Dopo un appuntamento mancato (chiedo umilmente venia ^_^) torna Letto e Bloggato. Questa volta ri-ospitiamo con piacere Erika Corvo, autrice che avevamo già incontrato per l’uscita del suo avvincente “Fratelli dello spazio profondo” (potete andarvi a leggere la recensione e l’intervista QUI), che ci presenta il suo nuovo romanzo “ Blado 457” (Pagine 268, Prezzo versione cartacea: 14 Euro, Prezzo Ebook: 6.99 Euro) edito in versione cartacea e digitale dalla Youcanprint Edizioni e da Epubblica in versione esclusivamente digitale.
Il libro descritto dalla stessa autrice::
E’ il primo di una serie di quattro racconti ambientati in un futuro post atomico. Come ho scritto nella premessa di “Blado 457”, se l’argomento è stato utilizzato dagli scrittori di fantascienza fino alla nausea, non è detto che non si possa ancora scrivere qualcosa di valido in proposito, e soprattutto, qualcosa di inconsueto. I miei personaggi non sono mai i classici “eroi”. Sono persone talvolta insicure, che agiscono d’istinto invece che seguendo la logica e il dovere, che hanno dubbi, ripensamenti, e sentimenti contrastanti. In Blado 457, lui aveva una missione da portare a termine e rischia di rovinare tutto per un’azione compiuta d’impulso; lei preferirebbe morire piuttosto che vivere in un futuro che si presenta sotto forma di quello che ha sempre rifiutato. Il tutto è condito da colpi di scena, combattimenti, mostri, invasioni, in un ritmo veloce e coinvolgente. E poi basta, leggetevelo. Se vi racconto tutto io, che senso ha?
La mia opinione:
Il mondo come lo conosciamo è finito. Si è spento nella poco fantasiosa ma fin troppo plausibile cacofonia di scoppi atomici. Gli umani sono sopravvissuti. Decimati, malridotti, preda di mutazioni e separati in opposte fazioni. L’una aggrappata all’idea di tenere in vita ad ogni costo un passato ormai dimenticato e l’altra che vede nel ritorno alla natura, nella sua accezione più primitiva, un nuovo inizio. Due mondi chiusi nella loro ottusa e ottundente convinzione che rappresentano efficacemente l’insoluto conflitto natura vs tecnologia.
Tra apologia classica dell’umana natura e critica sociale (su tutto spicca il ruolo della donna come peculiare e limitato strumento riproduttivo), utilizzando una forma originale e matura di realismo, Erika Corvo riesce a sviscerare concetti sociali e morali complessi con la massima naturalezza, evolvendoli al servizio della narrazione e descrivendo un mondo che è il nostro e allo stesso tempo non lo è, ed invitando chi legge a riflettere e a guardare in faccia il presente.
Grazie a un linguaggio essenziale ma allo stesso tempo figurativo, l’autrice dimostra una ricchezza di argomentazioni e di inventiva che non può che catturare il lettore e renderlo partecipe di una storia intrigante e piena di sorprese. Tra scene d’azione ben costruite, personaggi vividi e indomiti, “Blado 457″ adempie allo scopo che ogni buon libro di fiction dovrebbe tenere sempre presente: far esistere il pensato e l’immaginato…Almeno fino all’ultima pagina.
Ed ora l’intervista all’autrice:
Ciao Erika, bentornata su Pane e Paradossi-Letto e Bloggato.
Che ne dici di iniziare parlandoci un po’ di questo tuo nuovo romanzo? Com’è nato “Blado 457”? Qual è stato l’input, la situazione o il personaggio che ha dato il via alla creazione del libro?
Ho la strana abitudine di “dedicare” tutti i miei racconti a qualche luogo che mi ha colpito particolarmente, a qualche situazione particolare, o a qualcuno. Per diciassette anni ho fatto vendita porta a porta, vagabondando su e giù per tutta la Lombardia. Completamente sola da mattina a sera, pioggia, sole, neve, vento, e due bambini a casa. E mentre sei in macchina, a che pensi? Inventi storie, amici immaginari che ti tengano compagnia, e che ti rassicurino dicendoti che anche quella sera tornerai a casa sana e salva e con qualche soldo in tasca. Perché fino a quando loro riusciranno a districarsi dai guai, potrò farlo anch’io.
Ero dalle parti di Bollate, ferma davanti ad un passaggio a livello, e su un muretto c’era il tag di un writer (ovvero un nickname scritto con le bomboletta di vernice spray), appunto Blado, seguito da un numero. Non avevo ancora inventato nessuna storia, quel giorno. Come è nata la storia? Da tutte le riflessioni davanti al tag e al passaggio a livello chiuso.
Blado. Chi potrebbe essere uno che si chiama Blado? Sembrerebbe il nome di un guerrigliero, da Blade, lama. E il numero? Sarà un guerrigliero post-atomico, dove la gente ha i numeri al posto del nome. E perché dovrebbero avere dei numeri? Non ce l’hanno un padre e una madre? Evidentemente, no. Non ce li hanno, perché non ci sono più donne, e i bambini vengono allevati dalla comunità. Che comunità del cavolo è, che non permette ai bambini di conoscere la loro mamma? Una roba aberrante, da cui scappare. E dove scappa, allora? Via, lontano. Cerca di creare qualcosa di più umano, lontano dalle radiazioni, visto che è un mondo post-atomico… Beh, insomma, tutta una concatenazione di idee, una dietro l’altra. E come dice Vasco, “a noi non resta che scriverle in fretta, perché poi svaniscono, e non si ricordano più…” Quando si è alzata la sbarra del passaggio a livello, Blado 457 esisteva.
Quando scrivo ho bisogno di nomi, e visto che tutto è partito da un tag, ho usato i nomi dei writers per i personaggi del racconto. I loro tag variopinti e fantasiosi hanno foraggiato la mia inventiva, e hanno riempito questo ed altri racconti: Noce, Pongo, Enk, Fly Soul, Robin, i Bor Clan, e tutti gli altri.
Sarebbe bello, un giorno, rispondere al telefono e sentirmi dire: ciao, sono Noce.
Per amore di cronaca, bisogna dire che Blado non è il primo racconto della serie post-atomica, ad essere stato scritto. Prima di questo, ho scritto “La leggenda di Taman Shoudy”, “Dvostruk”, e “Tutti i Doni del Buio”. I primi due racconti sono stati dedicati alla ex Yugoslavia, e quasi tutti i nomi dei personaggi sono in serbo croato. Il terzo è dedicato alla Grecia, e i personaggi hanno nomi greci o dal suono greco. L’ultimo racconto post-atomico che ho scritto, è “Shadir, i guerrieri ombra”, che ho dedicato al mondo del wrestling. Ogni personaggio è un wrestler, e sarà un bel gioco, per gli appassionati, riuscire a riconoscerli e identificarli tutti.
Ogni storia è incentrata su un particolare tipo di razza mutante: i Grandi alati per Taman Shoudy e Dvostruk, gli Shakars per I Doni del Buio, e gli Shadir per i Guerrieri Ombra. Ma ad un certo punto mi sono posta un problema: un mondo post-atomico, sì… ma da dove era nato, tutto questo? Da dove era iniziata, l’era del Dopo Bomba? Da qualche parte e in qualche maniera, doveva pur essere iniziato tutto quanto! Blado è nato per dare un senso a tutto l’insieme: il conflitto nucleare, e il passaggio dal vecchio mondo al nuovo; la nascita delle razze mutanti, il regresso della razza umana, decimata e tornata ad una civiltà rurale, e l’avvento di una nuova religione.
In “Blado 457” ci troviamo in un futuro post- apocalittico e il libro sembra appartenere alla nuova rinascita del genere “distopico” che, dopo le narrazioni fantapolitiche antitotalitarie della prima metà del Novecento, si sta ritagliando sempre più spazio nelle nostre librerie. So che tu hai scritto il libro molto prima che la rinascita di questa corrente prendesse piede nel nostro paese. Come ti trovi ora ad aver precorso in maniera così profetica i tempi? Trovi che ci siano differenze, e se si quali, tra il modo di scrivere sci-fi nostrano e quello degli autori nordamericani?
Va bene che sono vecchia, ma dici che il distopico è nato a metà del Novecento e io ho scritto Blado prima di questa corrente, anzi, molto prima…. mi hai presa per Rita Levi Montalcini, che ha passato i cent’anni? Ne ho solo 53, anche se tra poco diventeranno 54. Beh, in effetti ho qualche annetto più di voi, e le cose le vedo sotto un punto di vista decisamente diverso. Io non ho precorso i tempi, io ho vissuto quando per voi era ancora il medio evo! Voi lo chiamate futuro distopico, io lo chiamo passato prossimo. Quando sono nata io, la tv si andava a vederla al bar, perché nessuno ce l’aveva in casa. Sempre che ci fosse un bar con la televisione, perché mica tutti i bar potevano averla! Il telefono era una scatola nera appesa al muro, e la linea bisognava dividerla tra due famiglie. Nelle case di ringhiera, ogni dieci famiglie c’era un cesso alla turca, altro che il bagno in casa! Se di notte ti scappava, dovevi uscire, o c’era il pitale. Nelle case c’era una stufa a legna o a carbone nella stanza principale, e tutte le altre erano gelide; per scaldare i letti c’era il telaio di legno con le braci. Il negozio più fornito aveva dieci cose in tutto, e per fare la spesa si doveva girare mezzo quartiere, di bottega in bottega. Oppure andavi nel prato e raccoglievi il tarassaco, che allora si chiamava “insalata matta”, e si metteva nel risotto. Se stavi male, le nonne conoscevano tutte le erbe e i decotti per guarire: non c’era mica il dottore per tutti: costava! Le donne non portavano il burka, ma il fazzoletto sulla testa e la gonna fino alle caviglie, sì, ed era praticamente un obbligo, se non volevi passare per una “poco di buono”, come si diceva allora. Sapete una cosa che vi farà ridere? Tutte quelle cose obsolete, noi le chiamamvamo meraviglie della civiltà. Per quelli della mia generazione, era tanto. Io ho soltanto preso dei pezzi del passato e gli ho dato nome “futuro”. La vera fantascienza consiste nel fatto che ci siate cascati; avete creduto davvero, che io abbia descritto un futuro distopico, piuttosto che un passato prossimo! La casa di una mia zia aveva davvero le nicchie nei muri con uno straccio davanti, come armadietti. L’avrò detto mille volte, che gli psicologi sanno che per quanto si sforzi, uno scrittore possa soltanto raccontare se stesso.
Differenze tra gli scrittori nostrani e quelli d’oltre oceano? La differenza che noto di più, è che in America scrivono cose dinamiche: azione, movimento, ritmo incalzante, drammaticità, violenza, forza, passioni…
A parte rare eccezioni, libri o film, in Italia si vedono solo faccende da pippe nel cervello di gente che non ha nessun problema e allora se li inventa, tanto per far finta di fare del dramma. Le sole cose d’azione sono sulla mafia. I personaggi della letteratura e della filmografia italiana (a parte poche eccezioni, ripeto) sono: lui, lei e l’amante. Tette, culi, e ragazze sotto la doccia. (Non sono affatto puritana, ma è la realtà, non si vede altro.) Pierino. Il prete. Il carabiniere. Il mafioso. Il dottore (già molto raro, i dottori in tv sono praticamente tutti americani, quelli italiani si limitano a dire “Si spogli” alla Fenech). Straordinario pensare che con tutta la nostrana passione calcistica, non ci siano film italaiani “cazzuti” sul calcio (gli unici sono le commedie di Lino Banfi, con “L’allenatore nel pallone”), quando all’estero si vedono film tostissimi su ogni sport. Gli scrittori italiani “tosti”, all’americana, intendo, che scrivano roba movimentata e brillante, si contano ancora sulle dita di una mano. I film italiani “tosti”, idem. Non per osannare l’America, ma per criticare la povertà dei temi trattati nei film italiani, che nei cinepanettoni esprimono il massimo. Piccole perle tricolori che posso citare? Mi perdonino quelli involontariamente esclusi dall’elenco, ma così su due piedi, le perle sono ancora quelle del dopoguerra, con la Loren, Anna Magnani, Gino Cervi, Fernandel, Tognazzi, e di recente, Benigni e Tornatore. Che altro abbiamo, di interessante? Riguardo la fantascienza, poi, mi vengono in mente solo nomi americani. Mi dispiace, ma di italiano, non mi viene in mente proprio nessuno, sia per la letteratura che per il cinema.
Recentemente, alcuni giovani aspiranti attori e registi, hanno fatto un esperimento: riuscire a girare un cortometraggio sufficientemente valido da poter tranquillamente passare in tv, girandolo all’Ikea, all’insaputa di tutti, compresi i gestori e i commessi dello store. Ci sono riusciti benissimo. Non è che ci voglia molto…
Nel tuo libro le donne vengono ritenute sia meri strumenti di riproduzione e di salvaguardia della purezza della specie che nuove dee della fertilità e delle vita capaci di portare stabilità e saggezza ad una tribù. Visioni diametralmente opposte, ma con inaspettati punti di contatto. Come viene percepito oggi, secondo te, il ruolo e lo status della donna nella nostra società sempre più proiettata verso una mercificazione della femminilità?
Mah, che vi devo dire, la vedo tuttora piuttosto grigia! Per i baldi maschietti, noi donne siamo ancora oggetti che si buttano dopo averli usati. Non posso neanche dire “ che si comprano e si buttano”, perché non devono neanche comperarci. Voglio dire, dove le donne si comprano, quando le vuoi sposare, almeno hanno un valore, che ne so, di tre cammelli e due capre. Qui non devono neanche comprarci. Pensano di aver acquisito diritto di vita e di morte su una donna solo per aver loro offerto due volte la cena e andati al cinema tre volte. Dopodiché, se li vuoi lasciare, ti sgozzano. Se hai figli, fanno fuori anche quelli. Se hai parenti che cercano di difenderti, prendono il fucile e fanno una strage.
Se vuoi fare qualcosa nella vita, dai maschi devi solo difenderti. Se sei abbastanza gnocca, tutti vogliono portarti a letto. Se non lo sei, che vuoi, da loro? Non sei neanche buona da fottere! A parte che anche se sei un cesso, vai bene lo stesso, finché respiri; e magari anche se non respiri più ma sei ancora calda.
Magari sono così disillusa perché le mie esperienze con gli uomini sono state un tantino “movimentate”, diciamo. Ma dopo due mariti che cercano di farti fuori, non mi è rimasta molta simpatia per il genere maschile. Da giovane ero molto bellina; non avete idea di quanto me la stia godendo, ora che sono vecchia e brutta! Che liberazione!
Qualunque rivendicazione abbiano ottenuto le donne, l’hanno ottenuta a prezzi altissimi, e non certo col benestare dei loro mariti. Ed è l’unica strada percorribile, purtroppo. Combattere.
In Blado 457, la donna è vista da posizioni diametralmente opposte. Ma da ambo le parti, senza donne non c’è futuro. Che ci mettano in catene o sull’altare, in qualunque modo ci vedano, in qualunque modo ci trattino, fantascienza o realtà, senza donne non c’è futuro. Forse ce l’hanno tanto con noi, perché lo sanno.
C’è un genere, una forma letteraria, con i quali vorresti cimentarti e che non hai ancora affrontato?
Ho già in mente un altro racconto da scrivere su di un fantasma, praticamente psicologia pura: i viventi visti dal punto di vista di uno spirito. Ma dovrei avere tempo per scrivere, devo ancora copiare tutti i romanzi che ancora sono scritti a mano, e sono tanti…
Sperando di leggere al più presto un tuo prossimo romanzo, ti andrebbe di anticiparci i tuoi progetti per il futuro?
“Tutti i doni del buio”, della serie post-atomica, è pronto, appena trovo un po’di tempo lo mando a qualche editore. “Black Diamond” è ancora da rivedere un attimino, ma in definitiva è pronto anche quello. Sentirete presto parlare dei miei amici immaginari… sperando possano diventare anche amici vostri!
Grazie infinite per lo spazio che mi avete concesso e per la qualità delle domande, decisamente non banali e non scontate. Voi fate pubblicità a me, io la farò a voi, potete starne certi! Tutti sono capaci di fare domande. Perché siano domande intelligenti, ci vogliono persone sopra le righe, e voi lo siete.
Baci a tutti. Erika Corvo.
Ringraziando Erika per essere stata ancora una volta nostra graditissima ospite, non mi resta che salutare voi tutti fedeli lettori e ricordarvi di non perdere il prossimo appuntamento con Letto e Bloggato, che anche se “in pausa” continua a mietere vittime e a proporvi nuovi autori in cerca di lettori!


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