gergo. Niente è lasciato al caso. Infatti adesso sto rimaneggiando Black Diamond perchè è pieno di cavolate mostruose. Vabbè, era solo un esperimento, dopotutto… l’importante è che Brian sia cresciuto bene, insieme a tutto il suo entourage.

Il “calvario” con cui tutti gli autori devono prima o poi confrontarsi:la ricerca di un editore. Vuoi raccontarci qualcosa dei passi che hai dovuto fare per vedere finalmente pubblicato “Fratelli dello spazio profondo ”? È stato tutto come ti aspettavi?
Mamma, che presa per i fondelli! Vai su internet e decidi di partecipare a tutti i concorsi letterari che ti capitino a tiro. “Presenta il tuo racconto entro il giorno tot del mese tale”. Tu glielo mandi e ti rispondono che è bellissimo, che sei bravissima, che sono sicuri di un grande favore di pubblico e critica…. e ti chiedono due o tremila euro per pubblicare. Per avere in cambio cosa? Cinque centesimi a copia venduta. Ho detto proprio cinque centesimi, non è un errore di battitura! Il giorno dopo torni su internet e vedi che i concorsi in giro sono gli stessi, hanno solo posticipato la data di scadenza, e il gioco ricomincia. Selezionano il materiale migliore tra tutto quello che gli arriva; ma non rischiano niente, non investono niente, guadagnano tutto, e non ti danno niente.
La presa per il c… più grossa è stato un ennesimo concorso, un bel concorso a livello nazionale, a cui, oltretutto, dovevi pagare per iscriverti. Arrivo terza, e mi arriva la lettera di congratulazioni… con la richiesta di duemila euro per la pubblicazione! Meno male che avevo vinto, figurati se perdevo!
Editori, ne ho trovati almeno una ventina. Tutti a pagamento, però. Tranne la Booksprint, la e-Pubblica, la Neverland, e la Youcanprint, che hanno fatto tutto gratis. Non li ringrazerò mai abbastanza, sono stati angeli!

Si fa un gran parlare della profonda crisi che sta attraversando il mondo dell’editoria: troppi che scrivono e pochi che leggono. Trovi che la crescente diffusione degli ebook o la decisione di Amazon di pubblicare autori tagliando fuori dall’equazione gli editori possano in qualche modo dare nuova linfa allo stagnante e un po’ troppo autoreferenziale panorama letterario italiano? Stampa digitale contro stampa cartacea? Il tuo parere e come vedi in quest’ottica il futuro dell’editoria?
Il mondo dell’editoria? Se non si danno una svegliata, mi sa che saranno i prossimi a suicidarsi per la crisi. Ovvio che la gente non legge! Entri in libreria e trovi solo criminali: Cesare Battisti, Amanda Knox, Renato Vallanzasca, Felice Maniero, le memorie di Salvatore Parolisi, quelle del comandante Schettino… ho visto qualcosa anche con la faccia di Bin Laden in copertina! Ma per farti pubblicare gratis da un grande editore, devi avere ammazzato qualcuno? La prima legge del marketing è investire per avere dei ritorni. Se pubblica solo quell’autore che ha duemila o tremila euro da spendere, indipendentemente dalla qualità di quello che ha scritto, e non è l’editore stesso ad investire nel matriale che ritiene più valido, il risultato è che quello che sta in libreria non interessa a nessuno. Non si comprano più libri? E che vi aspettavate?
Pubblichino gratis chi merita, non chi arriva dal Grande Fratello.
Amazon? Gli e-book? Sì, adorabili. È che puoi publicare il più bel libro del mondo, ma senza pubblicità non venderai a nessuno, oltre che a tuo fratello e tuo cugino. Devono pubblicizzare chi merita. La pubblicità è il novanta per cento della vendita.

Le prime e fondamentali letture che ti hanno avviato sulla strada dello scrivere? Quali sono i tuoi autori feticcio, quelli che ami leggere e rileggere? E qual è il libro (o i libri) senza il quale non andresti da nessuna parte?
A questa domanda ho parzialmente gà risposto. Dovessi salvare un solo libro dalla distruzione totale? Mah, così su due piedi, direi “Il Profeta” di Gibran, ma ce ne sono tanti bellissimi, e non è possibile citarli tutti. O forse non andrei da nessuna parte proprio senza racconti di Brian, perché li ho dedicati a lui e a me stessa. A tutte le volte in cui sono stata io a credere di non farcela. A tutti i secoli in cui ho avuto soltanto Brian come amico. L’amico più prezioso, che ha saputo infondermi la certezza che ci sia sempre una via d’uscita. Che finché lui fosse riuscito a cavarsela nell’impossibile, ci sarei riuscita anch’io. Grazie di tutto, Brian. Se non ti avessi creato, avrei dovuto inventarti.

Il finale di “Fratelli dello spazio profondo” lascia la strada aperta per futuri e graditissimi seguiti. Allora, rivedremo ancora il famigerato e affascinante pirata interstellare Brian Black? Altri progetti per il futuro di cui ti va di parlarci?
Se riesco a rimaneggiare a dovere Black Diamond, sarà il prossimo ad uscire, ma è già in circolazione Blado 457, e anche di questo ho ricevuto elogi a non finire da tutti quelli a cui l’ho presentato. Solo che non mi sento di vantarmene, perché forse volevano solo i miei soldi…
Poi ci saranno “Diamond, il mio miglior nemico”, “Diamond, tutto è possibile”, “Tutti i doni del Buio”, “La leggenda di Taman Shoudy”, “Dvostruk”, “Shadir, i guerrieri ombra”; devo solo copiarli. E poi, chi lo sa….
Ciao, ragazzi, un bacio dalla vostra Erika.

Ringraziando Erika per essere stata nostra gradita ospite, non mi resta che salutare voi tutti fedeli lettori e ricordarvi di non perdere il prossimo appuntamento con Letto e Bloggato! ;)

Letto e Bloggato: Merkavah

Bentrovati ad un nuovo appuntamento con la sempre più richiesta e seguita rubrica Letto e Bloggato. Questa settimana parliamo di Merkavah, libro d’esordio del livornese Daniele Versari, autopubblicato tramite Lulu e Amazon. Per scaricare gratuitamente i primi capitoli potete andare QUI.

Sul Libro:
Perchè fino al XII Secolo Gesù in Croce veniva raffigurato come vitale e trionfante sulla morte?
Perchè Papa Innocenzo III dirottò la Quarta Crociata verso la cristiana Costantinopoli?
Perchè la Resurrezione di Cristo raccontata da Marco e Matteo è diversa da quella di Luca e Giovanni?
Perchè la scienza data la Sacra Sindone al XIII-XIV Secolo?

96 DC, Kashmir: un vecchio saggio riesce a mettere in salvo misteriosi rotoli manoscritti prima di andare incontro al proprio destino.
1203 DC: Papa Innocenzo III dirotta la Quarta Crociata verso la cristiana Costantinopoli per recuperare una preziosa quanto scomoda reliquia.
2010 DC, Orvieto: una restauratrice e un anatomopatologo ritrovano sotto il Duomo un mucchio di ossa umane. Inizia la lotta contro il tempo e contro la confraternita dell’Ordo Custodum per svelare il mistero della reliquia rimasta nascosta per secoli.
2013 DC: la rivelazione del segreto: la Chiesa non sarà più la stessa.

La mia opinione:
Tra la Orvieto dei giorni nostri e la Costantinopoli del 1200, Merkavah decostruisce e ricostruisce la storia che tutti noi credevemo di conoscere arricchendola di misteri e inimmaginabili connesioni. Possiede una natura anfibia questo thriller storico. Da una parte il plot catalizzatore, il ritrovamento di alcuni resti umani sotto il Duomo di Orvieto, che porta ad un susseguirsi di rivelazioni e conseguenti situazioni pericolose, dall’altra la ricchezza di riferimenti storici tratteggiati con tale maestria da intrigare, oltre che informare, il lettore. I continui flashback sugli eventi del passato servono, infatti, ad impreziosire e dare solidità al sofisticato ‘impianto narrativo che può contare anche su un’ottima caratterizzazione dei personaggi. Sfumati con leggerezza e tocchi di ironia, Versari dà ai suoi protagonisti tutta la coerenza e la verosimiglianza necessarie ad ottenenere un risultato di grande leggibilità che seduce l’intelligenza e la fantasia del lettore.
Nonostante il finale a parer mio un pò troppo affrettato, Merkavah si è dimostrato un libro godibilissimo ed interessante. Un ‘ottimo biglietto da visita per un autore di cui si sentirà, sicuramente, ancora parlare.

Ed ora l’intervista all’autore:

Ciao Daniele, benvenuto su Pane e Paradossi-Letto e Bloggato. Che ne dici di iniziare raccontandoci qualcosa di te, cosa ami fare, come ti sei avvicinato alla scrittura e qual è il suo ruolo nella tua vita?
Ciao Barbara. Innanzitutto complimenti per il blog Pane e Paradossi, soprattutto per il sottotitolo liberi stati in libere menti. Mi piace sentirmi libero da cliché, schemi, idee, persone, etichette… Non mi sono mai associato a partiti, sindacati o associazioni perché le vedo come sbarre di una gabbia che limita la possibilità di dire quello che mi pare. Anche le maschere mi danno fastidio e infatti, pur essendo un medico, non mi vesto e non parlo da medico. Nella vita mi piace fare un po’ di tutto. Purtroppo ci vorrebbe più tempo libero, anche se da quando ho deciso di lavorare in pronto soccorso, la turnazione mi consente di averne di più. Da quando ho iniziato a scrivere la tesi di Laurea (nel 1999) al 2009 ho lavorato nell’ambito della ricerca cardiovascolare all’Università di Pisa e, per due anni, negli Stati Uniti. È stata un’esperienza straordinaria. Tuttavia questa vita ti assorbe completamente, come una spugna asciutta. E poi, l’ambiente universitario non faceva per me perché richiede una personalità politica e diplomatica, senza troppo pelo sullo stomaco. Anche per questo ho deciso, insieme a mia moglie (con la quale ho condiviso l’attività di ricerca e l’esperienza americana) di lasciare ogni velleità scientifica e di dedicarmi alla medicina meno nobile (ma che dà molte soddisfazioni).
Non ho hobby fissi e nel tempo libero mi dedico alle attività più disparate: lettura, giardinaggio, muratura, idraulica, fotografia… Diciamo che sono curioso, non mi accontento di veder fare ma vorrei imparare a fare il più possibile. Purtroppo non è sempre possibile e spesso faccio pasticci! Non so se il libro che ho autopubblicato, Merkavah, sia uno di questi pasticci… forse lo è. In ogni caso mi sono divertito molto a scriverlo e soprattutto a documentarmi prima di farlo. Non sono una di quelle persone che hanno sempre voluto scrivere un romanzo. Anzi, la prima volta che ci ho pensato è stato pochi minuti prima di prendere il computer e iniziare a scrivere Merkavah. Non credevo neanche di arrivare in fondo ma quando ho messo l’agognato punto finale (anzi, avevo scritto FINE ma poi ci ho ripensato) mi ha dato una tale soddisfazione che dopo poco ho iniziato a pensare ad un’altra storia da scrivere.

Qual è stata la genesi del progetto “Merkavah”? Qual è stato l’input, la situazione o il personaggio che ha dato il via alla creazione del romanzo?
A dire la verità, credo che l’input sia stato il delirio che segue una notte in pronto soccorso. Era una mattina di Aprile del 2010. Mi stavo riposando sul terrazzo di casa mia, leggendo un articolo sulla rivista Medioevo alla quale sono abbonato. L’articolo parlava dell’artefice del Duomo di Orvieto, Lorenzo Maitani. Dal momento che avevo visitato la città da poco, rimanendone innamorato, guardando la foto del reliquiario che il Duomo stesso conserva, mi sono detto: — perché non provo a scrivere una storia? —. Detto, fatto! Ho preso il computer ed ho iniziato a buttare giù qualche riga. Chiaramente mi sono fermato quasi subito, dal momento che mi sono accorto che prima di scrivere bisognerebbe pensare! Nei giorni successivi difficilmente riuscivo a distogliere la mente dalla storia che si stava dipanando. È un’esperienza bellissima. Vedi i personaggi che crescono e interagiscono. Ti poni delle tappe intermedie e a quelle ogni volta devi far tendere le vicende. Ti trovi continuamente di fronte a problemi da risolvere e bivi e devi sempre cercare di non ricorrere al Deus ex machina. Talvolta, quindi, la storia è rimasta ferma per settimane perché non sapevo come risolvere un problema che avevo creato io stesso. Ma poi tentando e provando e, soprattutto, chiedendo aiuto a mia moglie, una soluzione usciva fuori. Alla fine, devo dire, sono rimasto soddisfatto del lavoro. Non perché sia venuto fuori un bel romanzo — questo è compito degli scrittori seri! — ma perché ci ho lavorato tanto e duramente e il risultato è stato molto superiore a quanto mi aspettassi (anche perché mi aspettavo di non arrivare in fondo…)

Nonostante il tuo libro spazi dal 96 d.C. al 1203 d.C. fino ad arrivare ai giorni nostri, mi ha colpito la verosimiglianza e la coerenza dei tuoi personaggi, sia del passato che del presente, sempre ben calibrati e efficacemente inseriti nella loro epoca storica. Che rapporto hai con loro?Come hai bilanciato la ‘quota’ autobiografica e quella di pura invenzione nell’idearli e nel descriverli al lettore?
Credo che per ogni scrittore, soprattutto per un esordiente, ci sia sempre un personaggio che più degli altri lo impersona. In Merkavah, Marzio è sicuramente il mio alter ego. Molte delle cose che fa e dice sono quelle che avrei fatto e detto io. Dal suo essere sconclusionato al rapporto con l’Università, dalle sue passioni alle sue opinioni sulla spiritualità. Alcuni dei miei amici, talvolta, mi chiamano Marzio… Anche gli altri personaggi sono ispirati a persone che ho incontrato o che conosco e in particolare Elena ha caratteristiche molto simili a mia moglie Elena. In ogni caso, anche se per ogni personaggio avevo in mente una persona esistente, il risultato è sempre un misto di realtà e fantasia.

Essendo tu un medico di pronto soccorso sarai più portato verso la logica che verso l’astrazione, ma nel tuo libro hai dato ampio spazio anche alla ritualistica e alle basi della teologia sia cristiana che di altre religioni. Ora, tenendo fermo il presupposto che scienza e religione sono due linguaggi molto diversi che si occupano di domande comuni, come ti sei trovato a dover trattare temi alquanto controversi e a scuotere un po’ le fondamenta del cristianesimo?
Per natura io sono molto razionale, spesso troppo. Einstein diceva: la religione senza la scienza è cieca, la scienza senza la religione è zoppa. Io tendo a essere zoppo. Non avendo – ahimè – fede, quando penso a Dio, penso a un tappo che si usa per turare un foro. Ci sono tante domande che l’uomo si fa da millenni e che non hanno risposta, se non con un “tappo”. Da dove viene l’Universo? L’ha creato Dio. Dove si va quando si muore? Da Dio. O dal diavolo. Perché, a differenza degli altri animali, pensiamo, progettiamo, ridiamo, scommettiamo, fumiamo…? Perché Dio ci ha creati superiori. La mia mente rifiuta queste risposte. L’unica che mi do io è: non lo so! Ma lo posso fare perché non mi preoccupa il fatto di non sapere. Semplicemente non mi pongo domande a cui non so dar risposta. Mille anni fa, chi si fosse chiesto perché una mela cadeva a terra, forse si sarebbe risposto: Perché Dio la vuole avvicinare alla sua essenza, la terra. Oggi si sa che esiste la forza di gravità e nessuno si sogna di chiamare in causa Dio.
Con tutto ciò non voglio in alcun modo offendere chi la fede ce l’ha. E inoltre credo che — come dice Marzio — il ruolo delle religioni sia fondamentale nella dinamica sociale. Oggi abbiamo certi principi che riteniamo assoluti e naturali solo perché la Chiesa — con tutti i suoi difetti — ha propagato la parola di Cristo, che è una parola di amore. L’illuminismo — che, pur da razionale quale sono, non amo — ha semplicemente razionalizzato i principi che la Chiesa ci ha inculcato in quasi due millenni. L’illuminismo in una tribù africana porterebbe probabilmente a risultati diversi…

”Merkavah” si è guadagnato un posto tra i thriller più scaricati su iTunes e iBook Store. Merito della tua scelta di autopubblicarti e di distribuire anche in versione ebook il tuo lavoro. Ci racconti quali passi hai dovuto compiere per pubblicare “Merkavah” in maniera autonoma? È stato tutto come ti aspettavi? Lo consiglieresti anche ad altri giovani autori?
La decisione di autopubblicarmi non è stata semplice. È chiaro che tutti sognano di trovare un editore che creda nella tua storia. Purtroppo però non è semplice. In troppi ci vogliamo cimentare nella scrittura e gli editori sono subissati di manoscritti. Attirare l’attenzione per uno sconosciuto non è cosa semplice, anche perché spesso gli editori fanno fatica a vendere perfino i presunti best-sellers. L’autopubblicazione, soprattutto quella digitale, rende il tutto più democratico. Quante volte incappiamo in romanzi pubblicati da grandi editori e alla fine della lettura ci domandiamo — embè? Questo era il nuovo Nome della Rosa? Forse il Cognome del Crisantemo!
A parte gli scherzi. Con l’autopubblicazione digitale, che permette di distribuire a bassissimo costo (Merkavah è a 99 centesimi), l’aspettativa del lettore è più bassa e forse la sua valutazione più obiettiva. Se un romanzo autopubblicato piacerà, forse la voce si diffonderà e qualcuno potrà emergere. Viceversa, se non piace, nessuno ci avrà rimesso, almeno in termini economici. Lo dico perché un’alternativa all’autopubblicazione è la pubblicazione con editori che richiedono un contributo. Credo che questa sia una modalità assolutamente da evitare perché un editore che si fa pagare non crede in un libro e non lo pubblicizzerà mai. Quindi ti ritroveresti con un libro “congelato” che non leggerà quasi nessuno. Soprattutto a quelli come me che non si sentono scrittori: autopubblicate in formato ebook!. Il libro cartaceo è tutta un’altra cosa. Profuma. Scroscia. Si piega. Si macchia di caffè. Fa arredamento nella libreria. In un parola: è sublime! Ma in quanto tale va rispettato. È meglio che siano i lettori a dire cosa domani potrà andare su uno scaffale. Intanto riempiamo gli hard disk. Tutti hanno una storia da raccontare.

Secondo Calvino “scrivere è sempre nascondere qualche cosa in modo che poi venga scoperto.” Cosa vorresti che i lettori scoprissero o imparassero con la lettura del tuo libro?
Come ti dicevo, scrittore è una parola troppo grande. Sinceramente non credo che qualcuno possa imparare qualcosa dal mio libro. Però sono sicuro che qualche dubbio possa insinuarsi nella mente di chi legge Merkavah riguardo agli argomenti trattati e sono convinto che più volte eseguirà ricerche su Google per trovare conferme o smentite a quanto viene affermato nel libro.

Hai delle tecniche narrative, dei trucchi, dei riti o luoghi che ti conciliano meglio il processo creativo a cui non riesci a rinunciare quando scrivi? Insomma, come ti rapporti alla “famigerata” pagina bianca?
Intanto, amo scrivere all’aperto. Fin dalle scuole elementari non ho mai ricercato il silenzio, nemmeno per studiare. Anche per scrivere mi piace farmi accompagnare dalla musica, dalla televisione in sottofondo o dalle voci delle persone, quando, ad esempio, sono al parco. Comunque il luogo che mi concilia di più la concentrazione è il mio terrazzo, magari accompagnato da una birra fresca. In realtà la pagina bianca non mi spaventa. Ho più paura della pagina scritta perché mi riesce molto difficile cambiare quello che ho già buttato giù e spesso, dopo varie riletture, mi accorgo che questo è necessario.

Quali sono i tuoi autori feticcio, quelli che ami leggere e rileggere? E qual è il libro (o i libri) senza il quale non andresti da nessuna parte?
Mi piace leggere ma solo da pochi anni mi sono avvicinato alla narrativa più assiduamente. In passato prediligevo i saggi, soprattutto i saggi storici e biografie. Non amo rileggere e, a dire la verità, non ho mai letto un libro più di una volta. Quindi, preferirei andare ovunque (perché adoro viaggiare!) con un libro che non ho ancora letto. Per quanto riguarda la narrativa più recente, mi stimolano più la curiosità i romanzi storici (Valerio Massimo Manfredi, Ken Follett…) ed i thriller storici (Marco Buticchi, Alfredo Colitto, Tom Knox, Ildefonso Falcones…) in quanto c’è sempre qualcosa da approfondire.

Progetti per il futuro di cui ti va di parlarci?
In questo momento sto scrivendo una nuova storia. Non avrà, come Merkavah, un parallelismo tra presente e passato ma la trama affonderà comunque le radici nella tarda antichità e nel recente Novecento. Per dare un accenno anticipatorio, le vicende narrate verteranno intorno a un misterioso collegamento tra l’inaspettata vittoria da parte della Germania Ovest sull’Ungheria ai mondiali di calcio del 1954 e quella di Costantino su Massenzio nel IV secolo dopo Cristo. Capre e cavoli? Forse, o forse no…

E per questa volta Letto e Bloggato finisce qui. Ringraziando anora una volta tutti gli autori che continuano a mandarci le loro opere e voi instancabili lettori che ci seguite fedelmente, e augurando a tutti una Buona Lettura vi lascio con il Booktrailer del libro e, mi raccomando, non perdete il prossimo appuntamento con Letto e Bloggato! ;)

Letto e Bloggato: Il Cuore Insanguinto

Eccoci, ancora una volta qui,  impazienti di presentarvi un nuovissimo e speriamo avvincente appuntamento con Letto e Bloggato. Questa settimana parliamo di “Il cuore insanguinato” romanzo di Pamela Boiocchi ( già autrice di “L’amore, il mare e una calza di lana“, “Il mondo di mezzo” “la dama del sogno“,”Il tempo della memoria” ), in uscita  per la Butterfly Edizioni.

Sul Libro:
Isola di Saint-Christophe, XVII secolo. La giovane e coraggiosa Isabelle, figlia illegittima di un pirata e dell’ormai defunta lady Justine Ravenau, gestisce con la sua domestica Marjorie una locanda, Il cuore insanguinato, meta privilegiata di pirati e criminali. Con un pugnale nascosto sotto la gonna e una straordinaria forza interiore, Isabelle è in grado di vivere e di essere felice in un’isola così pericolosa; tuttavia, la sua quiete viene improvvisamente spezzata dall’arrivo dell’Oblivion, nave inglese comandata da lord Taylor Harriss Moore, l’uomo che sua madre aveva tradito innamorandosi del pirata e dando alla luce proprio lei, Isabelle. L’uomo propone alla giovane di allontanarsi da Saint-Christophe e di vivere a St. James of the Plain con lui. Isabelle accetta, e un nuovo mondo si apre dinanzi ai suoi occhi: abiti lussuosi, gioielli, feste. Tuttavia, la giovane donna sarà presto costretta a fronteggiare l’ipocrisia dell’alta società, che sa essere anche più pericolosa di un’isola abitata da pirati. Intanto, una guerra si profila all’orizzonte: l’isola nella quale è cresciuta e Il cuore insanguinato sono in pericolo. Sarà l’aiuto del misterioso e affascinante Tristan Storm a riportarla a Saint-Christophe per tentare di salvare ciò che ama e, soprattutto, a farle scoprire la passione.

La mia opinione:

Il destino mette in scena un gran bel coup de théatre il mattino in cui alla locanda del “Cuore Insanguinato”, sull’isola di Sait-Christophe, si presenta l’ammiraglio Harris Moore alla ricerca della figlia che la defunta moglie, fuggita anni prima, ha avuto da un pirata:Isabelle Ravenau. Per Isabelle è l’occasione di abbandonare finalmente una vita che non ha mai considerato sua, in un posto infestato dai pirati che lei odia sopra ogni cosa (visto il modo in cui il suo padre fuorilegge ha abbandonato la madre).
Animata da un ben calibrata vis briosa e ironica l’autrice ci presenta una protagonista allegra e straffottenete, quanto basta per non scadere nella macchietta, alle prese con la fascinazione per un desiderio che attraversa la mente di ognuno di noi almeno una volta nella vita: quello di essere altro da se, di cambiare identità. Isabelle ha questa opportunità ma, tanto per ricordarci che la medaglia ha sempre due facce, capisce fin troppo presto e senza sconti che lei non è l’unica a cercare di non annegare nel sobbollente calderone dell’impostura.
Tra pirati un tempo gentiluomini, rigide tutrici dalla moralità a dir poco discutibile, cameriere piuttosto audaci e un padre/pirata misterioso e temutissimo, la Boiocchi accompagna Isabelle, e con lei noi lettori, alla scoperta di un’avventura che per quanto incredibile non perde mai di autenticità.
Un libro dove sentimento e avventura si legano efficacemente e che fa desiderare al lettore di avere già in mano il seguito.

Ed ora l’intervista all’autrice:

Ciao Pamela, benvenuta su Pane e Paradossi-Letto e Bloggato. Che ne dici di iniziare raccontandoci qualcosa di te, cosa ami fare, come ti sei avvicinata alla scrittura e qual è il suo ruolo nella tua vita?
Ciao! Innanzitutto grazie per l’ospitalità! ^^
Raccontarmi in poche righe è da sempre qualcosa che mi mette in difficoltà, spesso mi dicono che non posseggo il dono della sintesi… ma credo in questi ultimi mesi di aver imparato a sintetizzare quelle che sono le parti importanti della mia vita in tre parole che bene mi descrivono: ballerina, illusionista e scrittrice. Tre cose che a prima vista paiono forse avere poco a che fare le une con le altre ma se vi fermate un istante a pensarci vi posso assicurare che in ognuna di esse si nasconde una magia che aspetta solo di essere scoperta: la magia di far vivere un sogno, a chi guarda, a chi viene a teatro, a chi legge…
Ecco in sostanza come posso definire il ruolo della scrittura nella mia vita: lo strumento per vivere, e far vivere a chi mi legge, una meravigliosa avventura. Il sogno di vivere vite lontane, esplorare mondi sconosciuti, partecipare delle emozioni e delle passioni dei personaggi che nascono sulla pagina bianca.

Parliamo un po’ di “Il cuore Insanguinato”. Atmosfere esotiche, avventure piratesche e una protagonista simpatica e ribelle quanto basta. Qual è stato l’input, la situazione o il personaggio che ha dato il via alla creazione di quest’opera?
Nonostante io sia nata in una città e tuttora mi ci trovi a vivere la maggior parte del mio tempo, il mare ha sempre avuto su di me un fascino irresistibile: il suo profumo, la sensazione della sabbia tra le dita dei piedi, il vento che sembra sussurrare di tutte le storie che ha ascoltato mentre ci soffia sul viso quando si cammina sulla costa, il sentirsi così infinitamente piccoli e tremanti eppure allo stesso tempo potenti quando si osserva l’orizzonte dal ponte di una nave… non è tutto così magico? Proprio da qui nasce l’ispirazione per “Il Cuore Insanguinato”, unito ad un viaggio nelle isole dei Caraibi che mi ha lasciato in bocca il sapore di quelle terre.
E infine vi confesso un segreto. Uno dei personaggi de “Il Cuore Insanguinato” aveva già preso vita tempo fa, prima che nascesse Isabelle, in un racconto a puntate che stavo pubblicando sul mio blog. Mi ci ero così affezionata che ho deciso di dargli una parte nella storia, affidando proprio a lui un ruolo piuttosto importante.

Nel tuo libro ho trovato molti omaggi alla saga cinematografica dei Pirati dei Caraibi anche se, con l’evolversi della trama, la narrazione se ne discosta arricchendosi di nuovi scenari. Come è stato raccontare la crescita interiore di una ragazza che da proprietaria di una locanda frequentata dai pirati si trasforma (suo malgrado) prima in signorina per bene e poi in piratessa?
Isabelle è stata un’amica e una nemica per tutto l’evolversi della storia. Con il suo carattere irascibile unito ad un’innocenza spesso quasi fanciullesca di fronte alle “cose della vita” mi ha messo non poche volte in difficoltà. Lei ha il suo modo di vedere il mondo e le sue certezze che, poco a poco, sembrano crollare ed ogni volta deve rimettersi in gioco. È cresciuta un po’ alla volta, insieme a me e ad ogni pagina che si riempiva. Ho viaggiato insieme a lei e mi sono ritrovata spesso a domandarmi cosa avrei fatto io nei suoi panni!

Com’è il mondo dell’editoria visto con gli occhi di una giovane autrice? Vuoi raccontarci qualcosa dei passi che hai dovuto fare per vedere finalmente pubblicato “Il cuore Insanguinato ”? È stato tutto come ti aspettavi?
“Il Cuore Insanguinato” ha avuto fortuna ad incontrare la Butterfly Edizioni. Una casa editrice seria che gli ha dato molta attenzione, scovandone i pregi e anche i difetti da dover correggere prima di andare in stampa. Purtroppo sempre più di rado accade di incontrare persone professionali ed oneste come la sua direttrice editoriale, Argeta. Ordinario è invece imbattersi in pseudo editori rubasoldi, disposti a pubblicare ogni cosa, magari senza averla letta, purché il malcapitato esordiente sia disposto a sborsare una cifra congrua.
Sulla mia scrivania ho conservato tutte le proposte editoriali che ho ricevuto e rifiutato negli anni per diverse opere, da case editrici più o meno note, che mi facevano fior fior di complimenti per le mie doti narrative e mi spedivano un contratto precompilato in cui io avrei semplicemente dovuto accettare di spendere diverse mila euro per vedere il mio libro pubblicato. Non voglio dilungarmi poi sulla più recente disavventura capitatami insieme ad una collega scrittrice che ci ha viste protagoniste di un vero e proprio inganno da parte di una persona che si è spacciata come direttore editoriale di una casa editrice che a ben vedere poi non esisteva.
Immagino possiate comprendere quale sia ora la mia gioia nel potermi finalmente confrontare con un editore affidabile, presente e che ha davvero a cuore i suoi autori, regalando loro una meravigliosa esperienza. Questo è quello che ogni casa editrice dovrebbe offrire!
Quindi direi che un consiglio lo posso dare in fondo: diffidate di chi vi chiede denaro per pubblicare i vostri scritti, c’è sempre del marcio sotto. In tutta franchezza, meglio aspettare e continuare a cercare piuttosto che doversi poi pentire e vedersi spedire a casa un bello scatolone contenente tutte le copie che i vostri soldi hanno pagato.

Si fa un gran parlare del futuro difficile dei libri, minacciato dai nuovi media. Si può e si deve avere ancora fiducia nella vecchia editoria o è ora di rivolgersi a nuove soluzioni?Stampa digitale contro stampa cartacea? Il tuo parere e come vedi in quest’ottica il futuro dell’editoria?
In generale credo che di fondo un problema ci sia: pare che l’Italia sia un popolo di scrittori più che di lettori. Si legge sempre meno e troppo poco… non si ha tempo, sento spesso dire. La nuova editoria risolve il problema tempo, ebook da portare ovunque, in treno, in viaggio, al mare, in pausa pranzo! Da quando ho scoperto che posso riempire il mio ipad di libri, ho la certezza di poter portare con me ovunque la mia biblioteca personale in poco spazio e a poco peso. Quindi sì, questa soluzione è ottima per risolvere il problema tempo, anche se per quel che mi riguarda nulla può competere con il fascino all’antica di un libro stampato. Dentro di me, e dietro il pad, si nasconde una ragazza all’antica. Datemi un buon libro e posso anche spegnere il cellulare!

Hai delle tecniche narrative, dei trucchi, dei riti o luoghi che ti conciliano meglio il processo creativo a cui non riesci a rinunciare quando scrivi? Insomma, come ti rapporti alla “famigerata” pagina bianca?
Un foglio bianco può far paura? Forse paura non è esattamente il termine adatto ma in qualche modo rende bene l’idea. Prima di trovarsi seduti davanti a quella pagina le immagini scorrono nella testa, libere, leggere, veloci… danzano, corrono, raccontano e si rincorrono. Ma la mano non è abbastanza lesta ad afferrarle per la coda per bloccarle su quella pagina che aspetta di essere riempita. Così si attende un pensiero un po’ più lento degli altri, che come un topolino curioso si fermi ad annusare il formaggio con cui gli tendiamo la trappola per poterlo imbrigliare…
Questo mio metaforico formaggio ha tante sfaccettature, perché nel corso degli anni ne ho provate tante per scacciare il fantasma ricorrente della pagina bianca. Innanzitutto ho sempre con me carta e penna (la mia affezionata agendina nera) così da poter appuntare al volo un’idea particolarmente geniale, o che per lo meno in quel momento mi pare tale. Poi ho imparato una cosa fondamentale: non bisogna aver paura di sbagliare e di rifare, di correggere quello che abbiamo scritto e, se serve, di riscriverlo daccapo. E infine, è fondamentale essere in grado di prendersi una pausa. Alzarsi dalla scrivania, sollevare la testa dal foglio e uscire: esplorare il mondo (anche il giardino di casa va bene!) offre tantissimi spunti! Non dimentichiamoci mai che attorno a noi ci sono cose meravigliose che aspettano solo di essere riscoperte. Spesso basta alzare gli occhi al cielo ed osservare le stelle…

3 imprescindibili regole per scrivere bene.
- Saper usare le parole giuste. E cioè sfruttare la ricchezza e la varietà della lingua italiana e le sue molteplici possibilità espressive. Leggere molto.
- lasciarsi andare e seguire tutte le strade che la nostra fantasia ci suggerisce. Cercare il bello attorno a noi. Essere curiosi.
- far vivere i nostri personaggi, con i loro pensieri, i loro sentimenti ed emozioni. Con un carattere preciso, come fossero persone vere.

Le prime e fondamentali letture che ti hanno avviato sulla strada dello scrivere?
Quali sono i tuoi autori feticcio, quelli che ami leggere e rileggere? E qual è il libro (o i libri) senza il quale non andresti da nessuna parte?

Domanda difficile. Io sono una lettrice onnivora: ho sperimentato tutti i generi, o quasi… E, credo un po’ come ognuno, ogni periodo della mia vita è stato accompagnato da uno o più libri particolari. Ho molto amato “Narciso e Boccadoro” e “Il Lupo della Steppa”. Mi hanno colpito “Il Ritratto di Dorian Gray” e il “Sogno di una notte di mezza estate”. Ho una smisurata predilezione per le storie di Vampiri, ma non quelle moderne alla Twilight… mi piacciono i classici di quel tipo di letteratura: “Carmilla”, “Il Vampiro”, “Dracula”, ecc… Ammiro Ken Follet e le sue storie intricate, la poeticità e i profumi di Isabel Allende, le streghe Mayfair di Ann Rice, “La Chanson de Roland”. Possiedo e rileggo spesso una serie di saggi sul folklore e sulla mitologia, sulle antiche religioni, sulla storia della pirateria, sui popoli del nord Europa….
Di recente mi sono appassionata ad una saga a tema “fatato” scovata per caso in una libreria al mare…

Il finale di “Il cuore Insanguinato” fa ben sperare per un possibile seguito. Allora, rivedremo ancora Isabelle, il bel Tristan e assisteremo finalmente al tanto temuto incontro tra BlackBeard e figlia? Altri progetti per il futuro di cui ti va di parlarci?
Il mio futuro è ricco di sogni e progetti ancora da realizzare, in tutti i campi! Sono fermamente convinta che tutto sia possibile per chi ci crede e sa puntare dritto al suo obiettivo con la giusta costanza e una buona dose di cocciutaggine che fa sopportare ogni sacrificio.
“Se puoi sognarlo puoi farlo” diceva Walt Disney e io so per certo che è vero. Non si deve aver paura di realizzare i propri sogni, ma agire per farli diventare realtà.
Quindi sì, per rispondere alla tua domanda, ti posso dire che Isabelle vivrà tante nuove avventure e dovrà scoprire cosa le riserva il destino… io lo so già, e non vedo l’ora di raccontarvelo!

E per questa volta Letto e Bloggato finisce qui. Ringraziando anora una volta tutti gli autori che continuano a mandarci le loro opere e voi instancabili lettori che ci seguite fedelmente auguro a tutti una Buona Lettura e, mi raccomando, non perdete il prossimo appuntamento con Letto e Bloggato! ;)

Letto e Bloggato: Anime e Sangue

Bentornati! La rubrica Letto e Bloggato si arrichisce di un nuovo ospite! Prima di presentarvelo vorrei però ringraziare ancora una volta tutti gli autori (sempre più talentuosi) che hanno deciso di aderire all’iniziativa e ,naturalmente, tutti voi fedeli lettori. Ma veniamo al sodo ;) Questa settimana parliamo di “Anime e Sangue” (di cui potete leggere un’anteprima QUI) del modenese Francesco Grimandi (già autore di Affresco Veneziano per la Arduino Sacco editore) ed edito da la 0111Edizioni. Vorrei segnalare che acquistando l’ebook del libro avrete in omaggio anche l’audiobook.

Sul Libro:
Bologna, autunno 1325. Una serie di efferati omicidi, un dilemma che inchioda chi è chiamato a investigare, un mistero non facile da risolvere. In una città al culmine del suo periodo d’oro, in scontro perenne con Modena, eterna rivale, conflitti e tensioni si delineano sullo sfondo del confronto personale tra l’assassino e Jacopo Lamberti, uomo di giustizia dai molti dubbi. In un duello a distanza contro tutto e tutti, Jacopo dovrà scoprire chi si cela dietro il misterioso assassino che colpisce di notte e infierisce sulle sue vittime senza motivo apparente. In una corsa contro il tempo tenterà di fermarlo, ma le conseguenze saranno imprevedibili.

La mia opinione:
E’ un detective in difficoltà Jacopo Lamberti. Nella Bologna del 1325 non può fare affidamento su nessuna tecnica forense degna di questo nome, deve vedersela con l’odio e la diffidenza che la popolazione ha verso la guardia cittadina,non può contare sull’appoggio dei superiori che mirano solo a elevare il loro prestigio e a tenersi buoni i nobili influenti e, come se non bastasse, è tormentato da lancinanti dolori al petto. Il suo spaesamento, la nostalgia di tempi migliori, la percezione sempre più forte di sradicamento dalla normalità e il crescente conflitto interiore, divengono efficace intercalare per atroci delitti e miserie umane. Con una scrittura ricca ma incalzante, che ben si adatta all’epoca in cui si svolge la narrazione, Grimandi ricama una trama in cui non è solo il mistero a giganteggiare ma anche l’umanità, la fallibilità dei suoi personaggi e la pietas per i poveri e i disadattati. Pur nella sua brevità (devo ammettere che avrei voluto più pagine in cui “affondare i denti”) Anime e sangue rimane un libro soddisfacente in cui poco è come sembra e dove i tanti e particolareggiati riferimenti storici fanno scoprire al lettore un mondo dimenticato, ma non per questo meno interessante. Sicuramente un’opera ben costruita e ben scritta che fa desiderare di leggere altro del promettente autore.

E ora l’intervista all’autore:

Che ne dici di iniziare raccontandoci qualcosa di te, cosa ami fare, come ti sei avvicinato alla scrittura e qual è il suo ruolo nella tua vita?

Innanzi tutto grazie per l’intervista. E per la domanda, che mi permette di parlare della mia bibliofilia acuta! La mia passione per i libri nasce essenzialmente nelle prime fasi della vita. Ricordo che da bambino ero un lettore quasi maniacale, divoratore di libri di qualunque genere. Non ne faccio la lista, perché non finirebbe più. Dico soltanto che alcuni li ho letti e riletti; altri li ho semplicemente dimenticati. Il fascino per le storie narrate mi ha sempre accompagnato. E dopo anni e anni di letture, si è affacciata in me una voglia potente di raccontare. Raccontare cose non banali, ma avventure coinvolgenti. Così sono partito dalle storie che più mi erano piaciute e su queste ho iniziato a creare i primi intrecci. Devo dire che è stata una lunga marcia di avvicinamento; tuttavia la soddisfazione che si ricava alla fine ripaga di ogni sforzo e sacrificio. Tuttora ciò ha un peso preponderante nella mia esistenza. E in quella di chi mi vive accanto.

Come nasce “Anime e Sangue”? Qual è stato l’input, la situazione o il personaggio che ha dato il via alla creazione di quest’opera?
Era da tempo che mi frullava in mente questo progetto. A mio parere, Bologna era un luogo che si prestava perfettamente all’ambientazione di una storia di questo tipo, noir, misteriosa e medievale. Non c’è un’altra città al mondo che possieda un passato paragonabile al capoluogo emiliano. Basti pensare che, nell’epoca in cui è ambientato “Anime e sangue”, Bologna rappresentava un polo universitario di eccellenza non solo in Italia, ma in tutta Europa. Cultura, quindi progresso. E dal progresso conseguono benessere, opulenza e trasgressione. Il tessuto sociale era tra i più moderni e avanzati, tanto che se ne conservano tuttora tracce evidenti. In quanto a Modena e alle dispute che hanno sempre opposto le due città sarebbe troppo lungo parlare. Alcuni fanno risalire le prime contese per i confini all’epoca dell’occupazione Longobarda da un parte e Bizantina dall’altra. Ma forse sono più ancora antiche, ed è meglio lasciare a chi ne ha le competenze la divulgazione di queste informazioni. Ciò che invece premeva al sottoscritto, in quanto narratore, era la ricerca di uno sfondo ideale per la vicenda. A rischio di sembrare esagerato, senza l’antica Bologna non avrei potuto scrivere “Anime e sangue”.

”Anime e Sangue” è un giallo storico ambientato nella Bologna del 1325. Ci vuoi raccontare come sei approdato a questo genere così poco praticato dagli autori nostrani e delle ragioni che ti hanno spinto ad ambientare il libro in quella precisa epoca storica?
Partendo a rispondere dalla fine, devo sottolineare che la data in cui si dipana la vicenda gioca un ruolo fondamentale e si scoprirà solo verso la fine del romanzo il motivo di questa scelta, dettata da esigenze di carattere storico. Quindi, ribadisco, nella narrazione vengono trattati fatti ipotetici che tuttavia si inquadrano in un contesto reale. Premesso questo, penso sia stato il genere letterario a scegliere me e non il contrario. Sto scherzando! La mia passione per i bestseller e i saggi storici è stata decisiva nel farmi intraprendere questa strada. L’idea di base, o meglio il cortocircuito propulsivo, è scaturito quando ho pensato di fondere i due temi. Un monumento irraggiungibile in tal senso resta per me “Il nome della rosa”, l’opera che tutti conoscono. Ora, non volendomi assolutamente raffrontare a un simile mostro sacro, ritengo che Eco abbia tracciato la rotta verso qualcosa di nuovo che riserva molti aspetti da scoprire. Il fascino per i tempi passati, e la suspense del genere thriller, possono legarsi magnificamente insieme. E insieme fornire ottimi spunti per storie straordinarie, capaci di sedurre i lettori di ogni età.

Il tuo romanzo è ricco di riferimenti storici e di particolari che danno credibilità all’impianto narrativo. Com’è stato lavorare al romanzo, tenendo conto della mola di ricerche che avrai sicuramente dovuto compiere?
Sì, è vero, è stata una cosa abbastanza impegnativa, anche se la conoscenza della maggioranza degli aspetti che descrivo deriva da esperienze dirette. Per le ricerche dei particolari che non conoscevo, mi sono invece affidato allo strumento principe in questo campo, ovvero Internet. É stato necessario confrontare più fonti, perché non sempre le informazioni erano complete o del tutto affidabili. Ciò nonostante è stato possibile raggiungere un valido approfondimento. Se mi fossi spinto oltre, la mole di dettagli mi avrebbe obbligato a comporre un saggio storico e non un’opera narrativa. Pur rispettando il contesto, l’ambientazione e la natura dei personaggi, la narrativa deve però procedere per emozioni. Ed è questo l’obiettivo che mi sono dato. Ma non dimentico che l’incongruenza può essere sempre lì, in agguato. E i lettori, che di norma sono molto scrupolosi e preparati, non la perdonerebbe mai.

Com’è il mondo dell’editoria visto con gli occhi di un giovane autore ?Vuoi raccontarci qualcosa dei passi che hai dovuto fare per vedere finalmente pubblicato “Anime e Sangue ”? È stato tutto come ti aspettavi?
Al contrario. Proprio per questo preferirei non parlare di questo mondo parallelo, a meno di non esserne costretto sotto tortura. Sottolineo solo l’assoluta passione che deve avere un autore per imbarcarsi in un’impresa del genere: se non si nutre un vero amore per ciò che si scrive è meglio lasciar perdere. Al momento, l’unica salvezza sono alcuni piccoli editori che hanno ancora il coraggio di credere negli scrittori esordienti. Ma sono realtà molto isolate e, purtroppo, in via di estinzione.

Mi ha fatto molto piacere sapere che il tuo libro è disponibile anche in versione audiobook. Un metodo originale e vincente per rivolgersi ad un pubblico più ampio. Qual’è, secondo te, lo stato di salute dell’editoria italiana? Trovi che la sempre più crescente diffusione degli ebook o la decisione di Amazon di pubblicare autori tagliando fuori dall’equazione gli editori possano in qualche modo dare nuova linfa allo stagnante e un po’ troppo autoreferenziale panorama letterario italiano?
Da quelli che sono i miei ritorni, l’editoria sta attraversando uno dei suoi periodi peggiori. I piccoli editori come il mio tentano coraggiosamente di aprire nuovi fronti; tuttavia si tratta di una scommessa alquanto rischiosa. Vuoi per la crisi economica, vuoi perché la gente legge sempre meno. È un dato di fatto. I fattori ebook e Amazon sono alternative affascinanti, se non l’ultima spiaggia, viste le premesse. Però non bisogna illudersi. Dietro al successo di un pugno di autori che si pubblicano in proprio, si cela una moltitudine di altri scrittori che non riesce a ritagliarsi la necessaria visibilità. Oltre che per la mancanza di mezzi economici, anche per le difficoltà intrinseche delle nuove tecnologie. A parte questo, una volta superati i primi scogli, resta comunque il problema di far conoscere la propria opera ai lettori. Sono convinto che il passaparola sia l’unica arma vincente. E Internet, in questo caso, è uno strumento molto potente.

Le prime e fondamentali letture che ti hanno avviato sulla strada dello scrivere?
Quali sono i tuoi autori feticcio, quelli che ami leggere e rileggere? E qual è il libro (o i libri) senza il quale non andresti da nessuna parte?

Be’, ho iniziato a leggere presto, dal momento che ho sempre avuto parecchi libri a mia disposizione, disseminati per casa. E questo ha rappresentato un fortissimo stimolo verso la lettura. Tra i primi libri che ho avuto per le mani, ricordo in modo particolare i Gialli per ragazzi della Mondadori; poi sono passato ai romanzi della serie Urania. Il salto successivo ha riguardato una folta pattuglia di autori inglesi e americani. Autori di bestseller. Ma non disdegnavo i saggi storici, soprattutto quelli attinenti il Medioevo. Non ho autori feticcio, ma se dovessi citarne alcuni ai quali sono affezionato più di altri direi Valerio Massimo Manfredi per gli italiani, e Ken Follett per gli stranieri. Tuttavia, come avevo anticipato, “Il nome della rosa” resta per me l’esempio del libro intramontabile. Lo lessi da ragazzo e ricordo che mi appassionò moltissimo. Al di là dei fiumi d’inchiostro che sono stati spesi per descriverlo, trovo che Eco abbia saputo miscelare in modo incredibile l’opera colta con l’intrattenimento. Il risultato è un libro perfetto, sotto ogni profilo.

3 imprescindibili regole per scrivere bene.
Silenzio, solitudine, concentrazione.

Qualche progetto per il futuro di cui ti va di parlarci?
Dunque, vediamo… Sto concludendo la prima stesura di un nuovo romanzo, di genere thriller. Mi trovo alle battute finali, e chi ne ha letto alcuni capitoli l’ha trovato molto intrigante. Se la fortuna mi assisterà, spero che la pubblicazione arrivi entro una data non lontanissima. Diversamente, vedremo. Incrocio le dita.

Grazie Francesco!
E per questa volta è tutto.Auguro, come sempre, a tutti una Buona Lettura e non perdete il prossimo appuntamento con Letto e Bloggato! ;)

Letto e Bloggato: Ultimi 40 secondi della storia del mondo

Che ne dite di festeggiare questo 25 Aprile con un nuovo appuntamento con  Letto e Bloggato? Detto fatto! Questa settimana ci dedichiamo a “Ultimi 40 secondi della storia del mondo thriller, uscito per edizioni Abelbooks, scritto da Stefano Santarsiere.

Sul libro:
E’ una mattina di agosto quando don Pietro Miraglia, l’amato parroco di un paese lucano, viene assassinato a colpi di martello nei giardini della scuola elementare. A indagare è il commissario Antonio Sparagno, sul quale pesa una vecchia indagine di camorra che ne ha compromesso la carriera e causato il trasferimento nell’odiata Basilicata.
Ma l’omicidio rivela al poliziotto un volto imprevedibile di quelle comunità in apparenza tranquille. Diversi personaggi dimostrano legami con la vita (e la morte) della vittima: ad esempio Giovanni Belisario, insegnante vedovo, alle prese con un difficile equilibrio tra il figlio Carlo e l’enigmatica cognata Elena; Roberto Bradadich, giovane in crisi esistenziale che ha abbandonato la città per tornare al passato; Mimmo Coppola, spregiudicato giornalista che vuole sfruttare la tragedia per lanciare la sua emittente.
Alla vicenda fa da sfondo un pugno di paesi, legati insieme da un tessuto di boschi e campi, ma anche pozzi di petrolio, masserie diroccate, santuari oggetto di fanatiche venerazioni. Un mondo pervaso da una secolare lotta tra Fedi contrapposte, schierate intorno a una misteriosa quanto antichissima Madonna Nera.
Indagine poliziesca, racconto esoterico, libro di denuncia, Ultimi quaranta secondi della storia del mondo è soprattutto un romanzo spietato, in cui nessuno è al sicuro; un meccanismo che scava nelle menti dei protagonisti e nel passato remoto dell’umanità, rivelandoci che il destino può compiere un cammino lunghissimo, prima di venire a bussare alla nostra porta.

La mia opinione:
Se Nietzsche annuncia la morte degli dei nel cielo della modernità, Santarsiere da vita in questo libro ad un’orazione panteistica equilibrando la natura delle religioni, il rapporto tra morale e fede, sobbollendo il tutto in un magma di segreti e passioni aspre. Omicidi, riti magici, corruzioni e smottamenti morali: ne hanno di cose da raccontare le tante voci del romanzo. Da bravo giocoliere e costruttore di rebus, l’autore denuda vita e menti, catalogando senza indulgenze piccoli eroismi, colpe, bassezze, bubbi e ambiguità dell’animo umano. Nasce così un vibrante affresco, tratteggiato coi torridi colori della campagna lucana, fatto anche di memorie geografiche e antropologiche, in cui si delineano efficacemente fatiche e dissilusioni generazionali. Alla fine perfino l’eresia diventa strada obbligata per la verità, prestando al lettore le chiavi per accedere a domande a cui è difficile rispondere. “Ultimi 40 secondi della storia del mondo” è un romanzo sorprendente in più di un senso, dalla scrittura solida, dal ricco intreccio e con personaggi mai scontati. Uno dei thriller più convincenti che abbia mai letto ed un autore, sicuramente, da tenere d’occhio.

Ed ora l’intervista all’autore:

Che ne dici di iniziare raccontandoci qualcosa di te, cosa ami fare, come ti sei avvicinato alla scrittura e qual è il suo ruolo nella tua vita?
Sono un trentasettenne di origine lucana, che vive a Bologna dal 1993. Amo leggere, viaggiare, fotografare. Sono attratto dalla Natura, dalla sua maestosa complessità. Mi sono avvicinato alla scrittura da adolescente, perché sentivo l’urgenza di raccontare storie mie, storie nelle quali potessi ritrovare le suggestioni che mi procurava certa letteratura, e anche le passioni che sentivo crescere dentro: per la vita all’aria aperta, l’amicizia, il folklore della Lucania… E ancora oggi la scrittura risponde essenzialmente a questa necessità, oltre a quella di dare ordine alla mia vicenda personale, di attribuirle senso, e dalla proiezione di questo desiderio sul creare e dare senso ai personaggi delle mie storie.

Come nasce “ Ultimi 40 secondi della storia del mondo”? Qual è stato l’input, la situazione o il personaggio che ha dato il via alla creazione di quest’opera?
Nasce dal sospetto di come i simboli religiosi risultino ambigui e sovrapponibili, e per come questa ambiguità sia spesso oggetto di strumentalizzazioni. Nel caso di Ultimi quaranta secondi la questione è legata al mito delle Madonne nere e alla loro aura pagana. Penso che esse rappresentino il retaggio di un culto preesistente, più antico di quello cristiano. Volevo che questa idea fosse il centro di una storia dominata dall’inganno e dalla violenza, in cui si alludesse a una verità sconvolgente sull’origine umana. Nel corso della stesura l’idea si è dimostrata un ottimo motore narrativo, si evolveva intorno al concetto delle ritualità soppresse che tendono a riaffermarsi, dava energia al racconto – e lo trascinava inesorabilmente verso lo scontro finale.

Personaggi e accadimenti proposti al lettore come parti di un puzzle che pian piano va formandosi e chiarendosi. Una formula poco usata e sicuramente non facile da gestire. Com’è stato lavorare al romanzo?
Al tempo stesso difficile ed esaltante. Ogni volta che i pezzi si incastravano tra essi, si accendeva nuova energia narrativa e la storia subiva un’accelerazione. Posso dirti che il modello (compositivo) di partenza è stato ‘Il 42° parallelo’ di Dos Passos.

Nella tua opera realismo e misticismo si mescolano inestricabilmente, con forti rimandi alla religione cattolica e non. Temi controversi che non sarà stato facile sviluppare così efficacemente. Che tipo di ricerche hai compiuto per raggiungere gli obbiettivi che ti eri posto e , vista la vastità dell’argomento, sono state oltre che utili anche fonte di una certa distrazione?
La ricerca è stata piuttosto complessa, perché mi occorrevano elementi utili a un approccio in cui i temi esoterici si mescolassero al quotidiano dei personaggi, intrecciando aspetti di forte realismo con altri di natura mistica. Volevo insomma un conflitto tra la razionalità e il soprannaturale, dove la prima tenta costantemente di assorbire il secondo. Credo che una parte importante del motore narrativo del romanzo risieda nello stupore dei protagonisti dinanzi all’inaspettato, e nel processo di elaborazione concettuale che essi tentano dinanzi alle scoperte che avvengono lungo il cammino. Quindi non mi sono accontentato di citare oscure fonti, ho raccontato i meccanismi rituali da un punto di vista antropologico e storico. E’ stata questa la sfida principale, ma è stato anche il motivo che mi ha permesso di evitare distrazioni o dispersioni.

Com’è il mondo dell’editoria visto con gli occhi di un giovane autore? Vuoi raccontarci qualcosa dei passi che hai dovuto fare per vedere finalmente pubblicato “Ultimi quaranta secondi della storia del mondo”?
Abbastanza caotico. All’inizio mi muovevo per tentativi, inviavo romanzi e racconti alle case e editrici e collezionavo rifiuti – o proposte scadenti. Il primo romanzo – L’arte di Khem – è stato accolto da Roberto Di Marco, della casa editrice bolognese Pendragon. In seguito ho avuto proposte da case editrici che curavano antologie a tema, come la Noubs edizioni con ‘Tutto il nero dell’Italia’, per scrivere racconti; oppure ho ottenuto piazzamenti di rilievo in concorsi letterari, come il Coop for Words 2008 per il racconto ‘All’ombra’, inserito nell’antologia ‘Pascoli è Precario’. Ultimi quaranta secondi è stato proposto alla Abelbooks da un’agenzia letteraria.

Tre regole essenziali per scrivere bene.
Sicuramente leggere, leggere, leggere. E poi scrivere tanto, sottoponendo le proprie opere a qualcuno che sia al tempo stesso competente e franco.

Le prime e fondamentali letture che ti hanno avviato sulla strada dello scrivere?
Quali sono i tuoi autori feticcio, quelli che ami leggere e rileggere? E qual è il libro (o i libri) senza il quale non andresti da nessuna parte?

Le prime letture che ricordo sono i libri di Salgari e Verne, seguite dagli scrittori della ghost-story anglosassone. Non so se mi abbiamo spinto sulla strada della scrittura, più di quanto abbiano fatto determinati film. Di certo hanno instillato in me il gusto per l’avventura, l’intrigo, il mistero. Se devo citare degli autori direi Charles Dickens, Ray Bradbury, Algernon Blackwood. Quanto al libro: La donna in bianco, di Wilkie Collins.

Per Umberto Eco “quando scrivi un libro non hai il controllo su quello che gli altri capiranno”. Cosa vorresti che i lettori “capissero” leggendo “ Ultimi 40 secondi della storia del mondo”?
Che il passato è impossibile da rimuovere. Anche se lo dimentichiamo, o addirittura ignoriamo, prima o poi tornerà a bussare alla nostra porta.

Altri progetti per il futuro di cui ti va di parlarci?
Sto scrivendo un nuovo thriller – qualcosa che riecheggia per certi aspetti Ultimi quaranta secondi.

Se volete leggere le prime 38 pagine di “Ultimi 40 secondi della storia del mondo” potete andare QUI.
E per questa volta è tutto. Vi lascio con il mediatrailer del libro e, ringraziando come sempre voi lettori e i tanti autori che continuano a proporci le loro opere, vi saluto, vi auguro una Buona Lettura e mi raccomando non perdete il prossimo appuntamento con Letto e Bloggato! ;)

Letto e Bloggato: Angels

Mentre cerco di non annegare in questo mare di pioggia che da giorni ci sta tormentando, sono lieta di ritrovarmi ancora una volta con voi fedeli lettori e di potervi presentare un nuovo appuntamento con Letto e Bloggato. Questa settimana ci dedichiamo a “Angels” libro d’esordio della ravennate Serena Versari, edito dalla Editrice Gds.

Sul Libro:
Occhi neri come la pece. Occhi chiari come il ghiaccio. Maschio e femmina. Luce e oscurità. Movimento e staticità. Angelo della Vita e Angelo della Morte. Ogni cosa e il suo opposto si equivalgono e niente potrebbe aver vita se non esistesse la sua controparte. Occhi come smeraldi. Ci vollero un paio di minuti per riprendersi e, con stupore, si rese conto che la persona che la teneva fra le braccia era proprio il ragazzo che tutti temevano; quello che tutti non riuscivano a guardare in faccia perché terrorizzati dal suo sguardo. Eppure, sembrava così dolce, aveva un volto così angelico…

La mia opinione:
Al di là delle apparenze e del richiamo al più classico dualismo (maschio-femmina, buio e luce, morte e vita), Angels non è solo la storia di un grande amore, anche se di quello ce n’è in abbondanza, e nemmeno il solito fantasy o  paranormal romance, anche se gli angeli abbondano, c’è una strega, fantasmi e niente di mieno che un viaggio nel regno delle ombre. Per me Angels è soprattutto un libro sul cambiamento e sulla crescita interiore. La protagonista, giunta ad uno stallo sia nella sua vita professionale che personale, decide di lasciare tutto e cambiare lavoro e prospettive. C’è sempre una chiave per uscire dalla gabbia che ci siamo costruiti o che ci hanno costruito attorno ed Erika la trova nel suo trasferimento a Canazei. Liberatasi dal ruolo di “figlia perfetta” scoprirà presto che la vita può essere più ricca di meraviglie di quanto si possa pensare. Il rifiuto dei pregiudizi, la coraggiosa scelta della libertà e della non omologazione fanno di Erika un personaggio ben riuscito e convincente. Con una scrittura fresca, anche se un pò didascalica, l’autrice tesse una trama che riserva qualche sorpresa, ribaltando abilmente lo stereotipo dell’eroe che deve salvare la damigella di turno. Qui, è la protagonista femminile che, novella Euridice alla ricerca del suo Orfeo, decide di attraversare il limbo per ritrovare il suo amore. Una libro d’esordio interessante che al di là di alcune comprensibili ingenuità (un pò forzata e già vista la faccenda degli indovinelli ad ogni cancello) si rivela una lettura piacevole e coinvolgente. Sicuramente porta il lettore a chiedersi cosa accadrà nel volume successivo.

E ora l’intervista all’autrice:

Vorresti parlarci un po’ di te, di cosa ami fare, di come ti sei avvicinata alla scrittura e di qual è il suo ruolo nella tua vita?

Oltre a leggere e scrivere nella vita ho molte passioni, tra cui: le arti marziali, le moto e il trekking.
Se devo essere sincera, mi sono avvicinata alla scrittura solo tre anni fa. Ho sempre fantasticato fin da piccola, ma non pensavo di essere in grado di scrivere qualcosa.

Come nasce “Angels”? Qual è stato l’input, la situazione o il personaggio che ha dato il via alla creazione del romanzo?
“ Angels” è nato in un periodo della mia vita in cui non ero soddisfatta di me stessa. Un giorno, sentì il bisogno di mettere nero su bianco le mie emozioni e le mie speranze. Ben presto mi resi conto, che più procedevo con il romanzo, più mi sentivo meglio e, in effetti, da allora la mia vita è parecchio cambiata.

Che rapporto hai con i tuoi personaggi?Come hai bilanciato la ‘quota’ autobiografica e quella di pura invenzione nell’idearli e nel descriverli al lettore?
Per quanto riguarda il personaggio di Erika, devo dire che mi assomiglia abbastanza nell’aspetto fisico, ma soprattutto nel modo di concepire i vari aspetti della vita, per questo è stato più semplice per me scrivere in prima persona, perché mi sentivo più coinvolta; le decisioni che prende lei sono quelle che prenderei io nella mia vita. Jason, rappresenta la persona che vorrei al mio fianco, quella che mi fa sentire viva ogni giorno. Per quanto riguarda invece Ambra, sono molto affezionata a questo personaggio, che inizialmente può sembrare un po’ ombroso, ma che in realtà ha un gran cuore.

Com’è il mondo dell’editoria visto con gli occhi di un’autrice esordiente?Vuoi raccontarci qualcosa dei passi che hai dovuto fare per vedere finalmente pubblicato “Angels”?
Rispondendo a questa domanda, vorrei animare le speranze di tutti gli esordienti. Io posso dire di essere stata molto fortunata. Prima di provare a inviarlo a varie case editrici, mi avevano detto di non scoraggiarmi, poiché mi sarebbero arrivati parecchi rifiuti e a questo mi ero già preparata, invece ho ricevuto quasi subito una risposta affermativa.

”Angels” è chiaramente un fantasy/paranormal romance, genere a cui gli scrittori italiani, seguendo l’esempio di quelli d’oltreoceano, si stanno dedicando con sempre più impegno e passione. Rivolgerti a questo genere è stata una tua scelta consapevole o semplice frutto dell’ispirazione del momento? Trovi che ci siano differenze, e se si quali, tra il modo di scrivere fantasy nostrano e quello degli autori nordamericani?
Come ho detto prima, ho scritto Angels in un momento in cui avevo bisogno di esternare delle mie emozioni personali, la mia è stata una scelta solo dettata dal cuore. Per quanto riguarda il modo di scrivere fantasy nostrano o nordamericano, penso che attualmente ci siano molto autori italiani con grandi potenzialità e che non hanno nulla da invidiare agli autori nordamericani.

Che tipo di scrittrice sei? Tra istinto e ragione quale sponda ti attrae di più? Insomma, come ti approcci alla pagina bianca?
Sicuramente il mio modo è istintivo, come per tutte le altre cose della vita. Comincio a buttare giù tutto quello che mi passa per la testa. Di solito le immagini mi scorrono nella mente come in un film ed io non faccio altro che metterle giù.

Le prime e fondamentali letture che ti hanno avviato sulla strada dello scrivere?
Quali sono i tuoi autori feticcio, quelli che ami leggere e rileggere? E qual è il libro (o i libri) senza il quale non andresti da nessuna parte?

Anche se ho sempre amato il fantasy, ho cercato di leggere anche altri generi. In ogni caso, tra i libri che amo di più ci sono: “Il cammino di Santiago” di Paulo Coelho, “La spada della verità” di Terry Goodkind e in questo periodo mi sono appassionata ai libri di Glenn Cooper di cui ho letto “ La biblioteca dei morti” e “ Il Libro delle Anime”.

Louis Sepùlveda afferma che uno scrittore apprende tantissimo di sé durante il processo di scrittura. Tu cosa hai imparato di te durante la stesura di “Angels” e cosa vorresti lasciare della consapevolezza acquisita ai tuoi lettori?
Direi che la frase di Sepulveda è una gran verità. Durante la stesura di “Angels” ho ritrovato me stessa, ho fatto riemergere alcune parti di me che avevo accantonato, ma soprattutto ho sognato. Ho imparato che quando abbiamo un sogno dobbiamo cercare in tutti i modi di realizzarlo; questo vorrei riuscire a trasmettere.

Progetti per il futuro di cui ti va di parlarci?
Vorrei portare avanti la passione per la scrittura e attualmente, essendomi affezionata ai personaggi, sto scrivendo il seguito di “Angels”.

Ringraziando come sempre voi lettori e i tanti autori che continuano a proporci le loro opere, vi saluto, vi auguro una Buona Lettura e di non perdere il prossimo appuntamento con Letto e Bloggato! ;)

Letto e Bloggato: Luce e Ombre – La farfalla nera

Dopo i bagordi e le tonnellate di cioccolato ingurgitate nella pausa pasquale, eccoci tornati, più tondi che mai nel mio caso ;) , all’ennesimo e atteso appuntamento con la rubrica Letto e Bloggato. Questa settimana ci dedichiamo a “Luce e Ombre-La farfalla nera” libro d’esordio del siracusano Davide Piazzese, edito dalla Edizioni Sabinae.

Sul Libro:
La notte del suo trentatreesimo compleanno, Dave Connors, nel pieno della festa a sorpresa organizzata per lui dal suo fraterno amico Harry, accusa un forte malore alla testa e cade pesantemente a terra, e a seguito dell’impatto col pavimento, vede dei flash abbaglianti e sente una corrente elettrica attraversagli tutto il corpo, poi, di colpo, si ritrova in quel luogo oscuro: una distesa paludosa dalla fitta vegetazione. È da oltre una settimana che sogna quel dannato posto! Solo che Dave stavolta si sente troppo cosciente per stare dormendo. Così inizia a girovagare. Alla ricerca di una spiegazione. E poco dopo, giunge davanti ad una sfera di Luce sospesa a mezz’aria. Un essere luminoso viene fuori dalla sfera e gli svela che le Ombre lo stanno cercando, perché nello spirito di Dave è racchiuso il potere del bene e quello del male. Dopodiché, l’essere di Luce svanisce e Dave si risveglia in un lettino d’ospedale, attorniato dai suoi amici. Lui si sta ancora chiedendo il significato di quel sogno e cosa ci faccia sdraiato su quel letto quando incrocia gli occhi verdi di Susan, un’infermiera bionda. La cosa assurda è che, già al primo sguardo, Dave sente un’attrazione irresistibile per quella ragazza, ed inoltre, è come se la conoscesse da sempre; sente per lei un legame profondo. Dave, però, a seguito di alcuni fatti angosciosi vissuti di recente, ha fatto una promessa a se stesso: nessuno sarebbe più entrato a far parte della sua vita, soprattutto una donna. Quindi fa di tutto per tenersi lontano da Susan. Ma il destino di Dave e quello della ragazza sono legati. Il loro incontro non è stato casuale e nemmeno quel malore il giorno del suo compleanno lo è stato. Tutto era già stato previsto. Calcolato alla perfezione. E da secoli che Luce e Ombre si contendono il dominio del mondo. Ma Zandhal, l’angelo oscuro scacciato dal regno dei cieli e a capo di un’orda di demoni, ha finalmente escogitato un piano diabolico per sbarazzarsi di tutti gli esseri di Luce, e nell’attesa del momento prestabilito all’attuazione del suo piano, sta ampliando il suo esercito della morte impossessandosi della coscienza degli esseri umani. Per compiere il suo disegno malvagio, però, Zandhal deve ritrovare in tempo la farfalla nera. E Dave è l’unico che può aiutarlo nel suo scopo, ma è anche l’unico in grado di fermarlo…

La mia opinione:
Torna la divisione manichea tra bene e male, uniti e divisi in un’eterna lotta dove il tempo e lo spazio importano poco. Seguendo la legge non scritta che, in letteratura, l’inferno rende più del paradiso o del purgatorio, Piazzese mette in scena un armageddon con tanto di campione della Luce e campione delle Tenebre. Sfarinando miti, tirando le somme di un’articolata tradizione fatta di leggende e topoi e intervallando il tutto con trovate piuttosto azzeccate, l’autore conduce noi lettori alla scoperta di una realtà diversa da come l’immaginavamo, in cui il male può entrare in chiunque, far attechire il proprio oscuro seme e portare alla distruzione dell’individuo. I misteri incalzano, così come gli accadimenti ed e proprio nei passaggi dove si svolge il clou dell’azione che Piazzese dà il suo meglio. Meno azzeccate alcune cartterizzazioni dei personaggi che a tratti si riducono a meri stereotipi: le ragazze tutte bellissime e bamboleggianti seduttrici e gli uomini figuranti palestrati guidati più dal testosterone che dal cervello. Un pò di maturità in più e qualche forzatura in meno nelle interazioni tra loro avrebbe dato più profondità e verosimiglianza alla narrazione. Si salva il finale non prevedibile dove l’autore torna ad essere architetto metafisico e testimone dell’ambiguità e perpetua reversibilità delle cose. Un esordio interessante, non perfetto, ma di buon auspicio per il futuro seguito del libro.

E ora l’intervista all’autore:

Che ne dici di iniziare raccontandoci qualcosa di te, cosa ami fare, come ti sei avvicinato alla scrittura e qual è il suo ruolo nella tua vita?
Sono una persona molto semplice, amante della natura e degli animali. Sin da piccolissimo, la musica e il disegno sono state le mie passioni. Scrivere invece è qualcosa che mi è sempre venuto naturale. Non credo ci sia stato un momento in particolare in cui mi sono avvicinato alla scrittura. Piuttosto, posso affermare con sicurezza di essermene allontanato quando, ad un certo punto della mia vita, mi sono ritrovato nel mondo degli adulti: un posto davvero complicato. Da qualche anno ho ricominciato a scrivere e, credo che continuerò, stavolta.

Come nasce “Luce e Ombre. La farfalla Nera”? Qual è stato l’input, la situazione o il personaggio che ha dato il via alla creazione di quest’opera?
Mi sono sempre posto parecchie domande relative alla vera natura dell’uomo. Al bene e al male. Luce e Ombre nasce proprio dalla voglia di raccontare alle persone ciò che penso a riguardo. La sera del 13 dicembre 2009 ho iniziato la prima stesura. Erano settimane che avevo deciso di scrivere un romanzo, ma non avevo la più pallida idea di come avrei fatto. Non avevo in testa nessun personaggio, né avevo idea dell’ambientazione. Ma la creatività non mi è mai mancata. Difatti, quella sera ho solo lasciato andare la mente e mi sono concentrato nel sentire le sensazioni, e la storia è venuta fuori quasi da sola.

Che rapporto hai con i tuoi personaggi?Come hai bilanciato la ‘quota’ autobiografica e quella di pura invenzione nell’idearli e nel descriverli al lettore?
Amo ogni singolo personaggio. Per me è come se fossero persone reali. Ognuno di loro mi ha raccontato la propria storia, mi ha emozionato rendendomi partecipe di quella vita. Può sembrare assurdo, ma è stato meraviglioso ascoltarli. Credo che di fittizio in questi personaggi ci sia ben poco, in quanto in ciascuno di essi affiora una parte di me stesso, o di persone che ho conosciuto. Forse ho inventato i loro nomi, il loro aspetto, il posto in cui vivono; o forse esistono tutti quanti in una realtà alternativa, chissà…

Com’è il mondo dell’editoria visto con gli occhi di un autore esordiente?Vuoi raccontarci qualcosa dei passi che hai dovuto fare per vedere finalmente pubblicato “Luce e Ombre. La farfalla Nera ”?
Credo che qualsiasi settore lavorativo oggi sia intasatissimo. E l’editoria non è da meno. I passi che ho dovuto fare per arrivare alla pubblicazione sono stati tanti, e tanti altri ne sto muovendo ancora oggi per farmi conoscere. A mio avviso la chiave è: Migliorarsi, sempre.

Si fa un gran parlare del futuro difficile dei libri, minacciato dai nuovi media. Si può e si deve avere ancora fiducia nella vecchia editoria o è ora di rivolgersi a nuove soluzioni?
Secondo me il problema è inesistente. L’importante è continuare a scrivere delle storie, che poi vengano pubblicate in versione cartacea o nel formato elettronico poco importa. Bisogna avere fiducia nelle proprie idee e, soprattutto, scriverle al meglio. Attualmente, la mente umana non può essere sostituita da nessun software o macchina in questo campo. Siamo salvi, per ora.

Moravia si autodisciplinava scrivendo ogni giorno. Quale è stata la tua metodologia di lavoro durante la stesura di “Luce e Ombre. La farfalla Nera”? Hai riti o abitudini che segui nell’approcciarti alla pagina bianca?Quando, in quali momenti, sei solito scrivere?
Anche per me scrivere ogni giorno è fondamentale. Come lo è leggere. Parecchio del romanzo l’ho scritto di notte, buona parte il mattino presto, ma ho anche scritto a metà mattina, di pomeriggio, o la sera; in base al tipo di lavoro da fare sul testo. Per portare a termine un libro, bisogna attraversare tante fasi e non mollare mai. Ci sono momenti in cui la disperazione bussa con insistenza alla tua porta. Non bisogna farla entrare. Ringrazio il mio gatto per avermi aiutato a tenerla fuori.

Le prime e fondamentali letture che ti hanno avviato sulla strada dello scrivere?
Quali sono i tuoi autori feticcio, quelli che ami leggere e rileggere? E qual è il libro (o i libri) senza il quale non andresti da nessuna parte?

Non credo siano state delle letture ad avviarmi sulla strada dello scrivere, piuttosto, la voglia di dare forma alle mie idee. Il mio autore preferito è senza ombra di dubbio Dean Koontz. Amo il suo modo di scrivere. È un grande Maestro del thriller. Da lui ho imparato molto. Poi ci sono tantissimi altri autori che stimo. Leggo parecchio e di svariati generi. Ovviamente, ho studiato anche dei testi sulla scrittura creativa. Uno tra tutti è “l’arco di trasformazione del personaggio”, di Dara Marks. Questo libro mi è stato molto utile e lo consiglio vivamente ad ogni aspirante scrittore.

Visto il finale aperto eccoti una domanda che ogni lettore si porrà dopo aver letto il tuo libro: avrà un seguito? Avremo occasione di scoprire che fine sia toccata in sorte a Dave?
Lo confermo, è la prima domanda che mi fanno tutti al termine della lettura. La cosa mi fa sorridere. Vuol dire che in qualche modo, sono riuscito nell’intento di creare un personaggio di cui la sorte sta a cuore alle persone. Quando ho iniziato a scrivere questa storia, mi sono reso conto che un solo libro non sarebbe bastato. E probabilmente nemmeno due. Ho già gettato le basi del secondo capitolo, e posso assicurare che le sorprese non mancheranno… Riguardo a Dave, mi spiace, ma è top secret. Anche se chi ha letto questo primo episodio, sa di che pasta è fatto.

Altri progetti per il futuro di cui ti va di parlarci?
Attualmente sto ultimando un altro romanzo. Il genere è sempre urban fantasy, ma stavolta il nostro protagonista è un ragazzo sedicenne, che si ritrova invischiato in una storia un po’ particolare… Anche in questo libro i demoni non mancheranno. Finito questo lavoro, mi dedicherò al secondo capitolo di Luce e Ombre. Spero di portarli a termine entrambi entro quest’anno.

E si chiude qui il nostro settimanale appuntamento. Ringraziando ancora una volta gli infaticabili autori che continuano a proporci le loro opere e voi lettori che continuate fedelmente a seguirci, vi saluto e vi auguro, come al solito, una Buona Lettura! E mi raccomando, non perdete il prossimo appuntamento con Letto e Bloggato! ;)

Letto e Bloggato: Pacific Vortex

Bentornati! La rubrica Letto e Bloggato  si arrichisce di un nuovo ospite! Prima di presentarvelo vorrei però ringraziare ancora una volta tutti gli autori (sempre più talentuosi) che hanno deciso di aderire all’iniziativa e ,naturalmente, tutti voi fedeli lettori. Ma veniamo al sodo ;) Questa settimana parliamo di “Pacific Vortex” di Caterina Peschiera, già autrice di “A scuola di futuro”,“Fuga da Raggiropoli” e “Viaggio in Camper“, ed edito dalla Edizioni Esordienti E-Book.

Sul Libro:
Cecilia scopre che il suo universo simbolico fatto di situazioni e personaggi immaginari può realizzarsi compiutamente attraverso la parola scritta e ciò la porta a trovare una dimensione nuova e prorompente di se stessa nella realizzazione di un romanzo. La scoperta del proprio talento la condurrà sulle prime ad uno stato di estasi solitaria, un vortice di autogodimento e di alienazione da cui si farà risucchiare fino a creare una distanza incolmabile dalla realtà.
La vicenda personale di Cecilia si interseca con la storia di Scilli, il personaggio uscito dalla sua fantasia e in cui la ragazza si identifica in modo inquietante. Si tratta di una creatura disadattata come lei, un incrocio bizzarro tra una sirena ed un umano. Stupenda o mostruosa, a seconda dei punti di vista.

La mia opinione:
Mi trovo d’accordo con l’affermazione di Calvino secondo cui i migliori libri sono quelli “carciofo”: li apri e sotto ogni lembo scopri qualcosa di nuovo e di diverso. Con Pacific Vortez è così. Si parte dal microcosmo, ottuso e ottundente, della scuola, declinata nella sua accezione più negativa,(salva un pò l’onore istituzionale la figura della giovane professoressa al suo primo incarico e piena di buona volontà) e si arriva infine alla rivisitazione di una fiaba classica in chiave moderna ed ecologista. Le idee vincenti del libro sono tante e tutte ben sfruttate. C’è Cecilia, la ragazzina brillante senza mashere o filtri, “condannata” dalla piaggeria e dal pressapochismo scolastico ad essere etichettata come “diversa” e non “straordinaria”. Una vita, un personaggio, quindi, che non appartiene a nessuno ma in cui tutti si possono riconoscere, perchè a chi non è mai capitato di sentirsi fuori posto, assolutamente incompreso o vessato? Da lei parte tutto. Da lei si affresca l’immagine di una scuola dolente, predestinata all’immobilismo, ad involvere su se stessa e a spegenere a poco a poco la spontaneità e l’originalità nelle nuove generazioni. Da lei e attraverso lei si dipana la storia del suo alter ego letterario, qualla Scilli, mezza sirena e mezza umana, che vuole trovare a tutti i costi il suo posto nel mondo, vittima inconsapevole (come i suoi acquatici simili) di quell’incredibile vortice di plastica e spazzatura che sfregia il suo oceano.
Con una scrittura fluida e controllata, ma dal ben elaborato slancio vitale, e servendosi di un’accurata ricerca psicologica, l’autrice declina con semplicità tematiche “difficili”. Un libro adatto ad ogni età che fa riflettere senza mai annoiare.

E ora l’intervista all’autrice:

Che ne dici di iniziare raccontandoci qualcosa di te, cosa ami fare, come ti sei avvicinata alla scrittura e qual è il suo ruolo nella tua vita?
Sono sempre stata un tipo molto creativo. Sono consapevole di quanto questo dono abbia sempre riempito la mia vita di esperienze meravigliose. Io credo che ognuno possa essere creativo a suo modo, ciò che non è dono ma responsabilità individuale è il saper dare fuoco alla miccia, trovare l’innesco giusto. Alle volte manca solo il coraggio. E molto può fare l’educazione.
Una cosa è la creatività, altra è il talento. Mi sono cimentata in tantissimi ambiti e sarebbe troppo lungo parlarne (illustrazione, teatro, fotografia, cinema), in alcuni di questi credo di aver potuto riconoscere in me un certo talento.
Le prime grandi soddisfazioni, riguardo alla scrittura, le ho avute con la stesura di copioni teatrali: 14 favole musicali dal 1995 al 2008, che ho visto rappresentate per migliaia di alunni, dopo averne curato regia, scene e costumi. Una fatica improba sostenuta dal bisogno di vivere un’avventura creativa che potesse trovare una condivisione con gli altri. Chiusa l’esperienza per sfinimento e rischi economici, temevo fortemente il momento di vuoto che ne sarebbe seguito.
Senza un mondo immaginario parallelo, un progetto in cui potessi esprimere il mio bisogno creativo, sapevo che mi sarei sentita a disagio. Riconosco questo mio punto debole e cerco di gestirlo come meglio credo. Quando finisco di scrivere un libro ad esempio, mi sento un po’ abbattuta. Come se lo specchio si appannasse ed io non riuscissi a ritrovare l’immagine nitida in cui riconoscermi. In effetti io penso alla vena artistica come ad un tesoro con le gambe, si può credere di possederlo per sempre ma quello invece è libero di andarsene quando vuole. Quando mi arriva una nuova buona idea, la saluto sempre con un entusiastico ringraziamento.
Tornando alla conclusione dell’esperienza teatrale, devo dire che il passaggio alla narrativa è stato velocissimo. Avevo scritto solo fiabe e copioni fino a quel momento, da che parte cominciare? Lo stimolo mi si presentò presto e non fu affatto un’occasione felice: mia figlia più grande, a dieci anni, stava attraversando un’inspiegabile profondissima crisi personale. Il problema non era in casa, in cui aveva sempre vissuto con tutti un rapporto idilliaco. La ragione di una sofferenza così evidente, che la faceva star male anche a livello fisico non era lei, non eravamo noi, ma ‘semplicemente’ il resto del mondo. Ciò che aveva creduto fino ad allora fosse la normalità, scopriva che non lo era affatto ed anzi viaggiava in direzione opposta a ciò che l’aveva sempre circondata. Le sue certezze cominciarono a vacillare nello scontro con la superficialità e le bassezze della realtà esterna, rappresentata per lei dal gruppo dei pari. Non aveva ancora gli strumenti per affrontarlo e soprattutto doveva avere il tempo per metabolizzare questa sua scoperta tanto angosciante. Come fare a rimanere se stessa e nel contempo poter vivere serenamente il suo bisogno evolutivo di stare con gli altri? A quel punto, la sofferenza iniziò a scuotere alle radici anche me e mio marito ed iniziò a farsi largo il pensiero di aver sbagliato tutto.
Così ho scritto, per me e per lei. Per capire se avevo sbagliato davvero, per entrare più da vicino nel suo mondo, condividendone paure e necessità ‘da dentro’.
Nel mio primo libro “Viaggio in camper”, Carlotta si sveglia dalla notte trascorsa nel proprio camper assieme alla famiglia, senza trovare i genitori. Fuori una nebbia densissima in cui ogni cosa ha perso i propri contorni. Immedesimarmi in quel personaggio mi è servito moltissimo. Esercitare l’immedesimazione nell’altro credo sia un approccio di cui ognuno dovrebbe fare buon uso nella vita. ‘Nella pelle degli altri’ è stata la proposta di un nostro progetto di laboratorio cinematografico da realizzare con gli alunni delle medie, al fine di portarli a provare empatia per gli altri, superando la tendenza a considerarli come mero strumento per la personale affermazione di sé.
Tornando all’intento narrativo, credo che più si riesca a vedere, sentire, emozionarsi con l’anima e il corpo dei propri personaggi più ci si possa avvicinare profondamente a chi sta dall’altra parte della pagina.

“Pacific Vortex”non è il tuo primo libro, ma completa, pur rimanendo una lettura completamente autonoma, il trittico iniziato con “A scuola di futuro” e proseguito poi con “Fuga da Raggiropoli”. Qual è stata l’immagine, il personaggio, la situazione che ha dato il via a questo tuo interessante progetto? E da dove è nata l’idea per “Pacific Vortex”?

Scrivere è diventato per me un luogo ideale di espressione e crescita. Non ultimo un modo per educarmi a fare il genitore. La serie a cui ho dato vita affonda le sue radici più intime in questa mia familiare necessità: riuscire a vedere attraverso gli occhi di un’adolescente ‘speciale’. Mia figlia assomiglia un po’ad entrambe le protagoniste della serie: Cecilia e Laura. Naturalmente in loro c’è anche molto di me stessa. Ma non le conosco del tutto, nessuno conosce mai l’altro completamente. Mi lascio piacevolmente sorprendere dai comportamenti di tutti i miei personaggi. Resto spiazzata talvolta e cerco di capirli. Ognuno di noi è un pozzo di sorprese ed ognuno di noi possiede quella meravigliosa capacità di evolversi, di cui non sempre riusciamo a comprendere le immense opportunità. Anche di se stessi è bello stupirsi, si diventa una compagnia con la quale non annoiarsi mai. In pratica, il tema della serie è proprio questo: l’evolversi di un essere umano dalla preadolescenza all’età adulta. Relazioni con gli altri, rapporto con se stessi e la propria creatività, ricerca del proprio universo morale, queste le tematiche alle quali desidero avvicinarmi. Universo morale, due parole su questo punto: le difficoltà attualmente vissute dai giovani sono da imputarsi principalmente alla caduta dei valori che hanno sostenuto il genere umano lungo il corso della storia. Per giusto o ingiusto che fosse, in passato c’era gente pronta a morire per gli ideali. Ora i giovani muoiono o muoiono dentro per la mancanza di questi. Il nulla è sempre stato il nemico peggiore per l’uomo, una battaglia persa in partenza. Senza ideali per cui lottare i giovani implodono nel loro dolore, cercando nemici dove non ci sono. Paradossalmente, invece, dovrebbe attenderli la più grande delle sfide della storia dell’Uomo. Dal buon esito di questa battaglia dipende la sopravvivenza stessa della nostra specie e dell’intero ecosistema Terra. Siamo ancora molto lontani da una presa di coscienza radicale che coltivi fin dalla più tenera età una mentalità tesa ad agire per il bene comune. Assomiglia un po’ al vecchio ideale di patria: la nuova Patria, al punto in cui siamo, non potrà essere che il mondo intero.
Per quanto riguarda la genesi di ‘Pacific Vortex’ l’idea è nata venendo a conoscenza, attraverso una ricerca scolastica di mia figlia, dell’esistenza nell’Oceano Pacifico di un immenso accumulo di materie plastiche grande quanto metà Europa. Ringrazio quella professoressa per aver dato a me e ai suoi alunni uno stimolo di riflessione tanto importante.

Per pubblicare i tuoi libri ha scelto di rivolgerti al formato elettronico (ebook). Ci vuoi spiegare le ragioni di questa tua scelta?Raccontaci qualcosa del tuo percorso letterario, quali passi ti hanno portato dalla stesura del romanzo alla pubblicazione? È stato tutto come ti aspettavi?
La scelta dell’E-book?
Più che una scelta, dopo quanto detto, un obbligo morale.
In ‘A Scuola di Futuro’ gli alunni appartenenti ad una classe del 2300, restano sconcertati pensando agli usi barbarici dei ‘precatasrofici’ che li hanno preceduti. Usano la carta solo per usi particolari e il loro studio utilizza unicamente supporti digitali.
Scegliere l’E-book, fa parte di quelle opportunità che la gente dovrebbe saper cogliere al volo. Che la presa di coscienza nei riguardi dei problemi di spreco delle risorse e inquinamento ambientale sia purtroppo ancora agli esordi, lo si vede anche dal fatto che ancora questa scelta non sia decollata con la dovuta rapidità. Molti concorsi o case editrici vorrebbero sprecate pagine e pagine di carta, quando basterebbe che si munissero di un supporto elettronico. Paradossale pensare che i libri possano fare Cultura, insegnando lo spreco delle risorse.
Il cartaceo dovrebbe restare senz’altro ma destinato solo ad ambiti specifici: illustrazione, pop up, libri per l’infanzia. Sopravvive già troppo per quanto sarebbe stato giusto attendersi. Quella ecologica è una battaglia contro il tempo e questo, alla gente, non risulta ancora chiaro. L’urgenza di educare i giovani ad un’etica profondamente rispettosa degli altri e del Pianeta che ci ospita non è affatto evidente. La narrativa che va tra i giovani non si avvicina a queste problematiche con la forza necessaria. E’ preoccupante vedere come l’editoria si ostini a proporre ai ragazzi poco altro che non siano vampiri, draghi e ciondoli. Si può crescere anche attraverso la pura fantasia, non lo metto in dubbio, ma, a questo punto, sarebbe necessario che qualche grossa casa editrice puntasse su progetti con caratteristiche simili al mio.
Ho avuto ‘l’onore’ di essere stata presa in considerazione per il mio progetto dalla Mondadori. Alla fine sono stata scartata per ragioni commerciali: il lavoro non si accordava con le scelte editoriali. Il mio lavoro presenta anche un altro ‘insormontabile’ problema, sempre a livello commerciale: nei cinque romanzi che appartengono alla serie (uno da editare, l’ultimo in via di scrittura) anche il linguaggio si evolve. C’è un gran salto linguistico dal primo all’ultimo: immedesimandomi in un personaggio in rapido divenire, è naturale che anche il linguaggio si sia arricchito di una nuova complessità. Non è stata una scelta, ho semplicemente seguito il flusso dei pensieri dei miei personaggi. Se il pensiero vive attraverso il linguaggio, ad undici anni non si possono produrre gli stessi ragionamenti di una quattordicenne. Evolutivamente si tratta di uno dei momenti più affascinanti e delicati della costruzione del pensiero, seguirne il divenire mi è sembrato un’opportunità da non perdere.
Non esiste in Italia una sola casa editrice che si occupi seriamente di proporre queste tematiche ai giovani. Solo ultimamente è stato bandito il concorso: ‘Premio letterario letteratura ambiente’. Il responsabile, Gaetano Oliva, ha accolto con entusiasmo la proposta di Piera Rossotti, l’editrice di EEE-book, di partecipare con ‘A Scuola di Futuro’ e ‘Pacific Vortex’, in formato digitale. Qualcosa si muove, mi auguro che sia l’inizio di una grande svolta.

Il tuo è un romanzo dalla forte impronta ecologica e pedagogica. Cecilia, la ragazzina protagonista (e con lei il suo alter-ego letterario Scilli), deve vedersela non solo con le tipiche difficoltà della propria età ma anche con la grettezza e la superficialità di compagni e insegnati che vedono solo la sua “anormalità” e non la sua “Straordinarietà”. Situazione famigliare a chi insegna come te o frutto di pura invenzione?

Come ho già detto Scilli, Cecilia e mia figlia sono persone positivamente ‘anormali’. Prendere coscienza di essere migliori e non peggiori degli altri è il primo passo non solo per accettarsi ma anche per proporsi orgogliosamente agli altri come un’occasione, uno stimolo per chiunque ti circondi. La storia scolastica di mia figlia me lo dimostra ogni giorno. Ha iniziato con l’essere puntualmente adorata da maestri e professori ed esclusa e criticata dai compagni, poi, acquisendo forza e consapevolezza di sé e del proprio universo etico ha cominciato ad essere ben vista non solo dagli adulti ma anche da un certo numero di compagni che vedono in lei un esempio da imitare.
Per quanto riguarda il mio mestiere di insegnante spero di aver seminato molto. I semi germinano anche nei terreni poveri non sottoposti ad alcuna cura, ma ognuno sa che un terreno fertile e trattamenti adeguati possono fare la differenza.
Come dire che, se molte famiglie preferiscono che i loro figli si gingillino con astrusi approfondimenti grammaticali piuttosto che desiderare che dalla scuola si impari a discernere le cose giuste da quelle sbagliate, più difficile è sperare che certi insegnamenti possano portare alla costruzione di una nuova mentalità nei giovani.

Sei una assidua lettrice? Quali sono i tuoi autori feticcio, quelli che ami leggere e rileggere? E qual è il libro (o i libri) senza il quale non andresti da nessuna parte?
Devo dire che, fino a quando non ho iniziato a scrivere, mi sono occupata non tanto di narrativa quanto di saggistica, soprattutto pedagogia, psicologia, psicanalisi. Per citare qualche bel saggio: ‘Attraversare la vita’ di Carotenuto, ‘Un genitore quasi perfetto’ di Bettelheim, ‘Crescere con i figli’ di Ammaniti.
Per quanto riguarda la narrativa, ultimamente mi oriento sui romanzi storici: Harris, Manfredi, Augias, Corona, Mazzuco. Ogni tanto leggo anche romanzi per ragazzi, in alcuni casi esclusivamente per aggiornamento, per capire cioè cosa cerca mia figlia ed i ragazzi delle sua età: Rowling, Kelly, Troisi, Gandolfi.
Un libro che mi è davvero piaciuto: ‘Il cacciatore di aquiloni’.

Che tipo di scrittrice sei? Tra istinto e ragione quale sponda ti attrae di più? Come accade per Cecilia anche i tuoi personaggi decidono di scriversi da soli?
I miei personaggi spesso fanno quello che vogliono. Il ruolo della ragione è importante a livello iniziale: poche idee ma buone, che mi stimolino molto. Poi la ragione cerca puntualmente uno spazio che non trova. Durante la stesura del romanzo, scrivo diverse scalette con tanto di numerazione dei fatti. Trovo piacevolissimo disattendere puntualmente i miei piani per adeguarmi alla volontà dei miei personaggi. La tecnica è quella già esposta: l’immedesimazione. Cosa avrebbe fatto una persona con quelle caratteristiche in una situazione simile? Molte cose ma sicuramente non altre. A scegliere è sicuramente il personaggio stesso.
Ma c’è dell’altro, qualcosa che su tutto muove i fili e con i quali anche i miei personaggi devono fare i conti. Qualcosa che non è la mia volontà consapevole. Mi stupisce sempre vedere come questi fili, che io non muovo coscientemente, sappiano lavorare in un’unica direzione, armoniosamente. Come per un vento miracoloso la trama che ne esce risulta coerente nella sua complessità. Si tratta di logica simbolica che trascende la ragione e trova connessioni a livello emotivo. E’una dimensione per cui ogni fatto che pare presentarsi casualmente, sembra capitare per una ragione precisa. A guardar bene succede spesso nella vita. Hai parlato d’istinto e forse è la parola giusta per capire quale sia il modo migliore per approcciare quella dimensione casuale, o apparentemente tale, che trascende l’individuo e lo mette in relazione con il mondo. Quando amavo lavorare con i ritagli di carta, a scopo illustrativo, mi accadeva una cosa analoga. Più che interessarmi a ciò che tagliavo intenzionalmente la mia attenzione andava agli scarti che ne risultavano. In essi trovavo quasi sempre ciò che cercavo, Bastava volerli guardare e guardare nel modo giusto, facendo in modo che la ragione non finisse per avere il sopravvento.

Le tue tre regole fondamentali per scrivere bene.
1) Immedesimazione nei personaggi e rispetto per la loro volontà
2) Aver qualcosa da dire
3) Aver qualcosa da cercare

Louis Sepùlveda afferma che uno scrittore apprende tantissimo di sé durante il processo di scrittura. Tu cosa hai imparato di te durante la stesura di “Pacific Vortex” e cosa vorresti lasciare della consapevolezza acquisita ai tuoi lettori?
Tra le altre cose, di cui ho già abbondantemente parlato, devo dire che, da quando scrivo, mi sento sicuramente molto più sicura di me stessa. Apprezzo in Cecilia la coerenza e il coraggio delle proprie azioni e convinzioni, la sua, faticosamente conquistata, dimensione di indipendenza emotiva nei confronti del gruppo. Un esempio stupido: quando recentemente un mio amico dottore ha dato per scontato che io volessi accettare uno sconto, evitando la fattura, in altri tempi, pur ripugnandomi, sarei stata tentata di lasciar correre per non incrinare un rapporto. Bene, ho trovato il coraggio di oppormi, mostrando il mio disappunto. Ma da Cecilia ho bisogno di imparare di più e prossimamente mi riservo di fargli anche un bel discorsetto.

Qualche progetto per il futuro di cui ti va di parlarci?

Sto concludendo il quinto della serie che vede Cecilia come protagonista. Diciamo che…vorrei seguirla nella crescita.

E per questa volta è tutto.Auguro, come sempre, a tutti una Buona Lettura e non perdete il prossimo appuntamento con Letto e Bloggato! ;)

Letto e Bloggato: In viaggio con te

Che ne dite di inaugurare questa tanto attesa primavera con un nuovo appuntamento con la sempre più seguita rubrica Letto e Bloggato?
Detto, fatto! Questa volta parliamo di “In viaggio con te“, della senese Nadia Boccacci (già autrice di “Uno sguardo perso nel vuoto”), edito dalla giovane ma attivissima Butterfly Edizioni.

Sul Libro:
Vale e Linda si sono conosciute da bambine, tra i banchi di scuola, e si sono piaciute da subito. Hanno affrontato insieme le prime gioie e le prime difficoltà, tra giochi, scherzi, cuccioli da accudire e confidenze sussurrate in un orecchio, nell’angolo più riparato del giardino. Crescendo, i loro interessi sono cambiati e nuovi affetti hanno aggiunto colore alle loro esistenze, ma Vale e Linda non si sono lasciate mai. Tuttavia, proprio nel fiore degli anni, il destino tende loro il più crudele degli agguati: Linda, così bella, così giovane, si ammala e, dopo poco tempo, abbandona la vita prima ancora ch’essa inizi per davvero. Restano sospesi, i suoi sogni, privati di ogni possibilità di realizzazione. Tocca a Vale, adesso, affrontare un tipo ben diverso di malattia: il dolore della perdita.
Un romanzo sull’amicizia, sulla sofferenza e sulla fuggevolezza della vita. Una storia emozionante che, tra buio e luce, tra disperazione e speranza, resta nel cuore per la sua forza e, al tempo stesso, per la sua commovente delicatezza.

La mia opinione:
“Il passato è una terra straniera..” Dopo aver letto “In viaggio con te” vi sarà difficile, come a me non voler aggiungere a questo folgorante incipit di L.P. Hartley un punto interrogativo. Con un fluida immediatezza fatta di buio e luce, di momenti lieti e di altri dolorosi, di ricordi sbocciati nell’assenza, l’autrice riesce a dare respiro e anima ad un paesaggio interiore che non può non risvegliare nel lettore famigliarità di impressioni e sentimenti e in cui i riti della fanciulezza non paiono disgiungersi mai del tutto dall’amara consapevolezza della loro fugacità. Il sapiente montaggio degli spezzoni equilibra la tensione del testo,senza esasperarla o sminuirla, ma rendendola sempre accessibile e mai indigesta al lettore. Mentre la voce narrante diviene presenza quasi fisica, identità e memorie vanno a confluire in un unico viaggio di due cuori gemelli. Alla fine resta la consapevolezza che un dono resta un dono anche quando ti viene portato via troppo presto. Un libro maturo, emozionante che, nonostante qualche inevitabile lacrima versata, non vi pentirete di leggere.

E ora l’intervista all’utrice:

Che ne dici di iniziare raccontandoci qualcosa di te, cosa ami fare, come ti sei avvicinata alla scrittura e qual è il suo ruolo nella tua vita?
Sono madre e moglie, sposata felicemente da diciotto anni, con due figli adolescenti. Sono insegnante di scuola primaria, un lavoro che adoro. Nel tempo libero amo fare molte cose, tra cui recitare e cantare… ma la cosa che mi piace sicuramente di più è scrivere.
Lo faccio da quando ero una bambina, anche se ho pubblicato il mio primo libro meno di un anno fa. In precedenza non avevo avuto la forza di spedire qualcosa a una casa editrice.
Scrivere, come leggere, è per me molto importante. È qualcosa di cui ho bisogno.

Come nasce “In viaggio con te”? Qual è stato l’input, la situazione o il personaggio che ha dato il via alla creazione del romanzo?
“In viaggio con te” nasce da un’esperienza dolorosa vissuta all’età di vent’anni: la morte di mia cugina Silvia, di tre anni più grande di me e di due amiche coetanee.

Il tuo è un romanzo dal forte impatto emotivo. Parla di amicizia, di perdita, di depressione e delle forza che si può trovare per risollevarsi. Come hai bilanciato la ‘quota’ autobiografica e quella di pura invenzione nell’idearlo e nel proporlo al lettore?
Nel periodo della perdita di queste persone care ho tradotto in parole il mio dolore a più riprese, sfogando la rabbia e l’incredulità, la disperazione e l’angoscia.
A distanza di vent’anni ho pensato di scrivere una storia per ricordare quelle persone care… e ho scelto di parlare di una grande amicizia. Non volevo che il romanzo fosse tragico, però, per cui ho intrecciato buio e luce, ripercorrendo il filo della memoria di una donna matura.
Ho evidenziato i risvolti positivi e ho voluto regalare al lettore anche una storia solare e allegra, fatta di complicità ed esplosione di vita. Ho tratto episodi dal mio vissuto miscelandoli con altri, frutto di fantasia, cercando sempre di equilibrare il tutto…
In fondo la nostra esistenza è il compendio del bello e del brutto, di gioia e dolore.
Ho cercato di mostrare che, però, la vita può vincere, se gliene diamo la possibilità e che chi se n’è andato per sempre, può in qualche modo viaggiare ancora con noi.

Louis Sepùlveda afferma che uno scrittore apprende tantissimo di sé durante il processo di scrittura. Tu cosa hai imparato di te durante la stesura de “In viaggio con te” e cosa vorresti lasciare della consapevolezza acquisita ai tuoi lettori?
Durante la stesura di questo romanzo mi sono resa conto di essere più ottimista di quanto non pensassi. Ho imparato che la morte fa parte della vita. Vorrei che i miei lettori terminassero il romanzo con l’accenno di un sorriso.

Quali scrittori e quali libri sono stati e sono ancora guide per il tuo lavoro? Cosa hanno suscitato in te? Come ti hanno cambiato e come hanno contribuito al tuo modo di scrivere?
Non so bene quali scrittori siano una guida per il mio lavoro.
Di sicuro so che ne amo molti: Tracy Chevalier, Isabel Allende, Daniel Pennac, Niccolò Ammanniti… e la lista potrebbe continuare. Dei grandi della nostra letteratura adoro Pirandello.

Pennac afferma che “Quel che abbiamo letto di più bello lo dobbiamo quasi sempre a una persona cara” . Vale anche per te?
Ho scoperto Tracy Chevalier , molti anni fa, grazie a mia madre: mi passò “La ragazza con l’orecchino di perla.” Mi sono innamorata di questa scrittrice e ho letto tutto di lei, trovandola ogni volta straordinaria.

In quale momento della giornata ami scrivere? Butti giù qualcosa quando arriva l’ispirazione oppure ti dedichi alla scrittura con costanza e metodo? Ci sono “riti”, tecniche o luoghi che ti conciliano meglio il processo creativo? Come ti rapporti alla “famigerata” pagina bianca?
Posso scrivere in qualsiasi ora della giornata… non ho problemi di sorta… lo faccio nel momento in cui riesco a trovare il tempo. Scrivo quando arriva l’ispirazione, non ho un metodo preciso. Per fortuna l’ispirazione arriva continuamente… ma non sempre riesco a ritagliare il tempo.
Ho scritto l’inizio di “In viaggio con te” durante un corso di archeologia… si parlava di tombe e di scavi… il pensiero è andato alla morte e ho avuto il flash dell’incipit. Non ho nessun rito in particolare, scrivere è per me una cosa molto naturale. Mi vengono le idee nei luoghi più impensati. Ho immaginato la bozza del mio nuovo romanzo (I colori che ho dentro ) durante una partita di calcio di mio figlio: quel giorno la squadra indossava la seconda maglia, che è bianca, invece di quella giallo-rossa. Da lì ho cominciato a fantasticare sui colori, sul loro significato e mi sono vista scorrere davanti agli occhi tutta una serie di immagini… arrivata a casa ho scritto il primo capitolo e ho fatto lo schema dell’intero romanzo.
La pagina bianca non mi fa paura, al contrario, l’adoro. È da lì che prende vita la nuova storia, che diventa una parte di me.

Si fa un gran parlare del futuro difficile dei libri, minacciato dai nuovi media. Si può e si deve avere ancora fiducia nella vecchia editoria o è ora di rivolgersi a nuove soluzioni?
Io credo che la vecchia editoria non scomparirà così velocemente, il libro cartaceo resterà a lungo un oggetto speciale: da toccare, sfogliare, annusare… anche l’odore del libro ha il suo fascino. Riporto le parole scritte da un mio alunno ( dieci anni ) in un tema:
“ Dicono che l’ e book sia un libro, ma a me non sembra. Assomiglia a un game-boy, più grande. Ma col game- boy ci si gioca, invece il libro si legge”.
Interessante, vero? Ed è il punto di vista di un bambino.

Qualche progetto per il futuro di cui ti va di parlarci?
Al momento sto scrivendo il mio terzo romanzo, di cui parlavo prima, e alcuni racconti.
Aspetto l’estate (quando sono più libera) per potermici tuffare a capofitto… adesso procedo con lentezza, perché sono sempre in lotta con il tempo, ma vado comunque avanti.
Scrivere è per me una cosa meravigliosa.

E per questa volta è tutto ^_^
Vi auguro liete letture, tanto tempo libero per farle e mi raccomando di non disertare il prossimo appuntamento con Letto e Bloggato! ;)

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